Riviste scientifiche: abbiamo un problema. Il caso di Lars Andersson e il vaccino HPV

Il vaccino per l’HPV potrebbe aumentare il rischio di sviluppare il cancro della cervice uterina. Esattamente il contrario di ciò che dovrebbe avvenire. E’ questa la conclusione tranciante di Lars Andersson, ricercatore del Karolinska Institutet di Stoccolma, pubblicata dalla rivista Indian Journal Medical Ethics. Peccato però che il ricercatore in questione sia un fantasma (e il messaggio una bufala). Il prestigioso istituto svedese ha smentito categoricamente di avere in organico -e nemmeno in passato- tale Lars Andersson. Ma andiamo con ordine:

STUDIO RIVOLUZIONARIO FIRMATO DA UN SOLO SCIENZIATO

Sul finire del mese di aprile la sconosciuta rivista Indian Journal Medical Ethics pubblica un articolo che non mette in dubbio solamente l’efficacia del vaccino HPV bensì afferma che il vaccino stesso causerebbe il cancro. A firmare la rivoluzionaria scoperta tramite una lettera all’editore -e qui sorge il primo dubbio– non è un nutrito gruppo di scienziati bensì un uomo solo al comando, Lars Andersson del Karolinska Institutet di Stoccolma. Come ogni buon articolo scientifico che si rispetti c’è tanto di indirizzo mail dell’autore. Mail (secondo dubbio) che non ha nulla di istituzionale ma è una generica lars.andersson2@outlook.com.

ANDERSSON NON ESISTE

Qualche giorno dopo la pubblicazione -vista la portata del messaggio- qualcuno a Stoccolma si accorge di essere citato a sproposito. Dopo una rapida indagine interna il Karolinska pubblica un comunicato in cui afferma che nel proprio organico non c’è e non vi è mai stato il signor Lars Andersson (a onor del vero c’è un omonimo che non si occupa di vaccini. Ma Lars Andersson in Svezia è come Giuseppe Rossi in Italia…). Oltre a prendere posizione l’accademia svedese chiede alla “rivista” di eliminare immediatamente quell’affiliazione. L’Indian Journal Medical Ethics recepisce il messaggio ed elimina il riferimento all’istituto svedese e spiega in una nota che il ricercatore ha richiesto l’utilizzo di uno pseudonimo (terzo dubbio… lo pseudonimo nella scienza non l’ho mai visto) per salvaguardare la propria incolumità. Intanto lo studio comincia a girare nei vari siti no-vax –qui un articolo in italiano pubblicato da “Renovatio21” e l’ennesima frittata è fatta.

Quanto alle conclusioni del paper c’è poco da dire. Ovviamente il vaccino per l’HPV previene il cancro della cervice. I dati, parzialmente omessi ed interpretati a piacimento del fantasma Andersson, dicono esattamente il contrario e l’aumento nell’incidenza del tumore del collo dell’utero nel tempo è frutto di un’aumento delle donne che si sottopongono agli screening.

UN RICERCATORE RECIDIVO

Ma la storia non finisce qui perché il fantasma Lars Andersson non è nuovo a questo genere di pseudo-ricerche. L’anno è il 2016 ma la dinamica è la stessa. Questa volta è il Journal of Internal Medicine a pubblicare -sempre a solo nome di Andersson, con l’affiliazione del Karolinska e con la classica mail (passata, a questo punto, inosservata)- uno “studio” in cui si afferma che il vaccino antinfluenzale Pandemrix causerebbe il diabete di tipo 1. Nel 2017 invece Andersson segnala l’incongruenza di alcuni risultati circa un’indagine norvegese che aveva lo scopo di valutare la presunta -ma smentita dallo studio- associazione tra vaccino HPV e sviluppo della sindrome da fatica cronica e l’encefalomielite mialgica.

