Melanoma e tumore al polmone: l’immunoterapia rivoluziona le cure

Anno 2008. Giuseppe ha 50 anni e tanto ancora da vivere. Il verdetto dell’oncologo però non lascia spazio alle interpretazioni: melanoma metastatico al quarto stadio, il peggiore tra i tumori della pelle. Con le terapie di quel tempo l’aspettativa di vita medita è di 6-9 mesi. Solo il 25% sopravvive ad un anno. La ricerca però da qualche tempo comincia a produrre nuove molecole, gli immunoterapici. Giuseppe entra in una sperimentazione e oggi, a dieci anni dalla diagnosi, è ancora qui. La malattia c’è ma è sotto controllo. «Situazioni come quella descritta –spiega Michele Maio, direttore del CIO (Centro di Immuno-Oncologia) presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese-  sono sempre più diffuse. Grazie all’immunoterapia oggi il cancro sta cominciano ad essere considerato una malattia cronica». I risultati presentati al congresso ASCO di quest’anno puntano tutti in questa direzione. Dopo il melanoma adesso è l’ora del tumore al polmone.

Stimolare il sistema immunitario

La svolta nel trattamento dei tumori da 10 anni a questa parte si chiama immunoterapia. L’idea è rivoluzionaria: se sino agli anni duemila l’obbiettivo era quello di sviluppare molecole dirette contro le cellule tumorali, ora nel mirino finiscono le cellule del sistema immunitario. L’idea di fondo alla base di questo approccio è sfruttare la capacità delle cellule che ci difendono di riconoscere la presenza del cancro. Per farlo i ricercatori hanno due modi: rimuovere il freno che spegne la risposta o spingere sull’acceleratore e stimolare i linfociti ad attaccare la malattia. «Se nei primi anni duemila tutto ciò era promessa –continua Maio- oggi la maggior parte dei nuovi farmaci in commercio hanno come target il sistema immunitario e l’immunoterapia rappresenta sempre più spesso la prima scelta per affrontare un tumore in metastasi».

Da mesi ad anni di vita guadagnati

I dati sulla sopravvivenza ad un melanoma a dieci anni di distanza parlano chiaro: con ipilimumab, il primo immunoterapico della storia, siamo a quota 20%, come il caso di Giuseppe. Un risultato straordinario se confrontato con l’aspettativa di vita media di 9 mesi con la sola chemioterapia. In questi dieci anni però la ricerca è andata avanti individuando nuovi meccanismi da sfruttare. Da qui sono nati, tra i tanti, nivolumab e pembrolizumab. Proprio su quest’ultimo ad ASCO sono stati presentati i primi dati di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi: il 41% è vivo e nell’86% dei casi, dopo la sospensione del trattamento il sistema immunitario continua a tenere sotto controllo la malattia. «Questi risultati –spiega l’esperto- ci dicono che siamo sulla buona strada e che l’immunoterapia rappresenta l’approccio principale per affrontare il melanoma».

Tumore al polmone: copiare dal melanoma

Ma se l’immunoterapia ha rivoluzionato il trattamento di questo tumore, sempre più consistenti sono i risultati sulla bontà dell’approccio nella cura del cancro al polmone. Già da tempo anche nel nostro Paese pembrolizumab può essere utilizzato come prima scelta in alcune categorie di pazienti con carcinoma polmonare che esprimo elevati livelli della proteina PD-L1. Dagli studi presentati ad ASCO però emerge il dato che la molecola funziona anche per quelli con bassa espressione di PD-L1. Ma le novità non finisco qui perché per alcune tipologie di tumori  del polmone, il trattamento immunoterapico in combinazione con la chemioterapia determina un effetto sinergico attraverso il potenziamento della risposta immunitaria. I risultati sono ancora lontani da essere paragonabili a quelli raggiunti con il melanoma ma la strada appare simile.

