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Epatite C: eradicare il virus (risparmiando) in sole 8 settimane

Da qualche anno a questa parte la lotta all’epatite C è radicalmente cambiata. A detta degli epatologi, riunitisi a Boston al congresso dell’American Society for the Study of Liver Diseases (AASLD), si tratta di una rivoluzione seconda solo alla scoperta dei vaccini. Eradicare il virus guarendo dalla malattia e dai numerosi disturbi ad essa associata è oggi possibile. A dimostrarlo ora non sono più i soli studi clinici per le sperimentazioni delle diverse molecole. A confermare che l’epatite C può essere curata con successo sono i dati provenienti dalla realtà: oggi, anche nella popolazione generale che può beneficiare dei nuovi farmaci, le percentuali di successo superano il 98%.

Come spiega il dottor Giuliano Rizzardini, Direttore Dipartimento di Malattie Infettive dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano, «sino a poco tempo fa il trattamento dell’epatite C era un sostanziale fallimento. Dai primi tentativi –dove la percentuale di successo si attestava al 5%- con l’interferone si riesce a curare la malattia solo nella metà dei casi. Un tasso non soddisfacente se si aggiunge che l’interferone è una molecola che crea pesanti effetti collaterali che spesso costringono ad abbandonare la terapia». Una situazione che negli ultimi anni fortunatamente è cambiata. Il merito è dei nuovi farmaci antivirali, molecole in combinazione capaci di agire sui diversi meccanismi che il virus mette in atto per replicarsi. Sperimentate in migliaia di studi clinici le cure si sono rivelate efficaci nella quasi totalità dei casi e –dato da non trascurare- senza gli effetti collaterali tipici delle precedenti terapie.

Ma se negli studi clinici -disegnati appositamente secondo criteri specifici e con una popolazione di malati selezionata- i farmaci hanno dimostrato di essere efficaci, grande era l’attesa per i primi dati che gli esperti chiamano “real life”, ovvero basati sulla popolazione generale e quindi meglio rappresentativi dell’efficacia di una determinata terapia messa in commercio. Un’attesa che ha dato i risultati che tutti gli esperti si aspettavano. «L’efficacia, anche negli individui non sottoposti a studi clinici, è stata del tutto comparabile ai risultati ottenuti nelle sperimentazioni. Oggi, eccetto qualche raro caso, possiamo eradicare definitivamente il virus» commenta l’esperto. Secondo alcuni dati presentati al congresso AASLD, raccolti grazie all’imponente lavoro della Rete HCV Sicilia, i tassi di eradicazione del virus a 12 settimane di trattamento degli individui che rientrano nei criteri AIFA si sono dimostrati elevatissimi.

Al momento, secondo i criteri attuali, le persone che hanno diritto ad accedere alla terapia sono quelle che presentano una malattia in stadio già molto avanzato che le espone a gravi rischi. Dal dicembre 2014 i pazienti sono poco più di 60 mila. Passata l’ondata di emergenza –nella prossima primavera dovrebbero arrivare ad essere trattati tutti quelli che rientrano nei criteri attuali- secondo gli esperti sarà necessario allargare i criteri di accesso affinché gradualmente, in base al rischio clinico specifico ma anche a fronte di tutta una serie di fattori concomitanti quali co-morbidità, obesità, ipertensione, diabete e al profilo psicologico, tutti possano usufruire delle terapie.

Ma le novità non finiscono qui: le cure, oggi della durata di 12 settimane, potrebbero in alcuni casi ridursi ad 8 settimane. Una prospettiva importante che consentirebbe, a parità di tempo e costi, di curare un numero maggiore di persone. Ad AASLD sono stati presentati i risultati di uno studio in cui la combinazione delle molecole Glecaprevir/Pibrentasvir (sviluppate dalla statunitense Abbvie), si è dimostrata efficace nell’eliminare il virus in soli due mesi nel 97,5% dei casi. In particolare la combinazione si è dimostrata altamente attiva anche contro il genotipo 3 del virus, il più complicato da trattare. Un risultato che ha indotto la FDA ad indicare la terapia come altamente innovativa e meritevole di un’accelerazione nell’iter di valutazione ai fini della commercializzazione.

