Viva le differenze! Via le differenze

Schermata 2015-06-12 a 16.58.53«Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità».

Questa frase di Alexis Carrel credo che renda bene l’idea di quanto è accaduto in questi giorni in seguito ad uno spot dei pannolini Huggies per bambini. Andiamo con ordine: l’azienda statunitense ha da poco lanciato una nuova linea di pannolini che tiene conto delle differenze anatomiche dei piccoli. Chi ha un po’ di esperienza si sarà accorto che effettivamente adattare la superficie assorbente in base a come si fa pipì non è un’idea così malvagia. Fin qui tutto regolare, inegno della mente umana.

Per lanciare il prodotto Huggies ha pensato ad una pubblicità molto semplice. Nel video, tra varie situazione della vita quotidiana, c’è un bimbo che gioca a calcio e una bimba che si pettina… La voce fuoricampo afferma: “Lei penserà a farsi bella, lui a fare goal. Lei cercherà tenerezza, lui avventure. Lei si farà correre dietro, lui invece ti cercherà. Così piccoli e già così diversi”. Apriti cielo! Gli attivisti da divano -in questo caso da poltrona da scrivania Ikea- si indignano e propongono subito sul sito Change.org una petizione per chiedere l’immediata rimozione del sessista spot.

Il testo recita: “In uno spot pubblicitario vengono reclamizzati dei pannolini con una diversa distribuzione dell’assorbenza per apparato urogenitale maschile e femminile. Per sottolineare ciò, si confondono differenze anatomiche con differenze culturalmente imposte. Chiediamo che la réclame venga immediatamente ritirata, a favore di uno spot che possa spiegare l’utilità e l’innovazione di questo prodotto senza ricalcare stereotipi culturali”. (Oh, grazie alla petizione ho riscoperto il termine réclame, lo usava sempre mia nonna).

Su twitter ho scritto che chi si indigna per una pubblicità del genere deve avere qualche problema. Subito ha risposto un’attivista che si batte contro le “discriminazioni di genere” facendomi notare (viva #JeSuisCharlie) che i seri problemi li ho io perchè penso che le figlie debbano diventare “oche” e i maschi “competitivi”. Tento di replicare: lo spot non mi pare dica questo. Fermi un momento: casi patologici a parte chiedo, “qual è la donna a cui non piace essere bella?” Niente da fare, la risposta è “un conto è farsi bella, un altro è pensare a farsi bella come unico scopo nella vita. Lo spot incita al velinismo”. Chissà, qualche nostalgico avrà anche pensato che la colpa è di Berlusconi e della trash-TV… Cosa c’è di male se un bambino, giocando a calcio, sogna di diventare un professionista? Probabilmente l’attivista -non ho indagato- mi dirà che in realtà lo scopo del piccolo è quello di fare gol e guadagnare tanto per potersi permettere di girare con la Blasi (per chi non segue il calcio, quindi non è bifolco come il sottoscritto, parlo della moglie di Totti).

Ma solo io non ci vedo nulla di strano in questo spot? Mi spiego: è sessista e discriminante raccontare piccoli e diversi aspetti della vita quotidiana di un bambino e di una bambina? Non mi riferisco alle differenze anatomiche, su questo spero e credo non ci siano dubbi… A tutti sarà capitato di osservare i bambini giocare. “Ruspa, camion, trattore, lotta… mio mio”. “Mamma bella, capelli, bambola coccole”. “Le bambine? Bleah, che schifo!”. Osservandoli vedo già -sto parlando in maniera generale- quanto siano maschi e femmine già da piccolissimi. Affermare questo non significa discriminare e non significa essere sessisti. Significa osservare la realtà. Quella realtà che in alcuni casi può essere anche diversa. In questi giorni una collega mi ha fatto riflettere dicendomi che alle volte capita che un bambino possa essere preso in giro perchè indossa un cappello rosa del “Giro d’Italia”. I bambini su questo sono tremendi. Se mi prendi in giro per il rosa, caro bambino, sei un pirla e i tuoi genitori farebbero bene a dirtene quattro. Il problema è educativo: un piccolo che vuole andare a fare il ballerino -o una bimba che vuole tirare i calci al pallone- non deve essere discriminato e fatto sentire diverso.

C’è però una sottile differenza con quello che viene proposto nella pubblicità. Lo spot dice una grande ovvietà: le differenze ci sono e sono innegabili. Che ad un bambino piaccia il calcio e ad una bambina le bambole non mi pare sia imposto dalla cultura come qualcuno afferma. Che poi… imposto da chi? Da qualche entità astratta? Dal “sistema”? Dal nuovo ordine mondiale? Quando accade il contrario bisogna stare di fronte alla realtà sostenendo che non c’è nulla di male se una bambina ha deciso di andare a giocare a calcio. Cancellare le differenze con un colpo di spugna, rendendo uguale ciò che oggettivamente non è, è il miglior modo per non affrontare davvero il problema della discriminazione tra i sessi. Solo un’educazione che parte dall’osservazione delle differenze può salvarci dall’ignoranza che genera discriminazione e razzismo. L’educazione implica un lavoro faticoso, l’esistenza di un adulto che sappia trasmettere e comunicare le ragioni delle differenze. Togliere, azzerare e cancellare è più semplice…

