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Ritmi circadiani premiati con il Nobel

Quest’anno i vincitori del premio Nobel per la medicina sono Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash and Michael W. Young. A loro il merito di aver scoperto i meccanismi molecolari che regolano i ritmi circadiani. Che cosa significa tutto ciò? Qual è stato l’impatto di queste scoperte? Ecco qualche articolo per capirne di più:

Regolazione dei ritmi circadiani: ecco il Nobel per la medicina 2017 (Fondazione Umberto Veronesi)

Un raggio di luce per sconfiggere il jet-lag (La Stampa)

Ecco perché ci si ammala di notte (Fondazione Umberto Veronesi)

 

 

 

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cure alternative, cure complementari, omeopatia

L’omeopatia non è una cura. Punto. Con buona pace di Boiron

L’omeopatia non è un approccio terapeutico validato scientificamente. L’articolo si potrebbe concludere qui. Decido invece di continuare a scrivere perché questa volta ci è scappato il morto. Si tratta di un bambino di 6 anni deceduto per le complicanze di un’otite non curata per giorni, nemmeno -così dicono- con una tachipirina.

ACQUA ZUCCHERATA

Mettiamo subito le cose in chiaro: di otite si guarisce perfettamente e il caso del piccolo rappresenta un’eccezione. Caso che però, se trattato adeguatamente con una terapia antibiotica, poteva essere facilmente superato. La sua “colpa” è stata quella di fidarsi del “medico pediatra” di turno grande fan dell’acqua zuccherata. Perché è di questo che si tratta. Il vero problema però è che di “medici” e “farmacisti” che consigliano prodotti omeopatici -non li chiamo farmaci volutamente- ce ne sono parecchi.

OMEOPATIA EFFICACE QUANTO UN PLACEBO

Il meccanismo con cui si propaga il verbo dell’omeopatia è molto semplice. “La figlia della mia amica ha risolto così”. “Dite quello che volete ma su di me ha funzionato”. “In fondo male non fa, perché non provare?”. Frasi tutte potenzialmente vere che non tengono però conto di un dato fondamentale: la scienza non procede per aneddoti. Ad ogni affermazione deve seguire un dato che ne dimostri la veridicità.

Ad oggi non esiste alcuna prova che l’omeopatia agisca più di quando lo faccia un placebo. Non si tratta di una crociata di Big Pharma contro i buoni. E’ che proprio dentro quei flaconi, con questa storia delle diluizioni, spesso non c’è la minima traccia del “principio attivo”. “Ma c’è la memoria dell’acqua!”, qualcuno potrà obiettare. No, la memoria dell’acqua non esiste altrimenti, tutte le volte che beviamo qualcosa ci porteremmo dietro di tutto. Attenzione però a fare di tutte le erbe un fascio. Oggi, prodotti di derivazione vegetale usati in farmacologia, ce ne sono parecchi. Ma qui siamo di fronte alla fitoterapia, una scienza a tutti gli effetti che nulla ha a che vedere con l’omeopatia.

CORRELAZIONE NON SIGNIFICA CAUSA

Se qualcuno afferma che con l’omeopatia è guarito dal mal di denti o dall’otite è semplicemente perché il corpo -macchina meravigliosa- cerca di riportare tutto all’equilibrio. Così chi ha bevuto il prodotto sarà convinto di aver risolto grazie ad esso ma il problema in tutta probabilità si sarebbe risolto comunque. Se volessimo ragionare “per assurdo”, qualsiasi cosa di diverso dalla normale routine io abbia fatto quel giorno potrebbe essere considerata cura. Basta questo per dimostrare il legame causa-effetto? Decisamente troppo poco.