«L’arrivo di sempre più molecole sul mercato, il relativo abbassamento dei costi e la possibilità di ridurre i tempi di somministrazione sono fattori che ci consentiranno di trattare il più alto numero di persone. Un investimento in salute e un risparmio nel medio-lungo periodo dei costi associati all’evoluzione della malattia» conclude Rizzardini.

(pubblicato su La Stampa, 23 novembre 2016)

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PSA: un esame quasi sempre poco utile. Intervista a Richard Ablin

Quasi sempre uno scienziato è sempre fiero delle scoperte che fa. “Quasi” perché questo non è il caso di Richard Ablin –professore di patologia all’University of Arizona College of Medicine-, scopritore del PSA, l’antigene prostata specifico. «Scoprirlo è stato il peggior errore della mia vita» dichiara senza troppi giri di parole. Un peso –involontario- sulla coscienza ben spiegato nel libro “The great prostate hoax” -il grande inganno sulla prostata- pubblicato negli Stati Uniti nel 2014 e in arrivo oggi nelle librerie italiane. Un testo nel quale Ablin chiede scusa ad un immaginario John, 50enne che si è visto rovinata la vita dal giorno in cui si sottopose al test. Il messaggio che emerge dal testo è riassumibile in poche righe: il PSA può far scoprire –casualmente- un cancro della prostata prima che si manifesti con qualsiasi disturbo ma, nella maggior parte dei casi, si tratta di tumori indolenti che non si sarebbero mai manifestati in vita. Risultato? Rimozione –inutile- della prostata con il rischio di restare impotenti e incontinenti già a 50 anni. Un repentino passaggio da una vita in salute ad un’esistenza fortemente condizionata.

La prima volta che Ablin isola il PSA è nel 1970. Tecnicamente si tratta di un enzima prodotto dalla prostata che ha come funzione quella di mantenere fluido il liquido seminale. Ablin non chiama il PSA “antigene specifico del cancro prostatico” perché semplicemente non è un indicatore di cancro. Il PSA è infatti sempre presente e rilevabile a livello sanguigno ma è un indicatore sullo stato generale di salute della prostata. Ablin, per spiegare il concetto, non usa mezzi termini: «se un camionista dopo aver guidato per le montagne del Wyoming si fermasse alla sera in una clinica per fare un esame la mattina successiva, il tragitto pieno di scossoni potrebbe avergli innalzato il valore. Lo stesso potrebbe derivare da una condizione relativamente comune conosciuta come iperplasia prostatica benigna. La lista dei colpevoli continua ma il risultato per il test del PSA rimane lo stesso: il livello può essere condizionato da diversi stimoli e i numeri non necessariamente indicano il cancro».

Eppure, nonostante queste evidenze, a partire dal 1994 la FDA approva l’esame del dosaggio quale test per la diagnosi precoce del cancro della prostata. Nell’approvarlo l’ente statunitense ha fatto affidamento su uno studio che ha mostrato che il test è in grado di rilevare il 3,8 per cento dei tumori della prostata, un tasso migliore rispetto al metodo standard dell’ispezione rettale. L’inizio della fine, secondo Ablin. Attenzione ad interpretare il messaggio: per molte forme di cancro giocare d’anticipo, ovvero arrivare ad una diagnosi precoce, è fondamentale per superare la malattia. In molti altri casi invece anticipare la diagnosi, attraverso campagne di screening a tappeto, non produce vantaggi apprezzabili. Anzi, comporta un rischio molto concreto per la salute detto “sovradiagnosi”. «Quello alla prostata –spiega Ablin- è uno dei tumori più diffusi nell’uomo ma si è dimostrato essere, in molti casi, una malattia relativamente benigna con un’evoluzione molto lenta. Evoluzione che non è assolutamente prevedibile con il dosaggio del PSA».
Di fronte ad un valore elevato inizia un effetto domino fatto di biopsie, diagnosi di tumore e proposta di rimozione chirurgica radicale della ghiandola. Operazione che può lasciare pesanti segni –incontinenza urinaria ed impotenza- e che spesso non risulta essere necessaria in quanto il tumore cresce talmente lento che la persona morirà per altre cause. Ed è proprio questo il punto: «dopo decenni di utilizzo del PSA quale metodo di screening i dati dicono che la mortalità per tumore alla prostata non differisce significativamente tra chi si sottopone al test e chi no. I risultati confermano che se lo screening evita casualmente a qualcuno di morire di cancro della prostata, per ogni morte evitata da trenta a quaranta uomini hanno la vita rovinata da interventi inutili. Ecco perché utilizzarlo come metodo di screening è una scelta folle dettata dal solo interesse economico. Più test, più operazioni, più robot venduti, più farmaci utilizzati per l’impotenza» conclude Ablin.