LA RESPONSABILITA’ DELLE RIVISTE SCIENTIFICHE

E’ evidente che in tutta questa vicenda la pessima figura è innanzitutto a carico di quelle riviste che dovrebbero occuparsi di valutare ciò che viene loro proposto. La facilità con cui un illustre sconosciuto -in nome di un’ideologia e non in nome della scienza- sia riuscito ad ottenere una pubblicazione deve farci riflettere seriamente sulle dinamiche che sottendono all’invio, alla valutazione e alla pubblicazione di un paper scientifico.

Ad aggiungere caos al caos ci sono poi le finte riviste scientifiche o quelle disposte a pubblicare tutto dietro pagamento (qui il racconto che feci su La Stampa della pubblicazioni di articoli scientifici realizzati con un generatore automatico di testo). Ma questa è un’altra storia.

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Metodo Simoncini, Butac e una censura al contrario

Nelle scorse settimane uno dei siti che più si batte nel cercare di smontare le bufale (www.butac.it) è stato posto sotto sequestro per alcuni giorni. Tutto è partito da una querela relativa ad un articolo pubblicato nel 2015 in cui veniva criticato l’operato di un oncologo. Al di là del caso specifico –in passato le querele avevano portato all’obbligo di rimozione di contenuti ma non al sequestro dell’intero sito- quanto deciso dalla procura di Bologna è manna dal cielo per chi di bufale vive sfruttando la disperazione delle persone.

Guardate cosa scrive il sito degli “amici del dottor Simoncini”:

Era ora! Finalmente la Procura della Repubblica di Bologna lo ha messo sotto sequestro! Butac, il sito che si definiva anti bufala, che sparava addosso a tutto e a tutti, soprattutto ai medici alternativi, questa volta ha sparato alla persona sbagliata, visto che ha preso di mira l’oncologo brindisino Claudio Pagliara, che non ci ha pensato su due volte a (sì, è scritto così, ndr) ha querelato i titolari. Ora è finalmente chiuso!

E ancora…

Speriamo che questa esperienza serva da lezione anche ai gestori di altri siti che vivono “diffamando” medici alternativi, rei di aver capito del fallimento della medicina ufficiale e di cercare alternative per salvare la vita dei propri pazienti.

Già, proprio quelle cure alternative per salvare la vita dei propri pazienti. Peccato perché con quelle “cure” in realtà la si perde, la vita. Il dottor Simoncini dovrebbe saperlo bene: radiato già da diversi tempo, ad inizio di quest’anno è stato condannato a 5 anni e 6 mesi di carcere per aver sottoposto (in Albania) un ragazzo di Catania affetto da un tumore cerebrale alla sua pseudo-cura a base di bicarbonato di sodio. Iniezioni che hanno portato al decesso del giovane.

Eppure i fans del dottor Simoncini continuano a pontificare sul web e senza censura la bontà del metodo. Per il dottore e i suoi fedelissimi l’utilizzo del bicarbonato di sodio quale agente in grado di eliminare le cellule tumorali nasce dall’idea totalmente infondata che il cancro non è che il fungo Candida albicans. Ecco perché secondo Simoncini basterebbe del semplice bicarbonato per fare scomparire la massa.

La mia idea –scrive- è che essi (i tumori, ndr) non dipendano da misteriose cause genetiche, immunologiche, auto immunologiche, come propone la medicina ufficiale, fatti mai dimostrati, ma che piuttosto derivino da una semplice aggressione fungina, non visualizzata, né studiata nella sua dimensione intima connettivale. Durante i molti anni in cui ho studiato i tumori, cioè le atipiche colonie fungine, ho potuto constatare che l’unico mezzo per distruggerle ed impedire che si rinnovino, consiste nel somministrare forti concentrazioni di sali, in particolare modo Bicarbonato di Sodio, da far assumere in maniera peculiare rispetto alla sede del cancro.

Eppure, nonostante l’infondatezza di queste dichiarazioni, i siti che propongono questi “rimedi” continuano ad essere visibili. Segnalarli è il minimo che possiamo fare consci però del fatto che non è solo attraverso la rimozione dei contenuti che si affrontano questi problemi. Sono due le vie che abbiamo per contrastare il fenomeno dei venditori di fumo della salute.

