Sono 129 i valori del sangue alterati dal lavoro su turni

129. E’ il numero di proteine circolanti nel sangue i cui valori risultano anomali quando si lavora di notte. Alterazioni importanti che espongono la persona ad un aumentato rischio di sviluppare diabete e obesità. Ad affermarlo è uno studio pubblicato dalla rivista PNAS ad opera dei ricercatori della University of Colorado (Stati Uniti).

Cambiare orari altera l’espressione di 129 proteine

Per arrivare a questo risultato gli scienziati statunitensi hanno sottoposto sei giovani adulti ad una settimana di repentino cambio di “orari” quotidiani per simulare ciò che avviene quando si lavora su turni o si viaggia da un continente all’altro. La peculiarità dello studio però è stata quella di valutare ogni 4 ore, grazie ad un prelievo sanguigno, i livelli di oltre 1100 proteine la cui produzione è dipendente dai ritmi circadiani.

Dalle analisi è emerso che l’alterato ritmo sonno-veglia tipico di chi svolge un lavoro su turni porta ad un’anomalia dell’espressione di 129 proteine. Da un punto di vista temporale l’alterazione più evidente è quella dell’orario in cui vengono prodotte e secrete nel sangue. Ciò a cui hanno assistito i ricercatori è stata una completa inversione dei tempi di produzione. Le proteine che normalmente raggiungevano nelle ore diurne il picco massimo a livello plasmatico in realtà erano maggiormente secrete nella notte e viceversa.

Diabete e chili di troppo: ecco perché chi lavora su turni rischia di più

Tra queste ad essere alterata maggiormente è il glucagone, l’ormone prodotto dal pancreas per stimolare il rilascio di glucosio dalle cellule al circolo sanguigno. Quando i volontari restavano svegli la notte i livelli dell’ormone raggiungevano il picco massimo nelle ore notturne anziché diurne. Non solo, il picco è risultato mediante più alto della norma e questo –secondo i ricercatori- rappresenta la prova del perché i lavoratori che fanno turni la notte sono maggiormente predisposti a sviluppare il diabete.

Ma c’è di più: un’altra proteina ad essere particolarmente alterata dal “lavoro notturno” è FGF19. Diversi studi in modelli animali hanno mostrato che questo fattore di crescita è in grado di stimolare il consumo energetico e che dunque una sua maggior produzione è responsabile dell’aumentato consumo di calorie. Dalle analisi è emersa una minor produzione di FGF19 negli individui sottoposti al test. Un risultato in linea con il dato che vede una diminuzione del 10% circa di calorie consumate da chi lavora di notte rispetto a chi lavora seguendo il normale ritmo sonno-veglia.

“Le evidenze emerse da questo lavoro –spiega Kenneth Wright, direttore del Laboratorio Sonno e Cronobiologia della University of Colorado – suggeriscono che quando siamo soggetti a jet-lag o effettuiamo una turnazione lavorativa notturna di un paio di giorni, andiamo ad alterare molto rapidamente la nostra fisiologia in una maniera che, se persistente, può diventare dannosa per la salute”.

Il lavoro notturno è un fattore di rischio

Ma se lo studio dei ricercatori statunitensi è stato il primo ad indagare quali sono le principali anomalie nella produzione di proteine, che il lavoro su turni esponga ad un aumentato rischio di malattie è ormai cosa nota. Già dal 2007 l’International Agency for Research on Cancer (IARC) di Lione ha inserito il “lavoro su turni che comporta un’alterazione dei ritmi circadiani” fra i possibili fattori che agevolano lo sviluppo di alcune forme tumorali.

Non solo, in un imponente studio del 2015 –che ha coinvolto 75 mila infermiere osservate per 22 anni- pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, è emerso che le donne che avevano lavorato con turni per un periodo dai 6 ai 14 anni, avevano un rischio di morte per malattie cardiovascolari maggiore del 19%. Rischio che arrivava al 23% per periodi lavorativi più lunghi di 15 anni.

Per minimizzare gli effetti di questa sorta di jet-lag esistono però alcuni piccoli accorgimenti: preferire rotazioni in senso orario piuttosto che antiorario, programmare turni il più possibile regolari e lasciare tra un turno e l’altro un tempo sufficiente al recupero delle ore di sonno e dalla fatica -evitando due turni nelle 24 ore- sono solo alcune delle strategie da adottare per ridurre l’impatto.

(Articolo originale pubblicato su La Stampa, 5 giugno 2018)

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Immunoterapia sempre più costosa anche quando funziona poco

Negli ultimi dieci anni, grazie all’avvento dell’immunoterapia, tumori che in passato non lasciavano scampo oggi possono essere affrontati con successo. Intendiamoci: di tumore si muore ancora ma grazie a queste molecole il cancro sta diventando una malattia cronica. Il problema però è il prezzo: i nuovi farmaci costano, e tanto. Non solo, il costo nel tempo è andato ad aumentare indipendentemente dal beneficio clinico. Ad affermarlo è uno studio da poco pubblicato dalla rivista Journal of Oncology Practice.

I costi non seguono una logica precisa

A lanciare l’allarme sull’andamento dei prezzi non sempre in linea con il reale valore del farmaco era stata, già nel 2016, un’analisi comparsa su JAMA Oncology. Lo studio analizzava l’andamento dei prezzi delle 51 molecole anticancro approvate dalla FDA –l’ente statunitense che regola l’immissione dei farmaci nel mercato- tra il 2009 e il 2013. Seppur riferita solo agli Stati Uniti, l’analisi affermava che il prezzo di queste molecole non correla né all’entità degli investimenti di ricerca -nessuna differenza tra innovativi e di successiva generazione- né all’efficacia terapeutica, né ai volumi di impiego. Ora l’ultimo studio pubblicato non fa altro che ribadire il concetto.