FARE IL GIORNALISTA IMPLICA FILTRARE LE NOTIZIE

Un altro errore è considerare l’omeopatia una “cura complementare”. Non lo è affatto per gli stessi motivi del perché non è una cura. Ma è proprio sulle “cure complementari” che si gioca la partita. Diffidare sempre da chi afferma “credo nella medicina, però…”. Oggi Corriere della Sera ha deciso -sciaguratamente, a commento della vicenda del bimbo morto- di ospitare un’intervista a Boiron, proprietario dell’omonimo impero che commercializza prodotti omeopatici. Nel pezzo a firma della giornalista Elvira Serra Boiron afferma “prendo antibiotici e li do anche ai miei figli” a riprova che lui non è contrario ai farmaci. Nell’articolo però -senza un minimo di senso critico- snocciola inesattezze su inesattezze con l’obiettivo di “rigirare la frittata”. “E’ importante scegliere un buon medico”, “l’omeopatia è complementare alle altre cure”, “L’omeopatia è frutto di ricerca farmacologica” e “quante persone muoiono dopo aver assunto un farmaco?” sono solo alcune delle assurdità. Credo che il compito del giornalista sia la ricerca della verità e offrire al lettore gli strumenti per farsi un’opinione. Corriere oggi ha perso una grande occasione. Costava troppo affiancare alle dichiarazioni di Boiron un articolo sull’infondatezza scientifica dell’omeopatia? Fare il giornalista significa selezionare e filtrare le informazioni. Capacità sempre più rara nell’era del giornalismo copia e incolla.

Intanto però, mentre l’industria farmaceutica per immettere sul mercato un farmaco ha bisogno di “tonnellate” di prove, un prodotto omeopatico può sbarcare sul bancone senza grandi controlli. In fondo sul flacone c’è scritto “senza indicazioni terapeutiche approvate”. Ma forse a Boiron va bene così altrimenti -a dover produrre prove- non gli rimarrebbe che il mercato della vendita delle acque minerali.

biopsia liquida, diagnosi precoce, giornalismo, iset, lotta al cancro

Il cancro è una cosa seria. Iset, l’analisi del sangue per trovare i tumori, un po’ meno

Oggi nessun esame del sangue può essere utilizzato per fare diagnosi precoce di cancro. Non ci riesce Iset e non ci riescono la miriade di test simili messi a punto nei laboratori di mezzo mondo. Eppure da diverse settimane in molti organi di informazione (“Otto e mezzo” su La7, “Corriere della Sera” e “Porta a Porta” in Rai) non si fa altro che parlare della miracolosa tecnica Iset (Isolation by Tumor Size), messa a punto dall’oncologa italo-francese Patrizia Paterlini-Bréchot, che consentirebbe si scovare la presenza di un tumore attraverso un semplice esame del sangue. Un’esposizione mediatica non indifferente che ha sortito diversi effetti come, ad esempio, la nascita di petizioni online che chiedono al Ministero di poter erogare gratuitamente il test per ogni cittadino.

ISET, UN TEST “VECCHIO” ANCORA DA VALIDARE

Scoperta rivoluzionaria o abile mossa di marketing? Decisamente la seconda. Tutto questo interesse da parte dei “giornalisti” nasce essenzialmente dal fatto che l’oncologa italo-francese ha appena pubblicato con Mondadori il libro “Uccidere il cancro“. Un volume in cui narra la sua storia e, in particolare, come grazie al suo test potremo arrivare a diagnosticare il cancro con largo anticipo grazie ad un semplice prelievo di sangue. Il concetto che emerge prepotentemente nel libro è il seguente: Iset è in grado di individuare la presenza di cellule tumorali all’interno del sangue addirittura diversi anni prima che il tumore sia visibile con le attuali tecniche diagnostiche. Un messaggio che non è assolutamente supportato da evidenze scientifiche. Non solo, andando a ben vedere Iset pare essere una tecnica già vecchia, con dei forti limiti, e molto poco utile rispetto ad alcuni test oggi in sperimentazione. Ecco i 3 principali limiti della tecnica (non infieriamo sul fatto che ad oggi c’è solo un ristretto studio francese che da ragione della tecnica. Un po’ poco per spacciare il metodo come ciò che ci salverà dai tumori):