Non solo immunoterapia

Accanto all’immunoterapia però guai a scordarsi delle terapie target. Al congresso ASCO sono stati presentati anche i dati relativi all’utilizzo di una molecola a target molecolare (alectinib) in grado di affrontare le metastasi cererbrali dei tumori al polmone ALK positivi, quello più diffuso tra i non fumatori. I risultati parziali dimostrano che la sopravvivenza libera da progressione con alectinib risulta triplicata rispetto a quanto accade con la terapia standard (34,8 mesi contro 10,9 mesi). Un risultato impensabile sino a poco fa.

Combinare più terapie

«Grazie alla ricerca oggi abbiamo a disposizione molte armi per controllare i tumori. Ora l’obbiettivo è riuscire a somministrare di volta in volta le giuste combinazioni tra immuniterapici, chemio e terapie target. Se eliminare del tutto il tumore non sempre è possibile, con ciò che abbiamo possiamo arrivare a rendere cronica la malattia. Il melanoma e il polmone ce lo stanno insegnando» conclude Maio.

(articolo pubblicato su Tuttosalute de La Stampa, 19 giugno 2018)

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Sono 129 i valori del sangue alterati dal lavoro su turni

129. E’ il numero di proteine circolanti nel sangue i cui valori risultano anomali quando si lavora di notte. Alterazioni importanti che espongono la persona ad un aumentato rischio di sviluppare diabete e obesità. Ad affermarlo è uno studio pubblicato dalla rivista PNAS ad opera dei ricercatori della University of Colorado (Stati Uniti).

Cambiare orari altera l’espressione di 129 proteine

Per arrivare a questo risultato gli scienziati statunitensi hanno sottoposto sei giovani adulti ad una settimana di repentino cambio di “orari” quotidiani per simulare ciò che avviene quando si lavora su turni o si viaggia da un continente all’altro. La peculiarità dello studio però è stata quella di valutare ogni 4 ore, grazie ad un prelievo sanguigno, i livelli di oltre 1100 proteine la cui produzione è dipendente dai ritmi circadiani.

Dalle analisi è emerso che l’alterato ritmo sonno-veglia tipico di chi svolge un lavoro su turni porta ad un’anomalia dell’espressione di 129 proteine. Da un punto di vista temporale l’alterazione più evidente è quella dell’orario in cui vengono prodotte e secrete nel sangue. Ciò a cui hanno assistito i ricercatori è stata una completa inversione dei tempi di produzione. Le proteine che normalmente raggiungevano nelle ore diurne il picco massimo a livello plasmatico in realtà erano maggiormente secrete nella notte e viceversa.

Diabete e chili di troppo: ecco perché chi lavora su turni rischia di più

Tra queste ad essere alterata maggiormente è il glucagone, l’ormone prodotto dal pancreas per stimolare il rilascio di glucosio dalle cellule al circolo sanguigno. Quando i volontari restavano svegli la notte i livelli dell’ormone raggiungevano il picco massimo nelle ore notturne anziché diurne. Non solo, il picco è risultato mediante più alto della norma e questo –secondo i ricercatori- rappresenta la prova del perché i lavoratori che fanno turni la notte sono maggiormente predisposti a sviluppare il diabete.

Ma c’è di più: un’altra proteina ad essere particolarmente alterata dal “lavoro notturno” è FGF19. Diversi studi in modelli animali hanno mostrato che questo fattore di crescita è in grado di stimolare il consumo energetico e che dunque una sua maggior produzione è responsabile dell’aumentato consumo di calorie. Dalle analisi è emersa una minor produzione di FGF19 negli individui sottoposti al test. Un risultato in linea con il dato che vede una diminuzione del 10% circa di calorie consumate da chi lavora di notte rispetto a chi lavora seguendo il normale ritmo sonno-veglia.

