Cadaver Lab: i medici del presente e futuro si allenano sui corpi donati alla scienza

Il miglior modo per imparare una cosa è farla. Anche se la frase può sembrare ovvia, nella realtà dei fatti quando si parla di semplici interventi chirurgici il giovane medico arriva con un bagaglio teorico ricco e nessuna esperienza sul campo. A differenza però di un meccanico che deve agire sul motore dell’auto, quando si ha di fronte un uomo gli errori non sono ammessi. Ecco perché il metodo migliore per apprendere come operare è quello su cadavere. Oggi più che mai imparare dai corpi senza vita è di fondamentale importanza per formare i nuovi specialisti di domani. E’ per questa ragione che negli ultimi anni anche in Italia stanno nascendo i “cadaver lab”, vere e proprie strutture dove apprendere come eseguire interventi chirurgici complessi. Una di queste, la prima nel nostro Paese all’interno di una struttura ospedaliera, è stata aperta da pochi mesi presso il Polo Scientifico e Tecnologico MultiMedica di Milano.

Non solo anatomia

«Quando si tratta di eseguire un’operazione sul corpo di un paziente -spiega il professor Giorgio Pajardi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia della Mano del Gruppo MultiMedica di Milano e Direttore Scientifico di CadaverLab- l’esperienza è tutto. Non basta conoscere a perfezione l’anatomia, occorre quella manualità che solo il “fare” consente di acquisire. Simulare un intervento su di un manichino o un preparato anatomico non umano non è minimamente paragonabile alla situazione reale. E’ da questa esigenza che nascono i “cadaver lab”». Dalle prime dissezioni, praticate a scopo di ricerca anatomica già nel III secolo avanti Cristo, passando attraverso lo studio vinciano della “macchina umana” in epoca Rinascimentale, l’analisi dell’anatomia umana si apre oggi a modalità di apprendimento scientificamente avanzate per consentire al medico chirurgo di affinare le proprie capacità di intervento sul paziente.

Imparare procedure d’urgenza

A differenza di quanto si potrebbe essere portati a pensare, i “cadaver lab” non sono delle sale di anatomia patologica dove poter sezionare i corpi bensì delle vere e proprie sale operatorie identiche a quelle utilizzate per le persone in vita. «La peculiarità principale del “CadaverLab MultiMedica” -continua Pajardi- è il suo inserimento all’interno di una struttura ospedaliera. Offrire una formazione dedicata ai colleghi chirurghi facendoli operare sul cadavere, illustrare allo specializzando come si posiziona ad esempio una placca su un osso o mostrare al chirurgo già capace come posizionare una nuova placca sono momenti paradigmatici dell’insegnamento pratico. Come accadeva una volta nella bottega dell’artigiano, queste strutture consentono di imparare dal maestro riproducendo su di un cadavere quanto osservato». Ma a beneficiare di questo approccio non sono solo i chirurghi che devono realizzare operazioni programmate bensì quelli che ogni giorno si occupano di medicina d’urgenza, in particolare quella del pronto soccorso. Con i “cadaver lab” infatti è possibile imparare procedure d’emergenza quali intubazioni, drenaggi toracici d’urgenza o posizionamento di stent per il trattamento di infarti ed ictus.

Ancora nessuna legge sulla donazione del corpo

Ad oggi nel nostro Paese la diffusione di queste strutture è ancora limitata. Tra le varie problematiche quella principale è relativa al reperimento dei cadaveri. I donatori non mancherebbero ma ad oggi -unico Paese nell’UE- non c’è ancora una legislazione che consenta l’utilizzo dei corpi di coloro che desiderino donare le proprie spoglie alla ricerca scientifica. Ecco perché se si vogliono effettuare questo genere di esercitazioni l’unica via possibile in Italia è l’importazione del cadavere intero o delle porzioni su cui effettuare le prove. «Per dare un’idea degli investimenti da sostenere in mancanza di una legge, una singola mano costa circa 600 euro» racconta l’esperto. Un costo non indifferente che potrebbe essere abbattuto: secondo una recente indagine si calcola che ogni anno l’Italia spenda oltre un milione di euro per importare dagli Stati Uniti i corpi su cui esercitarsi.