Iset pur isolando cellule cancerose circolanti non ci dà nessuna informazione sull’origine e sulle caratteristiche del tumore. Caratteristiche che andrebbero comunque indagate in un secondo momento attraverso altre analisi specifiche

La presenza di cellule cancerose nel sangue non significa che c’è per forza un tumore. Il nostro sistema immunitario infatti può fermare sul nascere la presenza di eventuali cellule anomale. Non solo, proprio grazie ad esso non tutte le cellule tumorali danno per forza origine a metastasi in quanto vengono eliminate prima che possano invadere altri tessuti

Molto spesso quando si arriva ad ad avere cellule tumorali circolanti nel sangue significa che il tumore ha raggiunto una massa tale da poter essere individuato attraverso tecniche diagnostiche quali TAC, ecografia e risonanza magnetica

LE ANALISI DEL SANGUE SERVONO A MONITORARE IL CANCRO, NON A DIAGNOSTICARLO

A scanso di equivoci: Iset non è una truffa. E’ una tecnica di tutto rispetto che però è ferma al 2000. Oggi grazie ad un prelievo di sangue non si va più a cercare grossolanamente una cellula tumorale bensì i suoi biomarcatori (Dna, microRNA ecc…), ovvero le sostanze che il tumore rilascia. Molecole che ci dicono in maniera molto precisa quale tumore abbiamo davanti. La cosiddetta “biopsia liquida” Tecniche ancora in via sperimentale che però già ora possono essere sfruttate per monitorare l’evoluzione del tumore e la risposta alle terapie (qui, se volete approfondire).

GIORNALISTA SCIENTIFICO CHI?

Cosa imparare dunque da tutta questa vicenda? Che lotta ai tumori non la si fa pubblicando libri. Che se una tecnica o una cura è realmente rivoluzionaria non ha eco solo in Italia ma dovrebbe stare su tutti i quotidiani del mondo.  Che basta avere un abile ufficio marketing. Che oggi più che mai il giornalismo è morto. Sì, proprio quest’ultima affermazione è la più vera: perché si decide di dare spazio a notizie del genere senza offrire una chiave di lettura critica? Oggi editori e direttori dei giornali dovrebbero essere maggiormente consapevoli della pericolosità di certe informazioni errate in ambito di salute. Informazioni distorte che non vengono affatto pubblicate da “siti alternativi” ma che trovano spazio su testate che avrebbero il compito di offrire al lettore un’informazione seria, certa, verificata e contestualizzata. Un’informazione che dovrebbe essere fatta da chi ha competenza in materia e non dal primo che è di turno in redazione.

OGGI GLI ESAMI DI ROUTINE CI SALVANO LA VITA

Dire che attraverso un test del sangue è possibile fare diagnosi precoce di tumore è un’affermazione molto pericolosa. Oltre essere un’utopia questa “sparata” rischia di far passare in secondo piano importanti esami già oggi fondamentali per individuare un tumore. Andate a dirlo a chi oggi si è salvato grazie ad una mammografia, ad un controllo dei nei, ad una colonscopia… Nella scienza diffidiamo sempre da chi propone soluzioni semplici a problemi complessi. Il cancro è uno di questi.

antivirali, epatite c, Uncategorized

Epatite C: eradicazione possibile per il 2030 grazie ai nuovi farmaci antivirali

Nella storia della medicina una delle modalità vincenti per eradicare una malattia infettiva è la prevenzione del contagio attraverso l’utilizzo di un vaccino. L’epatite C invece rappresenta un’eccezione: grazie ai nuovi farmaci antivirali ad azione diretta il virus può essere eliminato nella maggior parte dei casi. Un successo mai registrato prima nella storia della malattia che ha indotto l’Organizzazione Mondiale della Sanità -come è stato più volte ribadito all’International Liver Congress da poco conclusosi ad Amsterdam- a dichiarare l’obiettivo eradicazione entro il 2030. Un traguardo ambizioso ma possibile vista la straordinaria potenza delle nuove molecole sbarcate sul mercato.