“Le evidenze emerse da questo lavoro –spiega Kenneth Wright, direttore del Laboratorio Sonno e Cronobiologia della University of Colorado – suggeriscono che quando siamo soggetti a jet-lag o effettuiamo una turnazione lavorativa notturna di un paio di giorni, andiamo ad alterare molto rapidamente la nostra fisiologia in una maniera che, se persistente, può diventare dannosa per la salute”.

Il lavoro notturno è un fattore di rischio

Ma se lo studio dei ricercatori statunitensi è stato il primo ad indagare quali sono le principali anomalie nella produzione di proteine, che il lavoro su turni esponga ad un aumentato rischio di malattie è ormai cosa nota. Già dal 2007 l’International Agency for Research on Cancer (IARC) di Lione ha inserito il “lavoro su turni che comporta un’alterazione dei ritmi circadiani” fra i possibili fattori che agevolano lo sviluppo di alcune forme tumorali.

Non solo, in un imponente studio del 2015 –che ha coinvolto 75 mila infermiere osservate per 22 anni- pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, è emerso che le donne che avevano lavorato con turni per un periodo dai 6 ai 14 anni, avevano un rischio di morte per malattie cardiovascolari maggiore del 19%. Rischio che arrivava al 23% per periodi lavorativi più lunghi di 15 anni.

Per minimizzare gli effetti di questa sorta di jet-lag esistono però alcuni piccoli accorgimenti: preferire rotazioni in senso orario piuttosto che antiorario, programmare turni il più possibile regolari e lasciare tra un turno e l’altro un tempo sufficiente al recupero delle ore di sonno e dalla fatica -evitando due turni nelle 24 ore- sono solo alcune delle strategie da adottare per ridurre l’impatto.

(Articolo originale pubblicato su La Stampa, 5 giugno 2018)

Lotta al cancro: 5 cose da ricordare dopo ASCO 2018

Anche quest’anno ho avuto la fortuna di partecipare al congresso ASCO (American Society of Clinical Oncology), il più importante appuntamento a livello mondiale dedicato alla lotta ai tumori. Un’occasione unica per avere il polso della situazione sulle nuove cure per il cancro. Con oltre 40 mila partecipanti e 6 mila studi presentati è impossibile riassumere tutto in poche righe. Qui di seguito ecco 5 messaggi da ricordare dall’edizione 2018:

Cancro come malattia cronica

La premessa è d’obbligo. Non nascondiamoci, di cancro si muore ancora. La situazione però è cambiata radicalmente nel corso degli anni. Ci sono tumori che sino al decennio scorso, se diagnosticati tardi, lasciavano poche speranze. Un esempio è il melanoma: dai 9 mesi di aspettativa di vita media, oggi con l’immunoterapia 1 persona su 5 a dieci anni di distanza è qui a raccontare la propria storia. E i risultati sono destinati a migliorare. Così anche per il polmone. Sempre attraverso lo stesso approccio qualcosa comincia a muoversi. Volendo semplificare al massimo possiamo affermare che ogni anno con le nuove terapie si guadagnano mesi su mesi di vita. E così alcune forme di cancro da letali stanno diventando croniche.

Sfruttare le armi che si hanno a disposizione

Per arrivare a considerare il cancro una malattia cronica è fondamentale saper utilizzare le armi giuste al momento giusto. Chirurgia, radioterapia, chemioterapia, terapie a bersaglio molecolare e immunoterapia. Sempre di più l’oncologo sarà chiamato a scegliere con quale sequenza portare avanti queste cure a seconda del paziente che si ha davanti. Un esempio? Non sempre l’immunoterapia è la prima soluzione. Anzi… alle volte occorre prima iniziare una terapia target e poi passare all’immunoterapia e viceversa. Non solo, la chemioterapia non va in soffitta. Per alcuni tumori -come il polmone- l’effetto combinato di chemio e immunoterapia sta dando risultati importanti. Oppure nel melanoma sta accadendo che farmaci di vecchia generazione come l’interleuchina-2, se somministrati insieme all’immunoterapia, aumentano il numero di persone che rispondono positivamente alle terapie. Il messaggio dunque è chiaro: non esiste una regola comune.