Da un lato occorre seriamente investire in un’informazione giornalistica di qualità nel campo della salute. Informazione fatta con rigore e competenza e non finalizzata alle sole logiche commerciali relative al traffico da generare. Ancora oggi infatti capita che le grandi testate diano spazio a contenuti alquanto discutibili ma di sicura lettura. Dall’altro –ed è questo il vero punto- c’è la sfida educativa. Bisognerebbe sin da piccoli –e qui la scuola ha un ruolo centrale- stimolare i ragazzi al senso critico. Investire sempre di più in cultura della scienza. Un processo lento ma probabilmente il più potente.

p.s di cancro si muore ancora. Nessuno ha la bacchetta magica. A differenza però di chi vende false speranze basate sul nulla, oggi la scienza ci dice che sempre più persone –grazie alla ricerca e alla creazione di farmaci sempre più precisi- guariscono o convivono con la malattia. Di persone che a distanza di anni dalla diagnosi di tumore sono qui a raccontare la loro storia ce ne sono moltissime. Le possiamo incontrare tutti i giorni per la strada. E di quelle con il bicarbonato?

Cadaver Lab: i medici del presente e futuro si allenano sui corpi donati alla scienza

Il miglior modo per imparare una cosa è farla. Anche se la frase può sembrare ovvia, nella realtà dei fatti quando si parla di semplici interventi chirurgici il giovane medico arriva con un bagaglio teorico ricco e nessuna esperienza sul campo. A differenza però di un meccanico che deve agire sul motore dell’auto, quando si ha di fronte un uomo gli errori non sono ammessi. Ecco perché il metodo migliore per apprendere come operare è quello su cadavere. Oggi più che mai imparare dai corpi senza vita è di fondamentale importanza per formare i nuovi specialisti di domani. E’ per questa ragione che negli ultimi anni anche in Italia stanno nascendo i “cadaver lab”, vere e proprie strutture dove apprendere come eseguire interventi chirurgici complessi. Una di queste, la prima nel nostro Paese all’interno di una struttura ospedaliera, è stata aperta da pochi mesi presso il Polo Scientifico e Tecnologico MultiMedica di Milano.

Non solo anatomia

«Quando si tratta di eseguire un’operazione sul corpo di un paziente -spiega il professor Giorgio Pajardi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia della Mano del Gruppo MultiMedica di Milano e Direttore Scientifico di CadaverLab- l’esperienza è tutto. Non basta conoscere a perfezione l’anatomia, occorre quella manualità che solo il “fare” consente di acquisire. Simulare un intervento su di un manichino o un preparato anatomico non umano non è minimamente paragonabile alla situazione reale. E’ da questa esigenza che nascono i “cadaver lab”». Dalle prime dissezioni, praticate a scopo di ricerca anatomica già nel III secolo avanti Cristo, passando attraverso lo studio vinciano della “macchina umana” in epoca Rinascimentale, l’analisi dell’anatomia umana si apre oggi a modalità di apprendimento scientificamente avanzate per consentire al medico chirurgo di affinare le proprie capacità di intervento sul paziente.

Imparare procedure d’urgenza

A differenza di quanto si potrebbe essere portati a pensare, i “cadaver lab” non sono delle sale di anatomia patologica dove poter sezionare i corpi bensì delle vere e proprie sale operatorie identiche a quelle utilizzate per le persone in vita. «La peculiarità principale del “CadaverLab MultiMedica” -continua Pajardi- è il suo inserimento all’interno di una struttura ospedaliera. Offrire una formazione dedicata ai colleghi chirurghi facendoli operare sul cadavere, illustrare allo specializzando come si posiziona ad esempio una placca su un osso o mostrare al chirurgo già capace come posizionare una nuova placca sono momenti paradigmatici dell’insegnamento pratico. Come accadeva una volta nella bottega dell’artigiano, queste strutture consentono di imparare dal maestro riproducendo su di un cadavere quanto osservato». Ma a beneficiare di questo approccio non sono solo i chirurghi che devono realizzare operazioni programmate bensì quelli che ogni giorno si occupano di medicina d’urgenza, in particolare quella del pronto soccorso. Con i “cadaver lab” infatti è possibile imparare procedure d’emergenza quali intubazioni, drenaggi toracici d’urgenza o posizionamento di stent per il trattamento di infarti ed ictus.