Fortunatamente però –dopo tante denunce pubbliche- qualcosa sta cambiando. Dopo anni di utilizzo indiscriminato tra gli urologi sta crescendo sempre di più la consapevolezza che il PSA andrebbe utilizzato –nell’attesa di trovare un vero marcatore specifico- per aiutare i medici a trattare gli uomini già malati di cancro della prostata e per individuare le ricorrenze del cancro dopo il trattamento. In aggiunta può essere utilizzato quando c’è un forte sospetto di familiarità per la malattia. Sul quando e come intervenire l’ultimo studio pubblicato dal NEJM a metà settembre parla da solo: nei casi di tumore in fase iniziale il tasso di sopravvivenza a 10 anni è lo stesso, 99%, sia che si venga operati, che sottoposti a radioterapia o ad una sorveglianza attiva.

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Antibiotici e virus: la confusione è anche in chi comunica

affissione-HPV_retro1Nei giorni scorsi la Commissione Europea ha pubblicato il rapporto Eurobarometer sulla percezione dei cittadini dell’Unione in merito agli antibiotici. I risultati sono abbastanza sconfortanti. Uno su tutti: più di una persona su due non è a conoscenza che questi farmaci sono totalmente inutili contro i virus. Una differenza, quella tra batteri –il vero bersaglio degli antibiotici- e virus, inspiegabilmente difficile da fare entrare in testa. Se per il cittadino comune la non conoscenza è parzialmente giustificata, risulta inammissibile per chi si occupa di salute. Di esempi a riguardo, recentissimi, ce ne sono molti.

Se per quanto riguarda il ministro Lorenzin si è trattato “spero” di un lapsus (leggi qui), stessa cosa non si può dire per Raffaella Docimo, presidente della Società italiana di odontoiatria pediatrica, che in un articolo su Corriere (mai corretto nonostante le segnalazioni) a firma di Margherita De Bac parla del virus Streptococcus mutans (è un microrganismo) come causa della carie. Ma gli errori non finiscono qui. Anche l’occhio vuole la sua parte.

In questi giorni sui vagoni della metropolitana di Milano compare una campagna in favore della vaccinazione per l’HPV, un virus che può portare allo sviluppo del cancro della cervice uterina. Iniziativa lodevole, promossa da Donneinrete.org con il sostegno di Sanofi Pasteur MSD, condita da un errore grossolano. Nella brochure informativa l’immagine scelta per l’occasione non ha nulla a che fare con il virus ma rappresenta una piastra di laboratorio contenente microrganismi. Una recente indagine afferma che per trovare lavoro una delle lauree più gettonate è quella in “comunicazione”. Sappiamo però cosa stiamo comunicando? Io ho sempre più dubbi.

p.s il post potrà risultare saccente ma proprio Eurobarometer afferma che laddove le persone sono più informate l’abuso di antibiotici è minore.

p.p.s alcuni hanno sottolineato che il termine microrganismo può essere riferito anche ai virus. Io, per semplicità e per non ripetermi, uso microrganismo per indicare i batteri. I virus li chiamo virus, punto.

 

cancro, immunoterapia, tumori, vaccino

Vaccino universale contro il cancro: basta con il sensazionalismo

Schermata 2016-06-05 alle 18.07.41“Scoperto un vaccino universale contro il cancro”. Una notizia che farebbe sobbalzare chiunque dalla sedia, specialmente se quel chiunque ha un familiare che da tempo lotta contro un tumore. Eppure quella notizia è stata data, per la precisione la sera di mercoledì 1 giugno 2016. Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione o all’ennesima sparata di chi si occupa di “fare informazione”? Se non volete dilungarvi nella lettura di questo post ecco a voi la risposta: no, ad oggi non esiste nessun vaccino universale contro il cancro.