Test genetici per orientare le terapie

Nella scelta di quali cure somministrare (o non) il ruolo dei test genetici sta diventando sempre più importante. Uno dei principali studi presentati al congresso è arrivato alla conclusione che per alcune forme precoci di tumore al seno la chemioterapia può essere evitata. L’indicazione su quando non farla la si ottiene grazie ad un test (OncotypeDX) che analizza l’espressione di 21 geni del tumore implicati nel rischio di recidiva. Ma lo studio presentato non è il solo.

La biopsia liquida non è la soluzione alla diagnosi precoce

Fino a prova contraria un semplice prelievo del sangue, ad oggi, non consente di fare diagnosi di tumore. Per ora rimane un sogno. Al contrario la biopsia liquida ci può dare chiare indicazioni su come si sta evolvendo la malattia e se le terapie stanno funzionando.

Car-T sì ma non per tutti i tumori

Recentemente la lotta ai tumori si è arricchita di una nuova arma. Una sorta di evoluzione dell’immunoterapia classica. Sono le Car-T, un insieme di tecniche che prevedono il prelievo delle cellule del sistema immunitario del paziente, la loro modifica in laboratorio e la successiva re-infusione affinché vadano ad attaccare il tumore. Il sistema, altamente sofisticato e costoso, al momento si è rivelato efficace in alcuni pazienti con tumori del sangue che non rispondono alle terapie classiche. Il messaggio è chiaro: le Car-T funzionano ma… sono destinate ad una nicchia ben ristretta.

Immunoterapia sempre più costosa anche quando funziona poco

Negli ultimi dieci anni, grazie all’avvento dell’immunoterapia, tumori che in passato non lasciavano scampo oggi possono essere affrontati con successo. Intendiamoci: di tumore si muore ancora ma grazie a queste molecole il cancro sta diventando una malattia cronica. Il problema però è il prezzo: i nuovi farmaci costano, e tanto. Non solo, il costo nel tempo è andato ad aumentare indipendentemente dal beneficio clinico. Ad affermarlo è uno studio da poco pubblicato dalla rivista Journal of Oncology Practice.

I costi non seguono una logica precisa

A lanciare l’allarme sull’andamento dei prezzi non sempre in linea con il reale valore del farmaco era stata, già nel 2016, un’analisi comparsa su JAMA Oncology. Lo studio analizzava l’andamento dei prezzi delle 51 molecole anticancro approvate dalla FDA –l’ente statunitense che regola l’immissione dei farmaci nel mercato- tra il 2009 e il 2013. Seppur riferita solo agli Stati Uniti, l’analisi affermava che il prezzo di queste molecole non correla né all’entità degli investimenti di ricerca -nessuna differenza tra innovativi e di successiva generazione- né all’efficacia terapeutica, né ai volumi di impiego. Ora l’ultimo studio pubblicato non fa altro che ribadire il concetto.

Efficacia e costi non vanno di pari passo

«La situazione –spiega il dottor Giordano Beretta, responsabile dell’Oncologia medica dell’ospedale Humanitas Gavazzeni e presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM)- non è di certo una novità. Possiamo affermarlo chiaramente: oggi il costo di diversi antitumorali non è il linea con la loro efficacia. Ciò non significa che usiamo molecole che non funzionano, tutt’altro. I nuovi farmaci hanno portato a grandi risultati ma il loro costo è sproporzionato rispetto al beneficio clinico aggiuntivo di ciò che già c’era in commercio».