Esportare cervelli, importare cadaveri…

«In 24 ore presso il CadaverLAB di Multmedica un chirurgo può acquisire le nuove tecniche d’intervento, praticarle in prima persona e osservarle in sala operatoria applicate direttamente sul paziente in ospedale. Si tratta di una formazione completa, che per la prima volta i chirurghi italiani possono ricevere nel proprio Paese senza doversi recare all’estero» conclude Pajardi. La speranza è quella che queste realtà si diffondano sempre più. Dopo i pionieri del centro di Arezzo e ora MultiMedica sono poche le realtà a riguardo. Il rischio concreto è quello di continuare a esportare sempre più cervelli ed importare, a pagamento, sempre più cadaveri.

(Articolo completo. Un riassunto è stato pubblicato su La Stampa del 21 febbraio 2018)

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Farmaci iniettati dentro il tumore: è l’immunoterapia 3.0

La lotta al cancro procede spedita. Archiviata da poco la notizia della terapia genica sviluppata al Bambino Gesù che ha permesso di salvare la vita a un piccolo affetto da leucemia linfoblastica acuta, ora è la Stanford University ad annunciare il via alla sperimentazione nell’uomo di una tecnica che potrebbe addirittura fare apparire antiquate le moderne CAR-T. In uno studio pubblicato su Science Translational Medicine –realizzato in modello animale- gli scienziati californiani sono riusciti nell’intento di eliminare la malattia e le metastasi attraverso l’iniezione nella massa tumorale di agenti capaci di attivare il sistema immunitario. Un risultato straordinario che ha aperto le porte alla sperimentazione su 15 pazienti affetti da linfoma.

Insegnare al sistema immunitario ad attaccare il cancro

Da alcuni anni a questa parte la lotta ai tumori è stata rivoluzionata dall’immunoterapia. L’idea alla base di questo approccio è quella di sfruttare l’innata capacità del nostro sistema di difesa nel riconoscere il cancro. In particolare l’obiettivo che si è raggiunto è tenere sempre accesa questa risposta, un fenomeno che spesso non si verifica per la capacità dei tumori di “spegnere” il sistema immunitario e poter dunque crescere in maniera incontrollata. A fare da apripista all’immunoterapia è stato il melanoma, un tumore che quando era in metastasi lasciava poche speranze. Grazie a questo approccio oggi è possibile in molti casi tenere sotto controllo la malattia di fatto cronicizzandola. Ciò non è più solo valido per il melanoma ma lo è anche per altri tumori.

Farmaci e CAR-T

Per ottenere questo effetto gli scienziati hanno a disposizione due soluzioni. La prima consiste nella somministrazione di farmaci –veri e propri anticorpi- capaci di agire sulla superficie delle cellule del sistema immunitario rimuovendone i freni e rendendole di nuovo libere di agire contro il tumore. La seconda invece prevede la modifica in laboratorio delle cellule immunitarie e la loro successiva reinfusione nel paziente. Ed è questo il caso delle CAR-T (chimeric antigen receptor T cell), tecniche di terapia genica in cui si “insegna” ai linfociti T -un particolare gruppo di cellule- come riconoscere ed attaccare i tumori. Un risultato ottenibile attraverso l’inserzione di più geni all’interno di queste cellule. Una sorta di aggiornamento del loro “libretto di istruzioni”.