Il vaccino sviluppato da un gruppo di scienziati tedeschi –che non previene il cancro bensì lo attacca e dunque viene chiamato “vaccino terapeutico”- ha dimostrato essere efficace (studi effettuati sui topi e su 3 persone) in alcuni casi di melanoma agendo attraverso la stimolazione del sistema immunitario. Una strategia utilizzata da anni –l’immunoterapia- che oggi ha già portato sul mercato diversi farmaci in grado di cambiare la storia di diversi tumori. Non è un caso che proprio in questi giorni, al congresso ASCO -il più importante appuntamento nella lotta al cancro-, gli oncologi di tutto il mondo siano a discutere di immunoterapia.

La vera novità dello studio tedesco pubblicato su Nature è nella modalità con cui viene stimolato il sistema immunitario, teoricamente valido per qualunque tumore. Un approccio promettente –ancora in gran parte da valutare- che al momento è ancora ben lontano dall’essere considerato cura universale. Perché allora tutta questa enfasi per la notizia da parte dei media nostrani? L’interesse dei media per la vicenda è iniziato in mattinata quando le agenzie stampa (ANSA ecc…) hanno cominciato a divulgare sotto embargo (per i profani, si tratta di comunicare in anteprima ai giornali una news che uscirà ufficialmente qualche ora dopo) la notizia dal titolo “scoperto un vaccino universale contro il cancro”. Con un “lancio di agenzia” del genere le redazioni sono entrate in fibrillazione. Una notizia troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Purtroppo però, come sempre più spesso accade, il tempo per approfondire è sempre meno e la presenza di interna di giornalisti qualificati del settore è al minimo storico. Risultato? Alle ore 19, alla scadenza dell’embargo, telegiornali e siti web annunciavano la notizia “bomba”.

Prevedendo che sarebbe andata in questo modo ho provato a cercare sui media esteri traccia della notizia. In fondo una news del genere dovrebbe comparire su tutti i siti web del mondo. Ricerca vana, non una riga sul New York Times, qualche articolo che riporta la scoperta -giustamente- senza troppo sensazionalismo. La mattina seguente, il 2 giugno, stessa storia. Molti quotidiani hanno dedicato uno spazio in prima pagina alla notizia. Una delle poche eccezioni -tra i giornali cartacei- è Repubblica, a lei il merito di aver dedicato solo poche righe -senza richiamo in prima- raccontando la notizia per quella che è, un buono e promettente studio.

Credo che il primo compito di un giornalista che si occupa di salute sia quello di non creare facili illusioni in chi legge, specialmente se si scrive di patologie come il cancro. Per scrivere di salute occorre avere quelle competenze che ti consentano di contestualizzare ciò che stai raccontando. Finché dai notizia del nuovo laser che ti permetterà di non fare più la ceretta è un conto, per altri argomenti meglio lasciare perdere il sensazionalismo. Lo si faccia almeno per rispetto di chi oggi sta affrontando la malattia. La ricerca avanza per piccoli passi. Diffidare da chi vuol far credere che basti una soluzione semplice ad un problema molto complesso. Per quelle ci hanno già pensato Di Bella e Vannoni. Non mettiamoci ora anche noi giornalisti.

Per maggiori approfondimenti sulla notizia a questo link potete trovare un mio articolo, pubblicato da Fondazione Veronesi, in cui cerco di contestualizzare la notizia del “vaccino universale:

http://www.fondazioneveronesi.it/articoli/oncologia/vaccino-universale-contro-il-cancro-bufala-o-verita/

