giornalismo

Fake news: alle volte smontare le bufale è controproducente

Anno 2015. Iniziano ad essere pubblicati i primi studi di Walter Quattrociocchi dell’IMT di Lucca sulle dinamiche social e la non utilità -in alcuni casi- del debunking. Propongo più volte ai quotidiani un articolo, me lo fanno scrivere ma non verrà mai pubblicato. Troppo settoriale? Di poco interesse? Oggi ne parlano tutti, Walter è intervistato da mezzo mondo e ora -con grande merito- esce sul numero di aprile di Scientific American. Qui il testo originale che mai vide la luce… la vide, in forma rimaneggiata, sul sito di Fondazione Veronesi

Poco importa l’origine, l’importante è che siano bufale. L’utente web complottista per eccellenza vuole solo quelle e ogni tentativo che cerchi di smontarle -in inglese “debunking”- risulta essere vano. Anzi, il più delle volte non fa altro che peggiorare la situazione. E’ questa, in estrema sintesi, la situazione che emerge da diverse analisi del comportamento sul web realizzate dall’IMT Institute for Advanced Studies di Lucca, centro di eccellenza mondiale nello studio delle dinamiche dei fenomeni web.

Come spiega il dottor Walter Quattrociocchi, uno degli scienziati dell’IMT, «Di bufale su internet ce ne sono a migliaia. Studiando le principali abbiamo individuato fondamentalmente quattro categorie di appartenenza: quelle geopolitiche, quelle sul clima, sulla salute ed infine quelle relative alle diete». Indipendentemente dalla tipologia tutte queste false informazioni complottiste originano dalla difficoltà dell’uomo di spiegare in maniera razionale alcuni processi che implicano analisi approfondite. Tra le più famose c’è sicuramente quella delle scie chimiche provocate dagli aerei che, con il loro scarico, immetterebbero nell’atmosfera molecole in grado di condizionare il clima. Non solo, dalla bufala originale ne sono nate diverse dove addirittura si teorizza che il rilascio di queste sostanze è capace di agire a livello cerebrale condizionando le scelte delle persone.

Tra quelle geopolitiche invece particolarmente gettonata -anche grazie ad un deputato grillino che in un’intervista ha messo in guarda il mondo dall’imminente pericolo- c’è quella del chip obbligatorio impiantato sottopelle. Un dispositivo creato appositamente dal Nuovo ordine mondiale per controllare costantemente i popoli. Non va però di certo meglio per le bufale relative alla salute. Se le precedenti fanno quasi sorridere quelle relative al campo medico sono assai pericolose: dal vaccino che causa l’autismo al cancro che si cura con il bicarbonato le bufale di “salute” hanno già causato seri danni.

«Il vero problema -continua Quattrociocchi- è che una bufala tira l’altra». Analizzando il comportamento degli utenti su Facebook gli scienziati dell’IMT hanno scoperto che i fruitori di “informazione alternativa” sono fortemente polarizzati. I pattern di comportamento, in particolare i “mi piace” e i commenti ai post, sono sempre sostanzialmente gli stessi indipendentemente dalla bufala in questione. «Nel nostro ultimo studio abbiamo confermato quanto osservato qualche mese fa: analizzando oltre 55 milioni di utenti e 50 mila post ciò che è parso particolarmente evidente è che l’utente complottista vive all’interno di una propria narrazione della realtà che lo porta a selezionare solo le informazione che confermano la propria visione» spiega l’esperto.  Un modo di informarsi che porta i complottisti a formare un vero e proprio blocco granitico impermeabile a qualsiasi tentativo di debunking. Non solo, essendo così polarizzati gli utenti si danno man forte aumentando così la convinzione della veridicità della bufala.

Il mondo esterno, quello che tenta faticosamente di dare ragione di ciò che accade, viene totalmente ignorato. La conferma arriva proprio dall’ultimo studio dei ricercatori italiani. In virtù della così forte polarizzazione e tendenza ad informarsi su siti inaffidabili, su oltre 15 milioni di utenti complottisti solamente quattromila vengono raggiunti da post di debunking in cui la bufala viene smontata pezzo per pezzo. Un risultato scoraggiante a cui se ne aggiunge un altro: «per il complottista l’attività di debunking porta ad un rafforzamento della propria convinzione, il cosiddetto “confirmation bias”. Quando c’è debunking abbiamo misurato un raddoppio dei “mi piace” sui post complottisti. Un chiaro segno che questa attività peggiora la situazione» conclude Quattrociocchi.

Come uscire dunque da questo stato di impasse? La soluzione per ora non sembra essere nemmeno all’orizzonte. Google da tempo è al lavoro nel tentativo di creare un algoritmo di ricerca capace di discriminare contenuti affidabili da quelli privi di qualsiasi fondamento. Anche Facebook attraverso alcuni esperimenti in un gruppo selezionato di utenti starebbe cercando di porre un freno alla diffusione delle bufale. Tentativi sterili perchè in fondo, di fronte al “confirmation bias”, c’è poco da fare. Cerco e leggo ciò che voglio sentirmi dire. Il web ha solo amplificato il fenomeno.