Iniettare gli “stimolanti” direttamente nel tumore

La terza possibile soluzione sviluppata dagli scienziati di Stanford –potenzialmente in grado di sostituire le precedenti- prevede invece l’attivazione del sistema immunitario tramite un’iniezione di un mix di molecole direttamente all’interno della massa tumorale. «Tutti i progressi fatti nel campo dell’immunoterapia –spiega Ronald Levy, autore dello studio e considerato uno dei padri della disciplina- stanno rivoluzionando la pratica clinica in oncologia. Il nostro approccio si avvale di un’unica somministrazione di piccolissime quantità di due agenti in grado di stimolare le cellule immunitarie solo all’interno del tumore». Le molecole in questione sono l’oligonucleotideCpG e un anticorpo capace di attivare il recettore OX40. La prima porta i linfociti ad esprimere sulla superficie dei linfociti una grande quantità di OX40, la seconda attiva quest’ultimo. Il risultato finale è la stimolazione del sistema immunitario. In particolare ad essere attivate sono le cellule T che si trova all’interno del tumore. Questi linfociti è come se fossero già stati pre-selezionati dall’organismo per riconoscere in modo specifico la malattia. Ma c’è di più: una volta attivati alcune di queste cellule sono in grado di lasciare la massa tumorale e migrare alla ricerca di eventuali metastasi.

Il metodo è efficace

Questo innovativo approccio, testato su 90 topi affetti da tumori diversi come quello della mammella, il melanoma, linfomi e cancro del colon, è risultato efficace in 87 casi. Nei tre restanti la malattia si è ripresentata per poi scomparire definitivamente ripetendo un secondo ciclo di trattamento. Alla luce di questi risultati –e dal momento che le due molecole iniettate sono già state sperimentate per altre indicazioni- a breve partirà un trial clinico che coinvolgerà 15 persone con linfoma. «Questo metodo –continua Levy- bypassa la necessità di individuare dei target immunitari specifici per ogni tumore e non richiede né l’attivazione globale del sistema immunitario, né la manipolazione delle cellule immunitarie del paziente». Un vantaggio non indifferente se si pensa che le terapie ad oggi in uso spesso possono dare pesanti effetti collaterali. Un esempio è la sindrome da rilascio di citochine –che si verifica in un paziente su 4 e che può risultare anche fatale- quando si utilizzano le tecniche di CAR-T.

Prevenire la diffusione delle metastasi

L’approccio, se dovesse funzionare anche nell’uomo, secondo Levy potrebbe essere sfruttato, ad esempio, prima di un intervento chirurgico per prevenire la diffusione metastatica del tumore e le sue recidive. «Nella misura in cui sia presente un infiltrato di cellule immunitarie –conclude l’esperto– ritengo che non ci sia limite alla tipologia di tumore che saremo potenzialmente in grado di trattare». Un ulteriore speranza per le mille persone (secondo i dati AIOM) che ogni giorno nel nostro Paese ricevono una diagnosi di tumore.

(articolo originale pubblicato su La Stampa, 14 febbraio 2018)

Ecco perché la nuova CAR-T del Bambino Gesù è una rivoluzione

Sei domande per capire perché la tecnica di terapia genica CAR-T sviluppata al Bambino Gesù -e che ha permesso di salvare la vita a un piccolo di 4 anni in cui la chemioterapia non ha funzionato- è una cura rivoluzionaria.

Che cos’è CAR-T?

La CAR-T, acronimo di “chimeric antigen receptor T cell”, è una tecnica di laboratorio utilizzata per modificare geneticamente le cellule del nostro sistema immunitario. L’obiettivo di questo metodo è “insegnare” ai linfociti T -un particolare gruppo di cellule immunitarie- come riconoscere ed attaccare i tumori. Ciò può essere fatto attraverso l’inserimento di alcuni geni all’interno del linfocita. La tecnica di manipolazione delle cellule del sistema immunitario del paziente rientra nell’ambito della cosiddetta terapia genica.

Perché può essere utilizzata per combattere il cancro?

Da alcuni anni a questa parte la lotta ai tumori è stata rivoluzionata dall’immunoterapia. L’idea alla base di questo approccio è quella di sfruttare l’innata capacità del sistema immunitario di riconoscere il cancro. Quest’ultimo, però, grazie a particolari meccanismi, spegne la risposta immunitaria e prolifera. Ecco perché agire dall’esterno, mantenendo attiva la risposta, rappresenta una strategia vincente. Sino ad oggi lo si è fatto somministrando farmaci che andassero ad agire sulla superficie delle cellule immunitarie al fine di togliere quei freni che ne limitavano la risposta. Ora, grazie alla possibilità di manipolare il Dna, le istruzioni possono essere trasferite direttamente all’interno delle cellule immunitarie.