Epatite C: non è solo questione di fegato

«L’epatite C -spiega la professoressa Gloria Taliani, Ordinario di malattie infettive presso l’Università La Sapienza di Roma- è una malattia del fegato causata dal virus HCV. La sua presenza è in grado di scatenare una reazione immunitaria che, a lungo termine, danneggia in maniera irreversibile l’organo portando a cirrosi e carcinoma epatico». Nel nostro Paese si stima che il 60% dei mille e più trapianti di fegato che si effettuano ogni anno siano causati dal virus C. Attenzione però a pensare che la malattia sia esclusiva del fegato. «L’epatite C -continua l’esperta- è una malattia sistemica a tutti gli effetti e chi ne soffre con il tempo va incontro a diabete, insufficienza renale e malattie cardiovascolari». Ecco perché eliminare il virus è di fondamentale importanza per lo stato di salute di chi è affetto dalla patologia.

Oggi con gli antivirali diretti il virus si elimina nel 97% dei casi

Sino a pochi anni fa la cura principe per l’epatite C era rappresentata dalla somministrazione di interferone e ribavirina, molecole che avevano successo in meno della metà dei casi e che si associavano a pesanti effetti collaterali che spesso costringevano medico e malato a sospendere la terapia. Oggi invece la situazione è radicalmente cambiata: «grazie allo sviluppo di antivirali ad azione diretta capaci di agire sui molteplici meccanismi che il virus mette in atto per replicarsi, è possibile curare definitivamente la malattia nella quasi totalità dei casi. Percentuali di successo, ottenibili in sole 12 settimane e in alcuni casi anche in 8, che si aggirano mediamente intorno al 97%. Uno scenario impensabile sino a meno di dieci anni fa» spiega il professor Antonio Craxì, ordinario in gastroenterologia all’Università degli Studi di Palermo. Guarigioni che nei casi più gravi significa poter evitare di ricorrere al trapianto di fegato.

Efficacia degli antivirali dimostrata anche al di fuori degli studi clinici

Dopo un periodo relativamente breve di sperimentazione di queste nuove molecole oggi nel nostro Paese sono già diverse le formulazioni utili a trattare i malati al di fuori dei trials clinici. Tra le ultime approvate da AIFA c’è la combinazione elbasvir/grazoprevir (sviluppata da MSD). L’attesa sulla bontà di queste due molecole era grande poiché gli ottimi risultati ottenuti nelle sperimentazioni non per forza sono garanzia di successo nella popolazione non selezionata. «Oggi -continua Craxì- i dati in real life relativi a questa combinazione ci dicono che gli antivirali funzionano e hanno percentuali di efficacia pari e in alcuni casi addirittura superiori rispetto agli studi registrativi». Un risultato importante, presentato al congresso olandese, in linea con altri dati real life di altre molecole.

Ora bisogna agire contro il genotipo 3

Attenzione però a cantare vittoria. Che fare nei rari casi in cui la persona fallisce la cura per lo sviluppo di una resistenza? Come trattare “varianti” del virus difficili da eliminare come ad esempio il genotipo 3? «In questi casi è fondamentale che la ricerca continui al fine di individuare nuovi possibili bersagli per mettere fuori gioco il virus» conclude Craxì. A tal proposito al congresso sono stati presentati alcuni importanti dati relativi alle molecole glecaprevir/pibrentasvir (sviluppate da AbbVie). La combinazione, attiva su tutti i genotipi virali di epatite C, si è dimostrata efficace in sole 8 settimane nel 95% dei casi degli individui affetti da genotipo 3. Cure dunque sempre più mirate e brevi. Un ulteriore passo avanti nella strada che porterà all’eradicazione dell’epatite C.