Non sempre sappiamo chi risponderà ai farmaci

Per rendere l’idea l’assistenza complessiva (farmaci e non solo) a un malato di cancro costa intorno ai 40 mila euro l’anno che, con gli immunoterapici, raggiunge e supera i 100 mila euro. Di ricette per contenere i costi ce ne sono diverse ma uno dei punti su cui agire è l’appropriatezza nella prescrizione dei farmaci. «Oggi –spiega Beretta- abbiamo a disposizione degli immunoterapici che hanno cambiato la storia di molti tumori. Il punto è che queste molecole non funzionano in tutti i malati. Allo stato attuale delle conoscenze però non abbiamo a disposizione dei criteri specifici – i cosiddetti fattori predittivi- per individuare i pazienti ideali che risponderanno ad una determinata terapia».

Investire in test predittivi

Ma è proprio questo il punto cruciale. Selezionare solo chi risponderà –ad oggi si calcola che l’immunoterapia funzioni nel 30-40% dei pazienti- è di fondamentale importanza non solo per il malato ma anche per tutto il sistema. In questo modo è possibile curare meglio, risparmiando.  «Per riuscire ad arrivare a prescrivere in maniera mirata è fondamentale investire maggiormente in ricerca. Tutti gli sforzi si stanno dirigendo in questa direzione, ovvero mettere a punto strumenti in grado di identificare se un malato risponderà o meno ad una determinata terapia. In quest’ottica però molto devono fare le aziende farmaceutiche. Ecco perché una delle possibili soluzioni future è che in fase di registrazione del farmaco venga chiesto a chi produce la molecola di indicare nel tempo le caratteristiche del paziente che risponderà al trattamento. Un vincolo in grado di stimolare ad investire ancor di più sulla ricerca dei marcatori predittivi di risposta» conclude Beretta.

(articolo tratto da La Stampa, 17 maggio 2018)

Riviste scientifiche: abbiamo un problema. Il caso di Lars Andersson e il vaccino HPV

Il vaccino per l’HPV potrebbe aumentare il rischio di sviluppare il cancro della cervice uterina. Esattamente il contrario di ciò che dovrebbe avvenire. E’ questa la conclusione tranciante di Lars Andersson, ricercatore del Karolinska Institutet di Stoccolma, pubblicata dalla rivista Indian Journal Medical Ethics. Peccato però che il ricercatore in questione sia un fantasma (e il messaggio una bufala). Il prestigioso istituto svedese ha smentito categoricamente di avere in organico -e nemmeno in passato- tale Lars Andersson. Ma andiamo con ordine:

STUDIO RIVOLUZIONARIO FIRMATO DA UN SOLO SCIENZIATO

Sul finire del mese di aprile la sconosciuta rivista Indian Journal Medical Ethics pubblica un articolo che non mette in dubbio solamente l’efficacia del vaccino HPV bensì afferma che il vaccino stesso causerebbe il cancro. A firmare la rivoluzionaria scoperta tramite una lettera all’editore -e qui sorge il primo dubbio– non è un nutrito gruppo di scienziati bensì un uomo solo al comando, Lars Andersson del Karolinska Institutet di Stoccolma. Come ogni buon articolo scientifico che si rispetti c’è tanto di indirizzo mail dell’autore. Mail (secondo dubbio) che non ha nulla di istituzionale ma è una generica lars.andersson2@outlook.com.

ANDERSSON NON ESISTE

Qualche giorno dopo la pubblicazione -vista la portata del messaggio- qualcuno a Stoccolma si accorge di essere citato a sproposito. Dopo una rapida indagine interna il Karolinska pubblica un comunicato in cui afferma che nel proprio organico non c’è e non vi è mai stato il signor Lars Andersson (a onor del vero c’è un omonimo che non si occupa di vaccini. Ma Lars Andersson in Svezia è come Giuseppe Rossi in Italia…). Oltre a prendere posizione l’accademia svedese chiede alla “rivista” di eliminare immediatamente quell’affiliazione. L’Indian Journal Medical Ethics recepisce il messaggio ed elimina il riferimento all’istituto svedese e spiega in una nota che il ricercatore ha richiesto l’utilizzo di uno pseudonimo (terzo dubbio… lo pseudonimo nella scienza non l’ho mai visto) per salvaguardare la propria incolumità. Intanto lo studio comincia a girare nei vari siti no-vax –qui un articolo in italiano pubblicato da “Renovatio21” e l’ennesima frittata è fatta.