Ancora nessuna legge sulla donazione del corpo

Ad oggi nel nostro Paese la diffusione di queste strutture è ancora limitata. Tra le varie problematiche quella principale è relativa al reperimento dei cadaveri. I donatori non mancherebbero ma ad oggi -unico Paese nell’UE- non c’è ancora una legislazione che consenta l’utilizzo dei corpi di coloro che desiderino donare le proprie spoglie alla ricerca scientifica. Ecco perché se si vogliono effettuare questo genere di esercitazioni l’unica via possibile in Italia è l’importazione del cadavere intero o delle porzioni su cui effettuare le prove. «Per dare un’idea degli investimenti da sostenere in mancanza di una legge, una singola mano costa circa 600 euro» racconta l’esperto. Un costo non indifferente che potrebbe essere abbattuto: secondo una recente indagine si calcola che ogni anno l’Italia spenda oltre un milione di euro per importare dagli Stati Uniti i corpi su cui esercitarsi.

Esportare cervelli, importare cadaveri…

«In 24 ore presso il CadaverLAB di Multmedica un chirurgo può acquisire le nuove tecniche d’intervento, praticarle in prima persona e osservarle in sala operatoria applicate direttamente sul paziente in ospedale. Si tratta di una formazione completa, che per la prima volta i chirurghi italiani possono ricevere nel proprio Paese senza doversi recare all’estero» conclude Pajardi. La speranza è quella che queste realtà si diffondano sempre più. Dopo i pionieri del centro di Arezzo e ora MultiMedica sono poche le realtà a riguardo. Il rischio concreto è quello di continuare a esportare sempre più cervelli ed importare, a pagamento, sempre più cadaveri.

(Articolo completo. Un riassunto è stato pubblicato su La Stampa del 21 febbraio 2018)

Farmaci iniettati dentro il tumore: è l’immunoterapia 3.0

La lotta al cancro procede spedita. Archiviata da poco la notizia della terapia genica sviluppata al Bambino Gesù che ha permesso di salvare la vita a un piccolo affetto da leucemia linfoblastica acuta, ora è la Stanford University ad annunciare il via alla sperimentazione nell’uomo di una tecnica che potrebbe addirittura fare apparire antiquate le moderne CAR-T. In uno studio pubblicato su Science Translational Medicine –realizzato in modello animale- gli scienziati californiani sono riusciti nell’intento di eliminare la malattia e le metastasi attraverso l’iniezione nella massa tumorale di agenti capaci di attivare il sistema immunitario. Un risultato straordinario che ha aperto le porte alla sperimentazione su 15 pazienti affetti da linfoma.

Insegnare al sistema immunitario ad attaccare il cancro

Da alcuni anni a questa parte la lotta ai tumori è stata rivoluzionata dall’immunoterapia. L’idea alla base di questo approccio è quella di sfruttare l’innata capacità del nostro sistema di difesa nel riconoscere il cancro. In particolare l’obiettivo che si è raggiunto è tenere sempre accesa questa risposta, un fenomeno che spesso non si verifica per la capacità dei tumori di “spegnere” il sistema immunitario e poter dunque crescere in maniera incontrollata. A fare da apripista all’immunoterapia è stato il melanoma, un tumore che quando era in metastasi lasciava poche speranze. Grazie a questo approccio oggi è possibile in molti casi tenere sotto controllo la malattia di fatto cronicizzandola. Ciò non è più solo valido per il melanoma ma lo è anche per altri tumori.