(Articolo pubblicato su La Stampa, 3 maggio 2017)

giornalismo

Fake news: alle volte smontare le bufale è controproducente

Anno 2015. Iniziano ad essere pubblicati i primi studi di Walter Quattrociocchi dell’IMT di Lucca sulle dinamiche social e la non utilità -in alcuni casi- del debunking. Propongo più volte ai quotidiani un articolo, me lo fanno scrivere ma non verrà mai pubblicato. Troppo settoriale? Di poco interesse? Oggi ne parlano tutti, Walter è intervistato da mezzo mondo e ora -con grande merito- esce sul numero di aprile di Scientific American. Qui il testo originale che mai vide la luce… la vide, in forma rimaneggiata, sul sito di Fondazione Veronesi

Poco importa l’origine, l’importante è che siano bufale. L’utente web complottista per eccellenza vuole solo quelle e ogni tentativo che cerchi di smontarle -in inglese “debunking”- risulta essere vano. Anzi, il più delle volte non fa altro che peggiorare la situazione. E’ questa, in estrema sintesi, la situazione che emerge da diverse analisi del comportamento sul web realizzate dall’IMT Institute for Advanced Studies di Lucca, centro di eccellenza mondiale nello studio delle dinamiche dei fenomeni web.

Come spiega il dottor Walter Quattrociocchi, uno degli scienziati dell’IMT, «Di bufale su internet ce ne sono a migliaia. Studiando le principali abbiamo individuato fondamentalmente quattro categorie di appartenenza: quelle geopolitiche, quelle sul clima, sulla salute ed infine quelle relative alle diete». Indipendentemente dalla tipologia tutte queste false informazioni complottiste originano dalla difficoltà dell’uomo di spiegare in maniera razionale alcuni processi che implicano analisi approfondite. Tra le più famose c’è sicuramente quella delle scie chimiche provocate dagli aerei che, con il loro scarico, immetterebbero nell’atmosfera molecole in grado di condizionare il clima. Non solo, dalla bufala originale ne sono nate diverse dove addirittura si teorizza che il rilascio di queste sostanze è capace di agire a livello cerebrale condizionando le scelte delle persone.

Tra quelle geopolitiche invece particolarmente gettonata -anche grazie ad un deputato grillino che in un’intervista ha messo in guarda il mondo dall’imminente pericolo- c’è quella del chip obbligatorio impiantato sottopelle. Un dispositivo creato appositamente dal Nuovo ordine mondiale per controllare costantemente i popoli. Non va però di certo meglio per le bufale relative alla salute. Se le precedenti fanno quasi sorridere quelle relative al campo medico sono assai pericolose: dal vaccino che causa l’autismo al cancro che si cura con il bicarbonato le bufale di “salute” hanno già causato seri danni.

«Il vero problema -continua Quattrociocchi- è che una bufala tira l’altra». Analizzando il comportamento degli utenti su Facebook gli scienziati dell’IMT hanno scoperto che i fruitori di “informazione alternativa” sono fortemente polarizzati. I pattern di comportamento, in particolare i “mi piace” e i commenti ai post, sono sempre sostanzialmente gli stessi indipendentemente dalla bufala in questione. «Nel nostro ultimo studio abbiamo confermato quanto osservato qualche mese fa: analizzando oltre 55 milioni di utenti e 50 mila post ciò che è parso particolarmente evidente è che l’utente complottista vive all’interno di una propria narrazione della realtà che lo porta a selezionare solo le informazione che confermano la propria visione» spiega l’esperto.  Un modo di informarsi che porta i complottisti a formare un vero e proprio blocco granitico impermeabile a qualsiasi tentativo di debunking. Non solo, essendo così polarizzati gli utenti si danno man forte aumentando così la convinzione della veridicità della bufala.