Chiunque volesse approfondire l’argomento può farlo attraverso la lettura di due straordinari libri pieni di ovvietà -ma le ovvietà non sembrano più essere tali- a firma di Costanza Miriano. Oh, coprite la copertina prima di mettervi a leggere altrimenti in treno vedrete che discriminazioni. Si intitolano “Sposati e sii sottomessa” e “Sposati e muori per lei”… Intanto io quasi quasi mi collego a Change.org e chiedo una petizione per chiedere una legge che obblighi i produttori di giocattoli ad inserire obbligatoriamente negli spot -transformer, Barbie o quello che volete voi- un bambino e una bambina. Non si sa mai…

Politiche a sostegno della famiglia? Sì, ecco il fertility day

adorable-21998_1280Il ministro Lorenzin –in realtà gli esperti che la circondano- ha scoperto l’acqua calda. In Italia non si fanno più figli. Con una media di 1,39 figli per donna il nostro Paese è al di sotto della soglia europea (per la cronaca lei alza la media con due gemelli in arrivo). Intanto la popolazione continua ad invecchiare e con questo ritmo -dicono dal ministero- nel 2050 la popolazione anziana sarà in misura pari all’84% di quella attiva con un effetto potenzialmente devastante per il welfare. Fin qui nessuna novità. E’ un ritornello che grazie ai dati Istat sentiamo da tempo.

Non è nemmeno una novità il fatto che molti giovani d’oggi –io tra loro, anche se a 32 anni mi piacerebbe non essere considerato un giovane inesperto ma una persona che nei prossimi 15 anni darà il massimo sul luogo di lavoro- non vedranno la pensione. O meglio, non riceveranno nemmeno lontanamente quanto versato (per la cronaca l’istituto di previdenza giornalistica INPGI oggi raccoglie 100 milioni all’anno e ne spende 130 in pensioni).

In che modo risolvere questo oggettivo problema di sostenibilità? Semplice, facendo più figli. Il ragionamento non fa una piega. Ecco allora il via libera a sgravi fiscali per famiglie numerose, il leggendario quoziente famigliare, l’agevolazione nell’accesso alla scuola paritaria che consentirebbe un risparmio allo Stato… Invece no. Troppo difficile occuparsi seriamente di politiche famigliari. Ecco allora che dal cilindro il ministero tira fuori la soluzione: variamo un piano nazionale per la fertilità e istituiamo dal 2016 il “Fertility Day”.

In Italia una coppia su cinque, ovvero il 20%, ha difficoltà a procreare. Le ragioni sono le più disparate e il ministero si è prefissato l’obbiettivo di fornire assistenza sanitaria qualificata per difendere la fertilità, promuovere interventi di prevenzione e diagnosi precoce al fine di curare le malattie dell’apparato riproduttivo e intervenire, ove possibile, per ripristinare la fertilità naturale. Sgombriamo il campo dagli equivoci: in sé il progetto è cosa buona e lo Stato, cioè noi, fa bene ad affrontare il problema.

Aiutare chi non riesce ad avere figli è una cosa, risolvere il problema della natalità con un piano nazionale sulla procreazione un’altra. Ma ci siamo mai chiesti perché si fanno sempre meno figli? Certo, da un lato il “problema” è di natura biologica ma dall’altro –in misura molto più impattante- è dovuto alla totale assenza –nei casi peggiori direi disprezzo- di considerazione per chi decide di metter su famiglia.

La famiglia è mal sopportata, le donne in maternità un peso. C’è chi a Roma ha deciso di aumentare le tariffe degli asili nido… Di politiche che incentivino a fare più figli sembrano essercene molto poche… (la Lorenzin ha proposto almeno l’estensione del bonus bebè fino ai 5 anni, 80 euro al mese. Latte e pannolini, forse. Un’aspirinetta ad un moribondo). A dirlo non sono io ma i numeri: se si confronta la percentuale di Pil investito nelle politiche per la famiglia l’Italia presenta uno spread rispetto alla media europea pari a un punto percentuale. Il nostro Paese spende circa l’1,4% mentre l’Europa in media dedica tra il 2,3% e il 2,4%. Per essere in linea con lo standard europeo alle politiche in favore della famiglia mancano tra i 15 e i 17 miliardi di euro. Vogliamo realmente risolvere il “devastante problema welfare”? Investiamo nella famiglia perché è l’unica ancora certa di salvezza. Quella famiglia che si fa carico dei giovani senza lavoro e degli anziani con pensioni al limite del ridicolo. Già, quelle pensioni che i figli non vedranno mai. Aiutiamo sì gli italiani a fare più figli. Poi però sosteniamoli. Viva il Fertility Day, siempre.