autismo, salute, vaccini

Vaccini e autismo: storia dell’ennesima non notizia

vaccino_bambinoLa presunta relazione tra somministrazione del vaccino trivalente e sviluppo dell’autismo è una bufala. Siamo stanchi di ripeterlo. Proprio per la complessità dei sintomi è difficile stabilire una vera e propria causa scatenante l’autismo. Mentre la ricerca procede per piccoli passi qualcuno ha pensato di risolvere la questione “autismo” con spiegazioni semplicistiche e prive di riscontro scientifico. E’ questo il caso di Andrew Wakefield, ex-medico inglese che in un controverso e poco chiaro studio del 1998 effettuato su 12 bambini mise in relazione alcuni disturbi intestinali associati all’autismo e il vaccino MPR (Morbillo, Parotite, Rosolia). Risultati palesemente falsificati – come dimostrato da un’inchiesta giornalistica – ritirati ufficialmente nel 2010 da The Lancet, la rivista che aveva pubblicato lo studio. Fine della storia.

Oggi, 1 giugno 2016, diversi quotidiani riportano la seguente notizia: «La Procura di Trani ha stabilito che non vi è correlazione tra l’autismo e la somministrazione del vaccino pediatrico trivalente non obbligatorio contro morbillo, parotite e rosolia». Il vero problema è che non siamo di fronte ad un pesce di aprile. C’è qualcuno che nelle calde e affollate aule di un tribunale italiano ha portato avanti per anni un’indagine inutile in partenza. Ma non è finita. Ringraziando il cielo che i solerti burocrati abbiano ribadito un’ovvietà, la procura -per farsi notare ulteriormente- sembrerebbe aver messo in discussione le modalità di accesso ai vaccini. Una tirata di orecchie all’Organizzazione Mondiale della Sanità in piena regola. La perla -spero si tratti di un errore- è la seguente: «prima di eseguire le vaccinazioni sembra razionale eseguire alcuni esami ematochimici nei soggetti a rischio e, in particolare, nei bambini piccoli, in modo da avere qualche elemento in più per capire se sono nella condizione di sopportare lo stress immunitario delle vaccinazioni senza rischi gravi per la salute».

Se fosse confermata questa presunta presa di posizione da parte dei consulenti (figura anche Giovanni Rezza dell’ISS) già mi immagino come verranno stravolte le notizie riguardanti i vaccini da oggi in poi. Con questa “uscita” gli “esperti” della procura hanno fornito un assist formidabile ai complottisti antivaccinisti vanificando, di fatto, il pronunciamento sulla bufala. L’equazione è molto semplice: «lo dicono anche i consulenti della procura, i vaccini possono essere pericolosi. Non tutti i bambini li sopportano». Non faccio questo mestiere da molti anni ma una cosa credo di averla imparata. Compito di chi si occupa di fare informazione è quello di filtrare e contestualizzare le notizie. Fornire degli strumenti affinché il lettore sia in grado di potersi fare un giudizio. La notizia della procura, in sé, può anche essere data raccontando però dell’assurdità dell’iter. Di certo non si tratta di una notizia da collocare in apertura di sito. La presunta tirata di orecchie (spero si tratti di un errore o di un mancato approfondimento) sulle inadeguate linee guida dell’OMS invece è da prendere e buttare nel cestino. Che un bambino debba essere valutato prima di accedere al vaccino è prassi consolidata (non a caso si rimanda la vaccinazione in caso di febbre o malattie in atto). Esami di screening non ne esistono. Ribadire questo concetto può anche avere senso tra gli addetti ai lavori ma, nel tritacarne del giornalismo copia-incolla, questa sfumatura rischia di non essere colta dal grande pubblico e l’equazione “i vaccini sono dannosi” è dietro l’angolo. Ecco perché le raccomandazioni dei consulenti non solo hanno poco senso (la valutazione del bambino già avviene) ma “buttate” sul giornale sono molto pericolose.

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Il rigore perfetto

dudekDomani a Milano si gioca la finale di Champions League. Ripropongo qui un mio vecchio articolo del 2010… non si sa mai che finisca ai rigori.

“Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…”

L’abbiamo riconosciuta tutti, è un pezzo di una canzone “storica” di De Gregori, “La leva calcistica della classe ’68”. Di questi tempi, complici i Mondiali di calcio in Sudafrica, torna più che mai di moda parlare di questo affascinante quanto insidioso gesto calcistico. Gyan, il nome ricorda qualcosa? Nessuno avrebbe voluto ritrovarsi nei suoi panni. All’ultimo secondo della partita aveva l’occasione di portare, per la prima volta al mondo, una squadra africana in semifinale mondiale. Tutti gli occhi di un continente erano su di lui. Il pallone pesava come un macigno.
Se trasformava il rigore sarebbe diventato un idolo nazionale, se l’avesse sbagliato invece… beh, è meglio non pensarci. L’esito lo conosciamo tutti, il rigore è stato calciato sulla traversa e ancora oggi il povero giocatore non si dà pace. Eppure, nella stessa partita, Gyan un penalty l’ha trasformato subito dopo. Peccato però che non fosse più decisivo. Rimane comunque il “coraggio” con cui è stato in grado di rialzarsi e provare nuovamente. In fondo, tutti noi vorremmo sempre una seconda possibilità quando sbagliamo.

Ma è veramente così difficile tirare un calcio di rigore? Cosa ci vuole a far passare un oggetto di poco più di 20 centimetri di diametro per una porta che misura una larghezza di 7 metri e 32 centimetri per un’altezza di 2 metri e 44 centimetri? Anzi, per volerla fare ancor più facile, cosa ci vuole a farla passare in ben 17,86 metri quadrati? Perché tutti questi numeri? C’entra qualcosa la scienza con il calcio? La risposta è sì, e addirittura ci sono scienziati che si occupano di studiare come si tira un calcio di rigore. In particolare, è stata creata la formula per tirare il calcio di rigore perfetto, quella che ogni attaccante vorrebbe usare per non finire come il povero Gyan. Cerchiamo allora di capire come. In fondo ci può tornare sempre utile, fosse anche nel più sconosciuto torneo aziendale!

Chi si è preso l’impegno dello studio è Tim Cable della John Moores University di Liverpool. Il suo gruppo di ricerca ha studiato ore e ore di filmati ad alta definizione relativi ai calci di rigore per trovare la formula per il tiro imparabile. Vi risparmio le formule matematiche. Secondo Cable, uno dei punti fondamentali del rigore perfetto è la velocità da imprimere al pallone. Deve essere di almeno 105 chilometri orari. Scordatevi dunque un “cucchiaio” alla Totti. Per raggiungere una simile velocità occorrono almeno 5-6 passi prima di raggiungere il pallone. Inoltre, bisogna fare attenzione a come si colpisce la palla rispetto alla corsa, non superando l’angolo di tiro di più di 20-30 gradi. E non è finita qui. Se siete riusciti a fare queste due cose, ora arriva la parte più difficile. Il pallone deve essere calciato in un punto preciso, a mezzo metro di distanza tra la traversa e il palo.

Semplice vero? La formula è dunque fatta. Rispettando queste indicazioni sarete sicuri di segnare. Ma il portiere che fine ha fatto? Nessun problema, lui è quello che più di tutti parte svantaggiato. Facendo un paio di calcoli, possiamo dire con buona probabilità che il “malcapitato” riesce a coprire il 72% della superficie di porta. Il restante 28% resta libero. Se tiriamo li dentro il gioco è fatto.
Da quanto abbiamo potuto capire sembra facile realizzare un gol su calcio di rigore. Forse Gyan non aveva studiato abbastanza le indicazioni del professor Cable. O forse l’equazione non ha tenuto conto di un piccola variabile: la paura. Quella che ha anche Nino, il protagonista della canzone di De Gregori.

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Zika: no, non è il nuovo virus Ebola

zikaaaaDa qualche settimana nella sezione salute dei principali organi d’informazione non si parla d’altro che del virus Zika. I toni e le foto utilizzate, purtroppo, sono volutamente allarmistici. Comprendo che dopo l’esperienza di Ebola sia vietato abbassare la guardia ma francamente, l’enfasi con cui viene data notizia dell’imminente pandemia di Zika con titoloni in prima pagina, la giudico assolutamente fuori luogo.