Il mondo esterno, quello che tenta faticosamente di dare ragione di ciò che accade, viene totalmente ignorato. La conferma arriva proprio dall’ultimo studio dei ricercatori italiani. In virtù della così forte polarizzazione e tendenza ad informarsi su siti inaffidabili, su oltre 15 milioni di utenti complottisti solamente quattromila vengono raggiunti da post di debunking in cui la bufala viene smontata pezzo per pezzo. Un risultato scoraggiante a cui se ne aggiunge un altro: «per il complottista l’attività di debunking porta ad un rafforzamento della propria convinzione, il cosiddetto “confirmation bias”. Quando c’è debunking abbiamo misurato un raddoppio dei “mi piace” sui post complottisti. Un chiaro segno che questa attività peggiora la situazione» conclude Quattrociocchi.

Come uscire dunque da questo stato di impasse? La soluzione per ora non sembra essere nemmeno all’orizzonte. Google da tempo è al lavoro nel tentativo di creare un algoritmo di ricerca capace di discriminare contenuti affidabili da quelli privi di qualsiasi fondamento. Anche Facebook attraverso alcuni esperimenti in un gruppo selezionato di utenti starebbe cercando di porre un freno alla diffusione delle bufale. Tentativi sterili perchè in fondo, di fronte al “confirmation bias”, c’è poco da fare. Cerco e leggo ciò che voglio sentirmi dire. Il web ha solo amplificato il fenomeno.

 

antivirali, epatite c, sistema sanitario nazionale

Epatite C: voglio subito il farmaco

iStock_000014040085XSmallVoglio tutto e subito -almeno nel nostro attuale Sistema Sanitario Nazionale– è una pretesa che non sempre può e deve essere esaudita. Negli ultimi mesi su molti quotidiani italiani abbiamo letto le storie di diverse persone affette da epatite C in cui si racconta di “viaggi della speranza” in India dove poter acquistare il tanto agognato farmaco. Il tutto condito dalla denuncia sul fatto che il nostro stato non fa nulla per curare le persone. Non solo, è di pochi giorni fa la notizia che una di queste persone abbia chiesto ufficialmente al Ministero il rimborso di oltre 40 mila euro per danni materiali e morali.

Purtroppo queste vicende spesso vengono raccontate tralasciando completamente l’approfondimento da un punto di vista medico in favore della sola “denuncia” sociale. Un modo di rappresentare la realtà che non può fare altro che allontanare ancora di più le persone dalle istituzioni. Per comprendere questo concetto occorre però riassumere brevemente di cosa stiamo parlando.

Da alcuni anni a questa parte la ricerca scientifica ha finalmente prodotto dei farmaci in grado di eradicare definitivamente il virus dell’epatite C. Una vera e propria pietra miliare in quanto per decenni le cure funzionavano –spesso con pesanti effetti collaterali- in meno della metà dei casi. Oggi, grazie alle terapie antivirali, il virus può essere eliminato per sempre in poche settimane. Il fatto di poter cancellare l’infezione è fondamentale perché con il passare del tempo l’epatite C porta ad una sempre più ridotta funzionalità epatica le cui conseguenze sono la cirrosi e i tumori al fegato. Non è un caso che questa infezione sia la principale causa di trapianto di fegato nel mondo.

Il primo farmaco a sbarcare sul mercato è stato quello della casa farmaceutica Gilead. A seguire, nel giro di poco tempo, è stato il turno di molte altre pharma. Il vero neo di tutta questa vicenda risiede nel prezzo elevato di queste molecole. Prezzo purtroppo frutto di una sciagurata mossa di Gilead che, sparando alto, ha di fatto condizionato il mercato.