Quanto alle conclusioni del paper c’è poco da dire. Ovviamente il vaccino per l’HPV previene il cancro della cervice. I dati, parzialmente omessi ed interpretati a piacimento del fantasma Andersson, dicono esattamente il contrario e l’aumento nell’incidenza del tumore del collo dell’utero nel tempo è frutto di un’aumento delle donne che si sottopongono agli screening.

UN RICERCATORE RECIDIVO

Ma la storia non finisce qui perché il fantasma Lars Andersson non è nuovo a questo genere di pseudo-ricerche. L’anno è il 2016 ma la dinamica è la stessa. Questa volta è il Journal of Internal Medicine a pubblicare -sempre a solo nome di Andersson, con l’affiliazione del Karolinska e con la classica mail (passata, a questo punto, inosservata)- uno “studio” in cui si afferma che il vaccino antinfluenzale Pandemrix causerebbe il diabete di tipo 1. Nel 2017 invece Andersson segnala l’incongruenza di alcuni risultati circa un’indagine norvegese che aveva lo scopo di valutare la presunta -ma smentita dallo studio- associazione tra vaccino HPV e sviluppo della sindrome da fatica cronica e l’encefalomielite mialgica.

LA RESPONSABILITA’ DELLE RIVISTE SCIENTIFICHE

E’ evidente che in tutta questa vicenda la pessima figura è innanzitutto a carico di quelle riviste che dovrebbero occuparsi di valutare ciò che viene loro proposto. La facilità con cui un illustre sconosciuto -in nome di un’ideologia e non in nome della scienza- sia riuscito ad ottenere una pubblicazione deve farci riflettere seriamente sulle dinamiche che sottendono all’invio, alla valutazione e alla pubblicazione di un paper scientifico.

Ad aggiungere caos al caos ci sono poi le finte riviste scientifiche o quelle disposte a pubblicare tutto dietro pagamento (qui il racconto che feci su La Stampa della pubblicazioni di articoli scientifici realizzati con un generatore automatico di testo). Ma questa è un’altra storia.

Metodo Simoncini, Butac e una censura al contrario

Nelle scorse settimane uno dei siti che più si batte nel cercare di smontare le bufale (www.butac.it) è stato posto sotto sequestro per alcuni giorni. Tutto è partito da una querela relativa ad un articolo pubblicato nel 2015 in cui veniva criticato l’operato di un oncologo. Al di là del caso specifico –in passato le querele avevano portato all’obbligo di rimozione di contenuti ma non al sequestro dell’intero sito- quanto deciso dalla procura di Bologna è manna dal cielo per chi di bufale vive sfruttando la disperazione delle persone.

Guardate cosa scrive il sito degli “amici del dottor Simoncini”:

Era ora! Finalmente la Procura della Repubblica di Bologna lo ha messo sotto sequestro! Butac, il sito che si definiva anti bufala, che sparava addosso a tutto e a tutti, soprattutto ai medici alternativi, questa volta ha sparato alla persona sbagliata, visto che ha preso di mira l’oncologo brindisino Claudio Pagliara, che non ci ha pensato su due volte a (sì, è scritto così, ndr) ha querelato i titolari. Ora è finalmente chiuso!

E ancora…

Speriamo che questa esperienza serva da lezione anche ai gestori di altri siti che vivono “diffamando” medici alternativi, rei di aver capito del fallimento della medicina ufficiale e di cercare alternative per salvare la vita dei propri pazienti.

Già, proprio quelle cure alternative per salvare la vita dei propri pazienti. Peccato perché con quelle “cure” in realtà la si perde, la vita. Il dottor Simoncini dovrebbe saperlo bene: radiato già da diversi tempo, ad inizio di quest’anno è stato condannato a 5 anni e 6 mesi di carcere per aver sottoposto (in Albania) un ragazzo di Catania affetto da un tumore cerebrale alla sua pseudo-cura a base di bicarbonato di sodio. Iniezioni che hanno portato al decesso del giovane.