Come funziona?

La tecnica consiste nel prelievo dei linfociti T del malato per poterli così modificare geneticamente in modo tale che sulla loro superficie esprimano un particolare recettore chiamato CAR (Chimeric Antigenic Receptor). La presenza di CAR ha come effetto un potenziamento dei linfociti che li rende in grado, una volta reinfusi nel malato, di riconoscere e attaccare le cellule tumorali presenti nel sangue e nel midollo fino ad eliminarle completamente.

La cura del Bambino Gesù rappresenta una novità assoluta?

La terapia genica con cellule modificate CAR-T è stata sperimentata per la prima volta con successo nel 2012 su una bambina affetta da leucemia linfoblastica acuta. Da allora sono partite numerose sperimentazioni in tutto il mondo i cui risultati hanno portato ad approvare il primo farmaco (Kymriah) a base di CAR-T sviluppato dall’industria farmaceutica. La tecnica però è in continua evoluzione in quanto non di rado questo approccio può generare effetti collaterali dovuti ad una iper-attivazione del sistema immunitario. La straordinarietà della tecnica dei ricercatori italiani consiste nell’aver inserito, oltre al recettore, una sorta di “gene suicida” -attivabile in caso di eventi avversi- in grado di bloccare l’azione dei linfociti modificati. Una sorta di interruttore “on-off” che rappresenta una prima assoluta.

La CAR-T funziona in tutti i tumori?

Attualmente questo approccio è utilizzato nella cura dei tumori del sangue come leucemie, linfomi e mielomi. Uno studio pubblicato proprio ieri dal New England Journal of Medicine ha mostrato nuovamente la bontà del primo farmaco CAR-T nel trattamento della leucemia linfoblastica acuta nei bambini. La ricerca avanza a passo spedito e nel mondo sono diverse le sperimentazioni in atto per quanto riguarda i tumori solidi come quelli del fegato, del pancreas, dell’ovaio, il neuroblastoma e il mesotelioma. In questi casi sicurezza ed efficacia rispetto alle terapie disponibili sono ancora da dimostrare e non rappresentano la prima scelta di cura.

Quali altre armi abbiamo a disposizione per contrastare il cancro?

Anche se l’immunoterapia sta rivoluzionando la cura del cancro, chirurgia, radio e chemioterapia sono armi a disposizione necessarie e altrettanto valide. Ciò che acquisterà sempre più importanza invece sarà l’analisi genetica del tumore. Potendo disporre della “carta di identità” della malattia sarà possibile scegliere l’approccio terapeutico maggiormente appropriato.

(approfondimento pubblicato su La Stampa, 2 febbraio 2017)

Trenord è l’uso sconsiderato dei social network

Il primo pensiero sul deragliamento del treno a Pioltello non può che andare alle vittime, ai feriti e alle loro famiglie. A bocce ferme però, oltre alle doverose analisi sulle cause, bisognerebbe cercare anche di discutere del cattivo gusto della comunicazione della tragedia da parte dell’azienda Trenord. Intendiamoci: il post è per le persone che si occupano di questo campo! Tutto nasce dal tweet partito dal profilo ufficiale della linea Novara-Milano-Treviglio

Un deragliamento con morti e feriti non si può definire “inconveniente tecnico“. Oltre ad essere di pessimo gusto il tweet è delle 8:09, un’ora dopo il disastro, quando già TUTTI i mezzi di informazione parlavano della vicenda con tanto di immagini.

Trenord, a bordo dei propri mezzi, invita i pendolari a rimanere sempre aggiornati tramite i canali Twitter dedicati alle varie linee, con l’App ufficiale e tramite il sito. Eppure i canali Twitter sembrano il deserto. Sulla mia direttrice, la Novara-Saronno-Milano compaiono 3 tweet da ottobre ad oggi. Eppure i social -e in particolare Twitter- sono uno strumento fondamentale per la comunicazione e in particolare per le situazioni di emergenza. Un mezzo immediato per cercare di capire, ancor prima dei siti di informazione, cosa sta accadendo.