Farmaci e CAR-T

Per ottenere questo effetto gli scienziati hanno a disposizione due soluzioni. La prima consiste nella somministrazione di farmaci –veri e propri anticorpi- capaci di agire sulla superficie delle cellule del sistema immunitario rimuovendone i freni e rendendole di nuovo libere di agire contro il tumore. La seconda invece prevede la modifica in laboratorio delle cellule immunitarie e la loro successiva reinfusione nel paziente. Ed è questo il caso delle CAR-T (chimeric antigen receptor T cell), tecniche di terapia genica in cui si “insegna” ai linfociti T -un particolare gruppo di cellule- come riconoscere ed attaccare i tumori. Un risultato ottenibile attraverso l’inserzione di più geni all’interno di queste cellule. Una sorta di aggiornamento del loro “libretto di istruzioni”.

Iniettare gli “stimolanti” direttamente nel tumore

La terza possibile soluzione sviluppata dagli scienziati di Stanford –potenzialmente in grado di sostituire le precedenti- prevede invece l’attivazione del sistema immunitario tramite un’iniezione di un mix di molecole direttamente all’interno della massa tumorale. «Tutti i progressi fatti nel campo dell’immunoterapia –spiega Ronald Levy, autore dello studio e considerato uno dei padri della disciplina- stanno rivoluzionando la pratica clinica in oncologia. Il nostro approccio si avvale di un’unica somministrazione di piccolissime quantità di due agenti in grado di stimolare le cellule immunitarie solo all’interno del tumore». Le molecole in questione sono l’oligonucleotideCpG e un anticorpo capace di attivare il recettore OX40. La prima porta i linfociti ad esprimere sulla superficie dei linfociti una grande quantità di OX40, la seconda attiva quest’ultimo. Il risultato finale è la stimolazione del sistema immunitario. In particolare ad essere attivate sono le cellule T che si trova all’interno del tumore. Questi linfociti è come se fossero già stati pre-selezionati dall’organismo per riconoscere in modo specifico la malattia. Ma c’è di più: una volta attivati alcune di queste cellule sono in grado di lasciare la massa tumorale e migrare alla ricerca di eventuali metastasi.

Il metodo è efficace

Questo innovativo approccio, testato su 90 topi affetti da tumori diversi come quello della mammella, il melanoma, linfomi e cancro del colon, è risultato efficace in 87 casi. Nei tre restanti la malattia si è ripresentata per poi scomparire definitivamente ripetendo un secondo ciclo di trattamento. Alla luce di questi risultati –e dal momento che le due molecole iniettate sono già state sperimentate per altre indicazioni- a breve partirà un trial clinico che coinvolgerà 15 persone con linfoma. «Questo metodo –continua Levy- bypassa la necessità di individuare dei target immunitari specifici per ogni tumore e non richiede né l’attivazione globale del sistema immunitario, né la manipolazione delle cellule immunitarie del paziente». Un vantaggio non indifferente se si pensa che le terapie ad oggi in uso spesso possono dare pesanti effetti collaterali. Un esempio è la sindrome da rilascio di citochine –che si verifica in un paziente su 4 e che può risultare anche fatale- quando si utilizzano le tecniche di CAR-T.

Prevenire la diffusione delle metastasi

L’approccio, se dovesse funzionare anche nell’uomo, secondo Levy potrebbe essere sfruttato, ad esempio, prima di un intervento chirurgico per prevenire la diffusione metastatica del tumore e le sue recidive. «Nella misura in cui sia presente un infiltrato di cellule immunitarie –conclude l’esperto– ritengo che non ci sia limite alla tipologia di tumore che saremo potenzialmente in grado di trattare». Un ulteriore speranza per le mille persone (secondo i dati AIOM) che ogni giorno nel nostro Paese ricevono una diagnosi di tumore.

(articolo originale pubblicato su La Stampa, 14 febbraio 2018)

Ecco perché la nuova CAR-T del Bambino Gesù è una rivoluzione

Sei domande per capire perché la tecnica di terapia genica CAR-T sviluppata al Bambino Gesù -e che ha permesso di salvare la vita a un piccolo di 4 anni in cui la chemioterapia non ha funzionato- è una cura rivoluzionaria.

Che cos’è CAR-T?