Di fronte a certi prezzi i diversi stati hanno dovuto prendere delle scelte. Per quanto riguarda l’Italia AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, ha stabilito di curare prima i pazienti più gravi scelti sulla base di 7 criteri. Una decisione che ha fatto storcere il naso a diversi addetti ai lavori e a molti pazienti che non hanno potuto accedere immediatamente alle cure. Ma è proprio quest’ultimo punto il vero centro della questione: quando le risorse sono limitate occorre fare delle scelte. Il virus dell’epatite C progredisce lentamente e il buon senso vuole che i primi ad essere curati debbano essere le persone con un quadro clinico grave. In molti casi di malattia all’esordio non cambia molto intervenire subito o aspettare qualche tempo.

Ad oggi questa scelta –che personalmente considero lungimirante- sta premiando. Al 13 febbraio sono 67.638 le persone curate gratuitamente. Ora siamo in procinto di uscire da questa prima fase di urgenza e AIFA dovrà necessariamente rivedere le regole. La possibilità di ritardare l’inizio della terapia potrebbe essere una strategia terapeutica che ha l’obiettivo di garantire un accesso graduale alle cure trattando i pazienti prima che sviluppino un quadro clinico grave. La speranza è che nel futuro il paziente venga valutato sia in base al rischio clinico specifico per l’epatite C ma anche a fronte di tutta una serie di fattori concomitanti quali comorbidità, obesità, ipertensione, diabete, ma anche al suo profilo psicologico e sociale che ci permette di capire se il paziente è in grado di attendere l’inizio della terapia. Ovviamente si spera anche nel ribasso dei prezzi. Più farmaci saranno disponibili e più in virtù della concorrenza i prezzi scenderanno.

La realtà è molto più complicata di quanto si pensi. Voglio tutto e subito, sia in una famiglia sia in uno Stato da 60 milioni di abitanti, non può funzionare. Da questa vicenda però possiamo trarre un ulteriore insegnamento. Noi abbiamo bisogno dei farmaci così come Big Pharma ha bisogno di poterli vendere. La mala gestione del prezzo iniziale dovrebbe indurre tutti ad una seria riflessione su come vengono stabiliti i prezzi.  Non è solo questione di epatite. Nel periodo compreso tra il 2009 e il 2013 l’FDA ha approvato l’immissione sul mercato di 51 nuove molecole antitumorali utili per 63 diverse indicazioni di malattia. L’elevato costo di questi farmaci –come dimostrato in uno studio pubblicato da Jama Oncology- non tiene però realmente conto della loro innovatività, efficacia e volume d’utilizzo. Ecco perché se da un lato è utile ricordare ai pazienti che occorre dover aspettare (parlo del caso specifico di epatite C, chi è grave viene già curato), dall’altro chi decide i prezzi dovrebbe farlo con molto più criterio.

cannabis, dolore cronico, marijuana, sclerosi multipla

Cannabis: per quali malattie è indicata?

canE’ possibile curarsi trovando anche piacere nell’assumere un farmaco? Secondo alcuni sostenitori dell’utilizzo della cannabis la risposta è affermativa. Che sia vero o meno nel dibattito sul reale utilizzo della marijuana a scopo terapeutico occorre innanzitutto una precisazione: «la cannabis che viene acquistata e fumata illegalmente nulla ha a che vedere con quella utilizzata come medicinale. Quest’ultima infatti ha una composizione e un metodo di somministrazione ben differente dalla prima e attualmente, a causa della poca ricerca, non sono molte le patologie nelle quali si è dimostrata efficace» spiega il dottor Vittorio Guardamagna, direttore della Divisione di Cure Palliative e Terapia del Dolore presso l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

Ma perché tutto questo interesse verso la cannabis come farmaco? Il segreto è racchiuso nelle infiorescenze della pianta: all’interno di esse vi è un complesso di molecole che agiscono principalmente a livello del sistema nervoso centrale e periferico. Le più note sono THC e CBD. Il THC è responsabile dell’effetto farmacologico, il CBD ne tampona l’azione psicotropa. La prima compete con la seconda e l’effetto principale è di tipo analgesico e rilassante. Ciò avviene perché le principali sostanze contenute nella marijuana interagiscono con i recettori endocannabinoidi, particolari proteine responsabili della regolazione di dolore, appetito, umore e memoria. Fondamentale è il fine bilanciamento nella composizione dei due principi attivi e la presenza di  altre molecole capaci di migliorare il legame di THC e CBD ai propri recettori.