Chi si occupa di comunicazione sa bene quanto sia fondamentale la “crisis management“, la gestione della crisi.  Oggi aziende e istituzioni non possono prescindere dall’integrare queste piattaforme social nelle proprie strategie di comunicazione. Per Trenord questo è sicuramente l’ultimo dei problemi. Allora un consiglio: se non si è in grado di gestire un account social meglio non averlo. Risvegliarsi dal torpore con un tweet (in ritardo di un’ora) utilizzando anche un linguaggio discutibile è lo specchio della non gestione dell’azienda. Probabilmente chi ha realizzato il tweet non sapeva minimamente come comportarsi per assenza di una linea da parte di Trenord.

p.s non venitemi a dire che è una strategia di comunicazione per evitare la folla di “curiosi” sul luogo dell’incidente. Il flusso di notizie non lo si può arginare.

p.s 2: come scritto all’inizio il post è per chi si occupa di comunicazione. Lo dico per prevenire i commenti tipo “in questo momento non facciamo polemiche inutili”. 

 

 

 

Infezioni in gravidanza: e se fosse il magnesio a salvarci da autismo e malattie del neurosviluppo?

Gli americani li chiamano “Winter Babies”, i bambini concepiti durante il periodo invernale. Per loro diversi studi epidemiologici indicano che le probabilità di andare incontro nel tempo allo sviluppo di alcune patologie è più elevata rispetto a quelli concepiti nel periodo estivo. In particolare la correlazione riguarda malattie del neurosviluppo, come l’autismo, e i difetti di apprendimento. Il legame, per anni sconosciuto, sembrerebbe dipendere anche dal sistema immunitario ed in particolare dall’infiammazione che si genera nella madre in seguito ad importanti infezioni durante la gravidanza. Ad aggiungere un tassello a questo complicato mosaico ci ha pensato il gruppo di ricerca della professoressa Michela Matteoli, docente di Humanitas University, direttore dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr e del Neuro Center all’ospedale Humanitas. A loro va il merito di aver scoperto il meccanismo molecolare attraverso il quale l’infiammazione porta ad un alterato sviluppo cerebrale. Ma c’è di più: lo studio –condotto per ora in modello animale- ha inoltre identificato nei sali di magnesio una potenziale soluzione per annullare l’effetto deleterio dell’infiammazione. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista Biological Psychiatry.

I danni dell’infiammazione a livello fetale

«Molti disordini neurologici e psichiatrici –spiega l’esperta- possono essere considerati delle sinaptopatie, ovvero malattie dovute a disturbi delle sinapsi, le giunzioni attraverso le quali i neuroni comunicano tra loro. Per anni gli studi si sono concentrati sugli attori di queste anomalie sinaptiche. Nel tempo per queste patologie sono state individuate diverse proteine che, se mutate o espresse in maniera anomala, compromettono la corretta funzionalità delle sinapsi». Ciò che però sino a poco fa è rimasto un mistero è il motivo di questa alterata funzionalità in assenza di difetti genetici. Oggi i dubbi cominciano a diradarsi poiché diversi studi indicano chiaramente che il sistema immunitario è uno dei fattori in grado di condizionare lo sviluppo del cervello.

«L’associazione tra le infezioni materne durante la gravidanza e difetti del neurosviluppo del nascituro –spiega Matteoli- è ormai un dato noto da tempo. Nel nostro studio abbiamo voluto spingerci oltre e indagare in che modo l’infiammazione, che è la prima conseguenza di un’infezione,  è capace di alterare a livello molecolare le proteine implicate nella funzione del neurone e della sinapsi al fine di individuare possibili obiettivi terapeutici». Per farlo gli scienziati di Humanitas e del CNR hanno indotto, utilizzando un agente che mima un’infezione virale, uno stato infiammatorio in animali da laboratorio, in una finestra temporale precoce della gravidanza, sovrapponibile a quella del primo trimestre di gravidanza nelle donne.