La CAR-T, acronimo di “chimeric antigen receptor T cell”, è una tecnica di laboratorio utilizzata per modificare geneticamente le cellule del nostro sistema immunitario. L’obiettivo di questo metodo è “insegnare” ai linfociti T -un particolare gruppo di cellule immunitarie- come riconoscere ed attaccare i tumori. Ciò può essere fatto attraverso l’inserimento di alcuni geni all’interno del linfocita. La tecnica di manipolazione delle cellule del sistema immunitario del paziente rientra nell’ambito della cosiddetta terapia genica.

Perché può essere utilizzata per combattere il cancro?

Da alcuni anni a questa parte la lotta ai tumori è stata rivoluzionata dall’immunoterapia. L’idea alla base di questo approccio è quella di sfruttare l’innata capacità del sistema immunitario di riconoscere il cancro. Quest’ultimo, però, grazie a particolari meccanismi, spegne la risposta immunitaria e prolifera. Ecco perché agire dall’esterno, mantenendo attiva la risposta, rappresenta una strategia vincente. Sino ad oggi lo si è fatto somministrando farmaci che andassero ad agire sulla superficie delle cellule immunitarie al fine di togliere quei freni che ne limitavano la risposta. Ora, grazie alla possibilità di manipolare il Dna, le istruzioni possono essere trasferite direttamente all’interno delle cellule immunitarie.

Come funziona?

La tecnica consiste nel prelievo dei linfociti T del malato per poterli così modificare geneticamente in modo tale che sulla loro superficie esprimano un particolare recettore chiamato CAR (Chimeric Antigenic Receptor). La presenza di CAR ha come effetto un potenziamento dei linfociti che li rende in grado, una volta reinfusi nel malato, di riconoscere e attaccare le cellule tumorali presenti nel sangue e nel midollo fino ad eliminarle completamente.

La cura del Bambino Gesù rappresenta una novità assoluta?

La terapia genica con cellule modificate CAR-T è stata sperimentata per la prima volta con successo nel 2012 su una bambina affetta da leucemia linfoblastica acuta. Da allora sono partite numerose sperimentazioni in tutto il mondo i cui risultati hanno portato ad approvare il primo farmaco (Kymriah) a base di CAR-T sviluppato dall’industria farmaceutica. La tecnica però è in continua evoluzione in quanto non di rado questo approccio può generare effetti collaterali dovuti ad una iper-attivazione del sistema immunitario. La straordinarietà della tecnica dei ricercatori italiani consiste nell’aver inserito, oltre al recettore, una sorta di “gene suicida” -attivabile in caso di eventi avversi- in grado di bloccare l’azione dei linfociti modificati. Una sorta di interruttore “on-off” che rappresenta una prima assoluta.

La CAR-T funziona in tutti i tumori?

Attualmente questo approccio è utilizzato nella cura dei tumori del sangue come leucemie, linfomi e mielomi. Uno studio pubblicato proprio ieri dal New England Journal of Medicine ha mostrato nuovamente la bontà del primo farmaco CAR-T nel trattamento della leucemia linfoblastica acuta nei bambini. La ricerca avanza a passo spedito e nel mondo sono diverse le sperimentazioni in atto per quanto riguarda i tumori solidi come quelli del fegato, del pancreas, dell’ovaio, il neuroblastoma e il mesotelioma. In questi casi sicurezza ed efficacia rispetto alle terapie disponibili sono ancora da dimostrare e non rappresentano la prima scelta di cura.

Quali altre armi abbiamo a disposizione per contrastare il cancro?

Anche se l’immunoterapia sta rivoluzionando la cura del cancro, chirurgia, radio e chemioterapia sono armi a disposizione necessarie e altrettanto valide. Ciò che acquisterà sempre più importanza invece sarà l’analisi genetica del tumore. Potendo disporre della “carta di identità” della malattia sarà possibile scegliere l’approccio terapeutico maggiormente appropriato.