Convegno sulla famiglia: eppure basterebbe un po’ di curiosità per andare oltre il muro dell’ideologia

foto (5)Curiosità: è questa la caratteristica principale che ogni giornalista dovrebbe avere. E’ per questa ragione che sabato pomeriggio mi sono messo in fila all’ingresso dell’Auditorium Testori di Regione Lombardia per assistere al convegno “Difendere la famiglia per difendere la comunità”. Nei giorni precedenti l’evento si è alzato un gran polverone sulla manifestazione. Diversi giornali l’hanno definito il convegno “Anti-gay”. Strana elaborazione giornalistica. La locandina dell’evento, graficamente ben poco accattivante, non riporta nulla che possa far pensare ad un dibattito sulle presunte cure da somministrare a tappeto per le persone omosessuali.

Grazie alla mia mania di partire sempre presto sono riuscito ad entrare con successo nella sala. Nessun canale preferenziale, nessun tesserino da giornalista –nonostante ne sia in possesso- per evitare la fila. Aspettando il mio turno per accedere nel palazzo non ho potuto non notare il dispiegamento di forze dell’ordine degno di un Roma-Lazio. Probabilmente, non fosse uscita sul giornale la notizia del convegno, nessuno si sarebbe interessato.

Una volta entrato mi sono seduto per terra ad ascoltare attentamente gli interventi di tutti i relatori. Si è parlato di fisco ingiusto per le famiglie numerose, di assegno di maternità per tutte le donne, di ovvie differenze tra uomo e donna, di utero in affitto, del fatto che uomini e donne non sono oggetti… Temi di interesse generale, condivisibili o meno, indipendentemente dall’appartenenza politica o religiosa: chi non vorrebbe pagare meno tasse avendo 5 figli? Quale donna rifiuterebbe l’assegno di maternità? Chi ritiene lecito che una donna venda il proprio corpo per tenere in grembo un figlio che mai vedrà? Perché mai un bambino –che dovrebbe a maggior ragione essere tutelato in quanto soggetto debole- non dovrebbe chiamare mamma la donna che lo ha portato in grembo?

Ascoltando i relatori non è possibile non porsi le seguente domande: ma questo non era un convegno anti-gay? Dove sono i sostenitori delle cure per gli omosessuali? La risposta è semplice: il convegno nulla aveva a che fare con questi deprecabili argomenti. Eppure, nonostante l’evidenza dei fatti, un certo modo di fare informazione ha continuato imperterrito a bollare il convegno come omofobo.

E’ vero, mi si potrà obbiettare. Un ragazzo (qualche giornalista l’ha definito gay), nonostante non fosse previsto un dibattito con domande dal pubblico, ha pensato di irrompere sul palco impossessandosi di microfono per affermare:

“Quanti di voi hanno figli? Il motivo per cui vi faccio questa domanda è perché nessuno di voi sa se vostro figlio è o non è eterosessuale”.  

E aggiunge:

“In quale maniera voi pensate di attuare l’unico comandamento in cui io aspiro nella mia vita che è l’amore quando le terapie riparative sono state condannate e…”

Segue il suo allontanamento. Una manna per i giornalisti in sala. Il servizio è fatto. Contestatore pone una domanda che nulla ha a che fare con i temi trattati. Urla e fischi fanno il resto. Il servizio è perfetto per dimostrare la propria tesi preconfezionata. Un convegno di retrogradi, oscurantisti, teorizzatori e attuatori delle cure per gli omosessuali.

Non contenti, ciliegina sulla torta, lo scoop degli scoop con tanto di titolone: “Milano, la denuncia di Sel: Don Inzoli, prete accusato di pedofilia, al forum omofobo”. Su questo episodio credo che le parole di Adinolfi, uno dei relatori, siano chiarissime:

“Mi chiama Repubblica e mi chiede che ne penso del fatto che tra migliaia di persone che ieri a Milano hanno seguito il nostro convegno, molte non riuscendo a entrare e ancora mi scuso, ci fosse un prete che in passato aveva avuto accuse di pedofilia, che peraltro non gli provocano pendenze penali di alcun genere. Non ho nulla da dire (non conosco quel prete) se non che pedofilia e pedofili mi fanno schifo. Detto questo, chiederei un minimo di equanimità al prossimo convegno dei Radicali con Mambro e Fioravanti o al prossimo incontro pubblico de sinistra con Adriano Sofri. Tranquilli, nel loro caso non dovete fare neanche la fatica di fare lo screening di ogni singola faccia del pubblico. Loro parlano dal palco.”

Posto il fatto che qualche amico del prete -se veramente amico- avrebbe dovuto consigliargli per il suo bene di stare a casa, ciò che si evince da tutta questa vicenda è che la corretta informazione è morta da tempo. Sarebbe bastato seguire il convegno spogliandosi dell’abito della cieca ideologia, quella che ti fa vedere solo il mondo che c’è nella tua testa. E’ questo il modo di fare informazione? Il convegno, diciamolo apertamente, ha detto cose ovvie e scontate. Forse però aveva ragione Chesterton:

“Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate… .”