Dalle analisi è emerso –come era lecito aspettarsi- che una singola attivazione del sistema immunitario materno nelle prime fasi della gravidanza rendeva la prole più suscettibile all’insorgenza di problemi di neurosviluppo, tra cui comportamenti di tipo autistico e epilessia. «La vera novità –spiega l’esperta- è l’aver individuato che questo difetto è dovuto principalmente ad uno sbilanciamento dell’espressione di due proteine, Nkcc1 e Kcc2. Sbilanciamento causato dall’aumento di citochine infiammatorie che avviene nel cervello fetale in seguito all’infezione materna».

Prevenzione con i sali di magnesio

In particolare questa anomalia, come dimostrato nello studio, impedisce al neurotrasmettitore “Gaba” di acquisire la sua fisiologica azione inibitoria. Il risultato è una eccessiva eccitazione neuronale capace di generare anomalie nella funzione del sistema nervoso. Lo studio però non si limita a questa osservazione ma apre la strada ad una possibile soluzione. Nella ricerca infatti è stato testato il ruolo del magnesio solfato. «Da tempo –prosegue l’esperta- sappiamo che questo sale può agire riducendo lo stato infiammatorio. Partendo da questa osservazione abbiamo provato a somministrarlo alle topoline gravide prima dell’induzione dell’infezione. Dagli esperimenti abbiamo osservato che il pre-trattamento della madre era in grado di bloccare –in seguito ad infezione- la produzione delle citochine infiammatorie nel cervello fetale. Blocco che ha avuto come effetto diretto la prevenzione del danno cerebrale».

Un risultato, seppur ottenuto in modello animale, che aggiunge un tassello importante nella comprensione di queste malattie. Il prossimo passo sarà quello di indagare il possibile ruolo preventivo degli integratori a base di magnesio somministrati in donne nel primo trimestre di gravidanza. Attenzione però a conclusioni affrettate: «contrarre un’influenza in gravidanza non significa necessariamente che il bambino rischierà di andare incontro allo sviluppo di queste patologie. Nei modelli animali e negli studi epidemiologici si è visto che ciò si verifica quando l’infiammazione è importante, come nel caso di una malattia che richiede un ricovero ospedaliero. Detto ciò se i risultati ottenuti nelle donne confermassero quanto abbiamo osservato negli animali da laboratorio saremo di fronte ad una svolta importante in termini di prevenzione. Il magnesio, somministrato nel periodo giusto, all’inizio della gravidanza, potrebbe essere la chiave per prevenire i danni di un’infezione materna, riducendo possibili effetti deleteri sullo sviluppo cerebrale del nascituro» conclude Matteoli.

(Daniele Banfi, articolo pubblicato su La Stampa di mercoledì 3 gennaio 2018)

Depressione, paure e demenze: le cureremo con la realtà virtuale

Il cinema ce li ha sempre mostrati come dei salotti con una comoda poltrona su cui distenderci. Nella realtà dei fatti sono delle normalissime stanze con delle sedie per poter colloquiare tranquillamente. In futuro probabilmente saranno dei locali sempre più vuoti. Stiamo parlando degli studi medici dove si affrontano le malattie della psiche. A cambiarne l’organizzazione non sarà un architetto bensì la realtà virtuale, una tecnologia a disposizione di psicologi e psichiatri destinata a rivoluzionare il trattamento dell’ansia, delle fobie, delle demenze e della depressione. Grazie ad essa il paziente potrà rivivere in maniera artificiale ciò che lo turba in modo da imparare a controllare le reazioni con l’aiuto dello specialista.

«Complice l’evoluzione della tecnologia –spiega Andrea Fagiolini, Professore Ordinario di Psichiatria e direttore del Dipartimento Aziendale Integrato di Salute mentale all’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese – oggi è possibile a livello virtuale ricreare qualsiasi contesto e viverlo in maniera artificiale indossando un semplice visore. I vantaggi sono essenzialmente due: da un lato è possibile vivere o rivivere situazioni sulle quali lavorare con il paziente, dall’altro lo si può fare controllando l’intensità degli stimoli».