(approfondimento pubblicato su La Stampa, 2 febbraio 2017)

Trenord è l’uso sconsiderato dei social network

Il primo pensiero sul deragliamento del treno a Pioltello non può che andare alle vittime, ai feriti e alle loro famiglie. A bocce ferme però, oltre alle doverose analisi sulle cause, bisognerebbe cercare anche di discutere del cattivo gusto della comunicazione della tragedia da parte dell’azienda Trenord. Intendiamoci: il post è per le persone che si occupano di questo campo! Tutto nasce dal tweet partito dal profilo ufficiale della linea Novara-Milano-Treviglio

Un deragliamento con morti e feriti non si può definire “inconveniente tecnico“. Oltre ad essere di pessimo gusto il tweet è delle 8:09, un’ora dopo il disastro, quando già TUTTI i mezzi di informazione parlavano della vicenda con tanto di immagini.

Trenord, a bordo dei propri mezzi, invita i pendolari a rimanere sempre aggiornati tramite i canali Twitter dedicati alle varie linee, con l’App ufficiale e tramite il sito. Eppure i canali Twitter sembrano il deserto. Sulla mia direttrice, la Novara-Saronno-Milano compaiono 3 tweet da ottobre ad oggi. Eppure i social -e in particolare Twitter- sono uno strumento fondamentale per la comunicazione e in particolare per le situazioni di emergenza. Un mezzo immediato per cercare di capire, ancor prima dei siti di informazione, cosa sta accadendo.

Chi si occupa di comunicazione sa bene quanto sia fondamentale la “crisis management“, la gestione della crisi.  Oggi aziende e istituzioni non possono prescindere dall’integrare queste piattaforme social nelle proprie strategie di comunicazione. Per Trenord questo è sicuramente l’ultimo dei problemi. Allora un consiglio: se non si è in grado di gestire un account social meglio non averlo. Risvegliarsi dal torpore con un tweet (in ritardo di un’ora) utilizzando anche un linguaggio discutibile è lo specchio della non gestione dell’azienda. Probabilmente chi ha realizzato il tweet non sapeva minimamente come comportarsi per assenza di una linea da parte di Trenord.

p.s non venitemi a dire che è una strategia di comunicazione per evitare la folla di “curiosi” sul luogo dell’incidente. Il flusso di notizie non lo si può arginare.

p.s 2: come scritto all’inizio il post è per chi si occupa di comunicazione. Lo dico per prevenire i commenti tipo “in questo momento non facciamo polemiche inutili”. 

 

 

 

Infezioni in gravidanza: e se fosse il magnesio a salvarci da autismo e malattie del neurosviluppo?

Gli americani li chiamano “Winter Babies”, i bambini concepiti durante il periodo invernale. Per loro diversi studi epidemiologici indicano che le probabilità di andare incontro nel tempo allo sviluppo di alcune patologie è più elevata rispetto a quelli concepiti nel periodo estivo. In particolare la correlazione riguarda malattie del neurosviluppo, come l’autismo, e i difetti di apprendimento. Il legame, per anni sconosciuto, sembrerebbe dipendere anche dal sistema immunitario ed in particolare dall’infiammazione che si genera nella madre in seguito ad importanti infezioni durante la gravidanza. Ad aggiungere un tassello a questo complicato mosaico ci ha pensato il gruppo di ricerca della professoressa Michela Matteoli, docente di Humanitas University, direttore dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr e del Neuro Center all’ospedale Humanitas. A loro va il merito di aver scoperto il meccanismo molecolare attraverso il quale l’infiammazione porta ad un alterato sviluppo cerebrale. Ma c’è di più: lo studio –condotto per ora in modello animale- ha inoltre identificato nei sali di magnesio una potenziale soluzione per annullare l’effetto deleterio dell’infiammazione. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista Biological Psychiatry.