Partiamo dai fatti: nei mesi scorsi nel nord del Brasile si è verificata un’impennata di casi di microcefalia nei neonati, una patologia caratterizzata dallo scarso sviluppo del cranio (3500 accertati, un numero ampiamente superiore a quello che si verifica mediamente). Analizzando il fluido cerebrospinale di alcuni bambini che non sono sopravvissuti alla malattia gli scienziati hanno scoperto la presenza del virus Zika. Da qui l’assunto che il virus sia una possibile causa della malformazione. Partendo da questo presunto legame l’Organizzazione Mondiale della Sanità è arrivata a consigliare a chi vive o viaggia nelle zone a rischio di posticipare o evitare una possibile gravidanza.

A giudicare però da quel che si legge sembra che a breve saremo tutti in pericolo. “Zika: diffusione esplosiva” è solo uno dei tanti titoli allarmistici. Come stanno realmente le cose? Provo a spiegarlo qui in 5 punti più uno:

Zika è una malattia paragonabile ad un’influenza. In circa un quarto dei contagi la malattia è totalmente asintomatica. Nei restanti i sintomi sono febbre, debolezza, dolori muscolari, congiuntivite e rush cutaneo e si risolvono generalmente tra i 2 e i 7 giorni. Fare diagnosi è molto difficile. Proprio per la sovrapposizione con i sintomi influenzali l’effettiva presenza del virus può essere verificata con una PCR, un esame volto a decodificare l’RNA del virus.

Zika si trasmette attraverso le punture di zanzara. Ecco perché in Europa le possibilità che si espanda sono prossime allo zero. Se Ebola non si è diffusa in Europa –il pericoloso virus si trasmette per contatto diretto con i fluidi corporei- le probabilità che lo faccia Zika sono nettamente inferiori. Per dovere di cronaca dobbiamo dire che Zika può anche diffondersi per contatto diretto con il sangue infetto e –i casi documentati sono rarissimi- per via sessuale.

Il legame tra Zika e microcefalia è tutto da accertare. I dati per ora provengono dal Brasile ma la raccolta approssimativa lascia qualche dubbio (più informazioni qui su Nature). Per fare diagnosi certa, come spiegavo precedentemente, occorre uno specifico esame di laboratorio. Nei giorni scorsi è stato pubblicato uno studio su 35 casi di microcefalia in cui si afferma che Zika potrebbe essere la causa. Lo studio però contiene un errore di fondo: non viene ricercata la presenza del virus tramite PCR e si da per scontato che le madri abbiano contratto Zika sulla base di un generico rush cutaneo, sintomo sovrapponibile ad altri tipi di patologie presenti in quell’area.

Le donne in gravidanza devono stare attente a qualsiasi virus, non solo Zika. Contrarre l’influenza durante i 9 mesi non è affatto come se il bimbo non ci fosse. L’OMS consiglia alle future mamme –nel secondo e terzo trimestre di gravidanza- di sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale. Al momento non c’è nessuna evidenza che la presenza del virus danneggi il feto ma recentissimi studi, per ora realizzati in modello animale, affermano che una forte infiammazione conseguente ad uno stato influenzale sia in grado di danneggiare lo sviluppo cerebrale del nascituro (epilessia, autismo).

In Brasile alcune persone sono morte (27 casi sospetti, 4 confermati) per l’influenza suina H1N1. Non ho visto titoli allarmistici su questo virus che può arrivare facilmente con un aereo direttamente all’aeroporto di Malpensa.

Riassumendo: Zika è da tenere sotto controllo ma ci sono ancora molti punti da chiarire. A preoccupare, qualora fosse confermato il legame, sono le donne incinta ed è su di loro che si deve concentrare la strategia di prevenzione.

L’ultimo punto (il più uno dei cinque) riguarda i complottisti. Uno dei commenti alla vicenda che ho letto su Facebook è il seguente: “Solito allarmismo. Tutto inventato come Ebola per far vendere più vaccini”. Sarò sintetico: il vaccino per Ebola è arrivato troppo tardi, quello per Zika non esiste. Il fatturato di BigPharma relativo ai vaccini è nulla rispetto ad altri farmaci. Quanto all’invenzione di Ebola invito il signore che ha scritto quel commento a chiedere alle madri dov’è quel figlio che hanno perso a causa del virus. Magari è inventato anche quello.