Eppure i fans del dottor Simoncini continuano a pontificare sul web e senza censura la bontà del metodo. Per il dottore e i suoi fedelissimi l’utilizzo del bicarbonato di sodio quale agente in grado di eliminare le cellule tumorali nasce dall’idea totalmente infondata che il cancro non è che il fungo Candida albicans. Ecco perché secondo Simoncini basterebbe del semplice bicarbonato per fare scomparire la massa.

La mia idea –scrive- è che essi (i tumori, ndr) non dipendano da misteriose cause genetiche, immunologiche, auto immunologiche, come propone la medicina ufficiale, fatti mai dimostrati, ma che piuttosto derivino da una semplice aggressione fungina, non visualizzata, né studiata nella sua dimensione intima connettivale. Durante i molti anni in cui ho studiato i tumori, cioè le atipiche colonie fungine, ho potuto constatare che l’unico mezzo per distruggerle ed impedire che si rinnovino, consiste nel somministrare forti concentrazioni di sali, in particolare modo Bicarbonato di Sodio, da far assumere in maniera peculiare rispetto alla sede del cancro.

Eppure, nonostante l’infondatezza di queste dichiarazioni, i siti che propongono questi “rimedi” continuano ad essere visibili. Segnalarli è il minimo che possiamo fare consci però del fatto che non è solo attraverso la rimozione dei contenuti che si affrontano questi problemi. Sono due le vie che abbiamo per contrastare il fenomeno dei venditori di fumo della salute.

Da un lato occorre seriamente investire in un’informazione giornalistica di qualità nel campo della salute. Informazione fatta con rigore e competenza e non finalizzata alle sole logiche commerciali relative al traffico da generare. Ancora oggi infatti capita che le grandi testate diano spazio a contenuti alquanto discutibili ma di sicura lettura. Dall’altro –ed è questo il vero punto- c’è la sfida educativa. Bisognerebbe sin da piccoli –e qui la scuola ha un ruolo centrale- stimolare i ragazzi al senso critico. Investire sempre di più in cultura della scienza. Un processo lento ma probabilmente il più potente.

p.s di cancro si muore ancora. Nessuno ha la bacchetta magica. A differenza però di chi vende false speranze basate sul nulla, oggi la scienza ci dice che sempre più persone –grazie alla ricerca e alla creazione di farmaci sempre più precisi- guariscono o convivono con la malattia. Di persone che a distanza di anni dalla diagnosi di tumore sono qui a raccontare la loro storia ce ne sono moltissime. Le possiamo incontrare tutti i giorni per la strada. E di quelle con il bicarbonato?

Cadaver Lab: i medici del presente e futuro si allenano sui corpi donati alla scienza

Il miglior modo per imparare una cosa è farla. Anche se la frase può sembrare ovvia, nella realtà dei fatti quando si parla di semplici interventi chirurgici il giovane medico arriva con un bagaglio teorico ricco e nessuna esperienza sul campo. A differenza però di un meccanico che deve agire sul motore dell’auto, quando si ha di fronte un uomo gli errori non sono ammessi. Ecco perché il metodo migliore per apprendere come operare è quello su cadavere. Oggi più che mai imparare dai corpi senza vita è di fondamentale importanza per formare i nuovi specialisti di domani. E’ per questa ragione che negli ultimi anni anche in Italia stanno nascendo i “cadaver lab”, vere e proprie strutture dove apprendere come eseguire interventi chirurgici complessi. Una di queste, la prima nel nostro Paese all’interno di una struttura ospedaliera, è stata aperta da pochi mesi presso il Polo Scientifico e Tecnologico MultiMedica di Milano.