I danni dell’infiammazione a livello fetale

«Molti disordini neurologici e psichiatrici –spiega l’esperta- possono essere considerati delle sinaptopatie, ovvero malattie dovute a disturbi delle sinapsi, le giunzioni attraverso le quali i neuroni comunicano tra loro. Per anni gli studi si sono concentrati sugli attori di queste anomalie sinaptiche. Nel tempo per queste patologie sono state individuate diverse proteine che, se mutate o espresse in maniera anomala, compromettono la corretta funzionalità delle sinapsi». Ciò che però sino a poco fa è rimasto un mistero è il motivo di questa alterata funzionalità in assenza di difetti genetici. Oggi i dubbi cominciano a diradarsi poiché diversi studi indicano chiaramente che il sistema immunitario è uno dei fattori in grado di condizionare lo sviluppo del cervello.

«L’associazione tra le infezioni materne durante la gravidanza e difetti del neurosviluppo del nascituro –spiega Matteoli- è ormai un dato noto da tempo. Nel nostro studio abbiamo voluto spingerci oltre e indagare in che modo l’infiammazione, che è la prima conseguenza di un’infezione,  è capace di alterare a livello molecolare le proteine implicate nella funzione del neurone e della sinapsi al fine di individuare possibili obiettivi terapeutici». Per farlo gli scienziati di Humanitas e del CNR hanno indotto, utilizzando un agente che mima un’infezione virale, uno stato infiammatorio in animali da laboratorio, in una finestra temporale precoce della gravidanza, sovrapponibile a quella del primo trimestre di gravidanza nelle donne.

Dalle analisi è emerso –come era lecito aspettarsi- che una singola attivazione del sistema immunitario materno nelle prime fasi della gravidanza rendeva la prole più suscettibile all’insorgenza di problemi di neurosviluppo, tra cui comportamenti di tipo autistico e epilessia. «La vera novità –spiega l’esperta- è l’aver individuato che questo difetto è dovuto principalmente ad uno sbilanciamento dell’espressione di due proteine, Nkcc1 e Kcc2. Sbilanciamento causato dall’aumento di citochine infiammatorie che avviene nel cervello fetale in seguito all’infezione materna».

Prevenzione con i sali di magnesio

In particolare questa anomalia, come dimostrato nello studio, impedisce al neurotrasmettitore “Gaba” di acquisire la sua fisiologica azione inibitoria. Il risultato è una eccessiva eccitazione neuronale capace di generare anomalie nella funzione del sistema nervoso. Lo studio però non si limita a questa osservazione ma apre la strada ad una possibile soluzione. Nella ricerca infatti è stato testato il ruolo del magnesio solfato. «Da tempo –prosegue l’esperta- sappiamo che questo sale può agire riducendo lo stato infiammatorio. Partendo da questa osservazione abbiamo provato a somministrarlo alle topoline gravide prima dell’induzione dell’infezione. Dagli esperimenti abbiamo osservato che il pre-trattamento della madre era in grado di bloccare –in seguito ad infezione- la produzione delle citochine infiammatorie nel cervello fetale. Blocco che ha avuto come effetto diretto la prevenzione del danno cerebrale».

Un risultato, seppur ottenuto in modello animale, che aggiunge un tassello importante nella comprensione di queste malattie. Il prossimo passo sarà quello di indagare il possibile ruolo preventivo degli integratori a base di magnesio somministrati in donne nel primo trimestre di gravidanza. Attenzione però a conclusioni affrettate: «contrarre un’influenza in gravidanza non significa necessariamente che il bambino rischierà di andare incontro allo sviluppo di queste patologie. Nei modelli animali e negli studi epidemiologici si è visto che ciò si verifica quando l’infiammazione è importante, come nel caso di una malattia che richiede un ricovero ospedaliero. Detto ciò se i risultati ottenuti nelle donne confermassero quanto abbiamo osservato negli animali da laboratorio saremo di fronte ad una svolta importante in termini di prevenzione. Il magnesio, somministrato nel periodo giusto, all’inizio della gravidanza, potrebbe essere la chiave per prevenire i danni di un’infezione materna, riducendo possibili effetti deleteri sullo sviluppo cerebrale del nascituro» conclude Matteoli.

(Daniele Banfi, articolo pubblicato su La Stampa di mercoledì 3 gennaio 2018)