L’applicazione più evidente è nel campo delle malattie che possono beneficiare di un’esposizione regolata a stimoli specifici come, ad esempio, le fobie. L’idea che sta alla base della cura di questi disturbi è il fenomeno della desensibilizzazione attraverso l’esposizione controllata alle situazioni che generano paura. «Tecnicamente -spiega l’esperto- attraverso un visore indossabile si procede alla creazione di uno scenario e si espone gradualmente il paziente alle situazioni che sono fonti di disagio. Regolandone l’intensità, discutendo con lo specialista e ripetendo lo stimolo -mediamente le sedute variano da 10 a 15- l’obiettivo è quello di diventare sempre meno suscettibili arrivando così a controllare la situazione». Un esempio è l’aracnofobia -la paura dei ragni-, la fobia sociale o il disagio che si prova ad entrare all’interno di un aereo. Il tutto in completa sicurezza poiché virtuale.

Ma il campo delle fobie e del controllo delle reazioni non è il solo in cui la realtà virtuale può essere utile. L’ingresso nella realtà virtuale può infatti essere benefico anche attraverso l’esposizione a stimoli piacevoli o familiari. Una delle discipline in cui sta avvenendo la sperimentazione di questo approccio è la riabilitazione delle persone affette da demenza. La realtà virtuale infatti può essere di notevole aiuto per cercare di rallentare il fenomeno del decadimento cognitivo. «In queste persone -continua Fagiolini- gli stimoli sensoriali sono molto importanti. Un anziano che non viene stimolato subisce un decadimento molto più veloce. Attraverso la realtà virtuale questo processo potrebbe essere rallentato. Tra l’altro, la realtà virtuale potrebbe aiutare a migliorare la qualità di vita di queste persone, grazie all’esposizione a stimoli piacevoli-passeggiate al mare o in montagna, tanto per fare un esempio- o comunque evocatori di ricordi piacevoli».

Ad oggi -pur essendo una tecnologia relativamente nuova- gli studi che hanno valutato la bontà di questo approccio cominciano ad essere consistenti. Il settore dove si registrano maggiori successi è proprio quello del trattamento delle fobie. Una ricerca pubblicata nell’anno appena trascorso dalla rivista Harvard Review of Psichiatry -che aveva come obiettivo fare il punto della situazione su tutti gli studi effettuati sino ad oggi- ha mostrato che la realtà virtuale è da considerarsi a tutti gli effetti uno strumento utile ed efficace rispetto agli approcci classici.

Ma le novità non finiscono qui. Secondo il professor Fagiolini la realtà virtuale potrà essere potenzialmente sfruttata anche in caso di depressione. Come spiega l’esperto «con il tempo le conseguenze della depressione -ad esempio il non uscire di casa e la perdita dello stimolo a fare qualsiasi cosa- spesso contribuiscono al mantenimento della depressione: all’inizio sono un effetto della depressione ma con il tempo possono diventare una delle cause, uno dei motori che mantengono la malattia e rendono più difficile uscirne. Di fondamentale importanza è interrompere questo circolo, ad esempio attraverso l’esposizione della persona depressa ad una serie di esperienze piacevoli e stimolanti che la riportino, senza troppa fatica, a riassaporare la bellezza di ciò che c’è nella realtà. Certamente, coloro che possono vivere stimoli reali non devono essere spinti a rifugiarsi nel virtuale ma in molti casi, l’uso di questi strumenti permette di costruire un ponte che favorisce il ritorno ad una vita reale piena e soddisfacente. Nessuno si sogna di dire che una passeggiata al mare effettuata attraverso gli apparecchi virtuali sia migliore di una passeggiata reale ma i nostri pazienti, in alcuni periodi della loro vita, non hanno il lusso di poter scegliere l’opzione più ‘naturale’, e dunque sia benvenuta quella virtuale ».