Ad oggi sono solamente cinque i farmaci a base di cannabis legalmente autorizzati al commercio. «La somministrazione di questi -continua l’esperto- avviene principalmente nelle persone sottoposte a chemioterapia. Numerosi studi indicano infatti che la cannabis può essere utilizzata nel controllo di nausea, vomito ed appetito, disturbi tipici di chi sta affrontando le cure. Accanto a questo utilizzo, sempre confermato da parziale letteratura medica, la cannabis può essere utilizzata nel trattamento del dolore cronico. Inoltre, nonostante l’assenza di studi che ne dimostrino la reale efficacia, la marijuana viene utilizzata nella gestione del dolore in chi soffre di sclerosi multipla e sindrome di Tourette. Studi preliminari stanno infine valutandone l’utilizzo nell’ambito della fibromialgia, una patologia cronica di difficile cura che affligge migliaia di pazienti in Italia ed in Europa». Diverso è il discorso del Sativex, un farmaco contenente solo ed esclusivamente THC e CBD ed utilizzato nella sclerosi multipla, utile a controllare gli spasmi muscolari ma non il dolore.

L’interesse verso questa pianta come medicinale è nato alcuni decenni fa dall’esperienza diretta dei consumatori che ne facevano uso per lenire il dolore. Un’iniziativa “dal basso” che ha portato sempre più numerosi gruppi di ricerca a studiarne gli effetti. La cannabis reperibile attraverso vie alternative –e dunque non sottoposte ad un controllo delle caratteristiche all’interno della filiera produttiva- non  è detto che sia priva dell’effetto terapeutico. Il segreto è la qualità della pianta e la via di somministrazione. «Preparati da inserire negli alimenti, cartine riempite per ottenere infusi e il classico spinello in realtà, nonostante siano le modalità di assunzione più gettonate, disperdono una quantità notevoli di molecole» spiega Guardamagna. La ragione è puramente chimico-fisica: i cannabinoidi per esplicare la loro azione devono essere attivati passando per una reazione chimica chiamata “decarbossilazione”. Si tratta di una reazione che avviene quando le molecole sono sottoposte ad alte temperature, ben oltre i 100 gradi. Partendo da questo presupposto il miglior metodo di assunzione per utilizzare la cannabis terapeutica massimizzandone l’effetto rimane l’estratto in olio.

Attualmente tutta la cannabis in commercio come farmaco è prodotta dall’azienda olandese Bedrocan. Da gennaio sul mercato saranno disponibili i primi prodotti realizzati dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze. Il prezzo medio per grammo di prodotto è di 25-30 euro. Quanto all’accesso, purtroppo, la situazione rimane a macchia di leopardo: alcune Regioni rimborsano interamente il prodotto per alcune specifiche patologie, altre non prevedono alcun contributo. «Come fu per gli oppioidi, prima visti con sospetto e oggi ampiamente commercializzati, credo che la cannabis terapeutica sarà sempre più usata. La ricerca su questi composti è poco più che all’anno zero e per questa ragione è lecito pensare che l’elenco delle patologie in cui il suo utilizzo migliorerà i sintomi della malattia è destinata ad allungarsi. La ricerca però viene effettuata su cannabis prodotta secondo una rigoroso metodo e per questo ben diversa da quella venduta illegalmente ottenuta incrociando piante non di certo con l’obiettivo di creare un farmaco. E’ questo il vero nodo cruciale» conclude l’esperto.

(Articolo originale pubblicato su La Stampa, 11 gennaio 2017)