Non solo anatomia

«Quando si tratta di eseguire un’operazione sul corpo di un paziente -spiega il professor Giorgio Pajardi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia della Mano del Gruppo MultiMedica di Milano e Direttore Scientifico di CadaverLab- l’esperienza è tutto. Non basta conoscere a perfezione l’anatomia, occorre quella manualità che solo il “fare” consente di acquisire. Simulare un intervento su di un manichino o un preparato anatomico non umano non è minimamente paragonabile alla situazione reale. E’ da questa esigenza che nascono i “cadaver lab”». Dalle prime dissezioni, praticate a scopo di ricerca anatomica già nel III secolo avanti Cristo, passando attraverso lo studio vinciano della “macchina umana” in epoca Rinascimentale, l’analisi dell’anatomia umana si apre oggi a modalità di apprendimento scientificamente avanzate per consentire al medico chirurgo di affinare le proprie capacità di intervento sul paziente.

Imparare procedure d’urgenza

A differenza di quanto si potrebbe essere portati a pensare, i “cadaver lab” non sono delle sale di anatomia patologica dove poter sezionare i corpi bensì delle vere e proprie sale operatorie identiche a quelle utilizzate per le persone in vita. «La peculiarità principale del “CadaverLab MultiMedica” -continua Pajardi- è il suo inserimento all’interno di una struttura ospedaliera. Offrire una formazione dedicata ai colleghi chirurghi facendoli operare sul cadavere, illustrare allo specializzando come si posiziona ad esempio una placca su un osso o mostrare al chirurgo già capace come posizionare una nuova placca sono momenti paradigmatici dell’insegnamento pratico. Come accadeva una volta nella bottega dell’artigiano, queste strutture consentono di imparare dal maestro riproducendo su di un cadavere quanto osservato». Ma a beneficiare di questo approccio non sono solo i chirurghi che devono realizzare operazioni programmate bensì quelli che ogni giorno si occupano di medicina d’urgenza, in particolare quella del pronto soccorso. Con i “cadaver lab” infatti è possibile imparare procedure d’emergenza quali intubazioni, drenaggi toracici d’urgenza o posizionamento di stent per il trattamento di infarti ed ictus.

Ancora nessuna legge sulla donazione del corpo

Ad oggi nel nostro Paese la diffusione di queste strutture è ancora limitata. Tra le varie problematiche quella principale è relativa al reperimento dei cadaveri. I donatori non mancherebbero ma ad oggi -unico Paese nell’UE- non c’è ancora una legislazione che consenta l’utilizzo dei corpi di coloro che desiderino donare le proprie spoglie alla ricerca scientifica. Ecco perché se si vogliono effettuare questo genere di esercitazioni l’unica via possibile in Italia è l’importazione del cadavere intero o delle porzioni su cui effettuare le prove. «Per dare un’idea degli investimenti da sostenere in mancanza di una legge, una singola mano costa circa 600 euro» racconta l’esperto. Un costo non indifferente che potrebbe essere abbattuto: secondo una recente indagine si calcola che ogni anno l’Italia spenda oltre un milione di euro per importare dagli Stati Uniti i corpi su cui esercitarsi.

Esportare cervelli, importare cadaveri…

«In 24 ore presso il CadaverLAB di Multmedica un chirurgo può acquisire le nuove tecniche d’intervento, praticarle in prima persona e osservarle in sala operatoria applicate direttamente sul paziente in ospedale. Si tratta di una formazione completa, che per la prima volta i chirurghi italiani possono ricevere nel proprio Paese senza doversi recare all’estero» conclude Pajardi. La speranza è quella che queste realtà si diffondano sempre più. Dopo i pionieri del centro di Arezzo e ora MultiMedica sono poche le realtà a riguardo. Il rischio concreto è quello di continuare a esportare sempre più cervelli ed importare, a pagamento, sempre più cadaveri.

(Articolo completo. Un riassunto è stato pubblicato su La Stampa del 21 febbraio 2018)