Ad oggi il numero delle persone trattate -rispetto a quelle potenziali- è ancora molto basso. A fare la parte del leone sono gli Stati Uniti, nazione dove si registrano più sperimentazioni in atto. Qualcosa si muove però anche in Italia dove -all’Auxologico di Milano- la tecnologia viene utilizzata correntemente. «Considerati i risultati raggiunti finora la sensazione -conclude Fagiolini- è che questo approccio nei prossimi anni esploderà diffondendosi un po’ ovunque. La realtà virtuale non sostituirà lo psichiatra, lo psicologo e i loro strumenti di cura ma aiuterà medico e paziente a raggiungere migliori risultati».

(articolo pubblicato su La Stampa, 17 gennaio 2018)

Vaccino antinfluenzale: un percorso ad ostacoli

Uomo, discreta stazza (90 chilogrammi), in piena salute (speriamo), 34 anni. Con questo curriculum perché uno come me dovrebbe vaccinarsi per l’influenza? Deve aver pensato questo la dipendente allo sportello della ASST di corso Lodi 94 a Milano. Se non volete leggere fino alla fine sappiate che NON sono riuscito a vaccinarmi. I perché spiegati qui di seguito.

Perché ho deciso di vaccinarmi?

Nonostante le mie caratteristiche ho deciso di vaccinarmi contro l’influenza per una serie di ragioni. Primo per il lavoro che faccio. Occupandomi di giornalismo nel campo della salute mi capita di recarmi in ospedale. Per proteggere me e chi viene accidentalmente in contatto con il sottoscritto la vaccinazione è necessaria. Non è un caso che gli operatori sanitari dovrebbero essere i primi a vaccinarsi. Secondo perché ho bimbi piccoli a casa e vorrei evitare un mutuo contagio. Terzo perché tra gennaio e febbraio ho diverse trasferte di lavoro.

Cosa dice il sito dell’ASST?

Il vaccino antinfluenzale è consigliato e gratuito per alcune persone a rischio. Si tratta di bambini, anziani over 65 e varie persone affette da particolari patologie. Questo non significa che un cittadino che non rientra in queste categorie non possa fare il vaccino. La differenza è solo economica. Chi vuole vaccinarsi comunque lo può fare a pagamento. Ed è questo il mio caso. La campagna di vaccinazione è iniziata il 6 novembre ed è terminata il 6 dicembre. Fortunatamente per chi come me non ha fatto a tempo la Regione ha esteso (qui per info) la campagna sino al 21 dicembre. C’è un però. Il sito recita “i cittadini  che, per vari motivi, non abbiano potuto vaccinarsi in corso di campagna antinfluenzale, possono comunque rivolgersi per tutto il mese di gennaio 2018 presso i centri vaccinali territoriali”. Forte di queste indicazioni mi reco presso l’ASST di corso Lodi. Lo faccio nei giorni e nell’orario indicati sul sito stesso (vedi qui). L’accesso, come specificato, è libero.

La mano destra non sa cosa fa la sinistra

Entro nell’ufficio e alla richiesta “vorrei fare il vaccino antinfluenzale” l’operatrice già mi guarda strano. Mi informa che la possono fare solo le categorie a rischio. Ribatto dicendo che vorrei farla lo stesso perché vengo spesso in contatto con persone a rischio. Lei ribatte dicendo che la campagna è terminata il 6 dicembre. Io rispondo che da sito ufficiale dell’ASST la campagna è stata estesa sino al 21 (il giorno in cui mi sono recato). L’addetta allora si mostra disponibile e dice però che la devo pagare. Io: “certo, ci mancherebbe, lo so!”. Ancora lei: “non so però se può farla perché dovrebbe andare a farmi il bonifico ora”. Io: “ma non è possibile pagare qui ora?” Lei: “no, non abbiamo la cassa”. Milano, 2017, Smart City.

Rinuncio alla vaccinazione (forse)

Come è andata a finire? Saluto tutti ed esco rinunciando. Non lamentiamoci però se le adesioni a questa specifica vaccinazione sono così basse. Non mi resta che andare in farmacia e cercare qualcuno per l’iniezione. Oppure farò io direttamente. La vicenda conferma ancora una volta due fatti: a) la sanità è sempre un percorso ad ostacoli. b) l’informazione sul web da parte delle ASST fa acqua da tutte le parti.