Efficacia e costi non vanno di pari passo

«La situazione –spiega il dottor Giordano Beretta, responsabile dell’Oncologia medica dell’ospedale Humanitas Gavazzeni e presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM)- non è di certo una novità. Possiamo affermarlo chiaramente: oggi il costo di diversi antitumorali non è il linea con la loro efficacia. Ciò non significa che usiamo molecole che non funzionano, tutt’altro. I nuovi farmaci hanno portato a grandi risultati ma il loro costo è sproporzionato rispetto al beneficio clinico aggiuntivo di ciò che già c’era in commercio».

Non sempre sappiamo chi risponderà ai farmaci

Per rendere l’idea l’assistenza complessiva (farmaci e non solo) a un malato di cancro costa intorno ai 40 mila euro l’anno che, con gli immunoterapici, raggiunge e supera i 100 mila euro. Di ricette per contenere i costi ce ne sono diverse ma uno dei punti su cui agire è l’appropriatezza nella prescrizione dei farmaci. «Oggi –spiega Beretta- abbiamo a disposizione degli immunoterapici che hanno cambiato la storia di molti tumori. Il punto è che queste molecole non funzionano in tutti i malati. Allo stato attuale delle conoscenze però non abbiamo a disposizione dei criteri specifici – i cosiddetti fattori predittivi- per individuare i pazienti ideali che risponderanno ad una determinata terapia».

Investire in test predittivi

Ma è proprio questo il punto cruciale. Selezionare solo chi risponderà –ad oggi si calcola che l’immunoterapia funzioni nel 30-40% dei pazienti- è di fondamentale importanza non solo per il malato ma anche per tutto il sistema. In questo modo è possibile curare meglio, risparmiando.  «Per riuscire ad arrivare a prescrivere in maniera mirata è fondamentale investire maggiormente in ricerca. Tutti gli sforzi si stanno dirigendo in questa direzione, ovvero mettere a punto strumenti in grado di identificare se un malato risponderà o meno ad una determinata terapia. In quest’ottica però molto devono fare le aziende farmaceutiche. Ecco perché una delle possibili soluzioni future è che in fase di registrazione del farmaco venga chiesto a chi produce la molecola di indicare nel tempo le caratteristiche del paziente che risponderà al trattamento. Un vincolo in grado di stimolare ad investire ancor di più sulla ricerca dei marcatori predittivi di risposta» conclude Beretta.

(articolo tratto da La Stampa, 17 maggio 2018)

Farmaci iniettati dentro il tumore: è l’immunoterapia 3.0

La lotta al cancro procede spedita. Archiviata da poco la notizia della terapia genica sviluppata al Bambino Gesù che ha permesso di salvare la vita a un piccolo affetto da leucemia linfoblastica acuta, ora è la Stanford University ad annunciare il via alla sperimentazione nell’uomo di una tecnica che potrebbe addirittura fare apparire antiquate le moderne CAR-T. In uno studio pubblicato su Science Translational Medicine –realizzato in modello animale- gli scienziati californiani sono riusciti nell’intento di eliminare la malattia e le metastasi attraverso l’iniezione nella massa tumorale di agenti capaci di attivare il sistema immunitario. Un risultato straordinario che ha aperto le porte alla sperimentazione su 15 pazienti affetti da linfoma.

Insegnare al sistema immunitario ad attaccare il cancro

Da alcuni anni a questa parte la lotta ai tumori è stata rivoluzionata dall’immunoterapia. L’idea alla base di questo approccio è quella di sfruttare l’innata capacità del nostro sistema di difesa nel riconoscere il cancro. In particolare l’obiettivo che si è raggiunto è tenere sempre accesa questa risposta, un fenomeno che spesso non si verifica per la capacità dei tumori di “spegnere” il sistema immunitario e poter dunque crescere in maniera incontrollata. A fare da apripista all’immunoterapia è stato il melanoma, un tumore che quando era in metastasi lasciava poche speranze. Grazie a questo approccio oggi è possibile in molti casi tenere sotto controllo la malattia di fatto cronicizzandola. Ciò non è più solo valido per il melanoma ma lo è anche per altri tumori.

Farmaci e CAR-T

Per ottenere questo effetto gli scienziati hanno a disposizione due soluzioni. La prima consiste nella somministrazione di farmaci –veri e propri anticorpi- capaci di agire sulla superficie delle cellule del sistema immunitario rimuovendone i freni e rendendole di nuovo libere di agire contro il tumore. La seconda invece prevede la modifica in laboratorio delle cellule immunitarie e la loro successiva reinfusione nel paziente. Ed è questo il caso delle CAR-T (chimeric antigen receptor T cell), tecniche di terapia genica in cui si “insegna” ai linfociti T -un particolare gruppo di cellule- come riconoscere ed attaccare i tumori. Un risultato ottenibile attraverso l’inserzione di più geni all’interno di queste cellule. Una sorta di aggiornamento del loro “libretto di istruzioni”.

Iniettare gli “stimolanti” direttamente nel tumore

La terza possibile soluzione sviluppata dagli scienziati di Stanford –potenzialmente in grado di sostituire le precedenti- prevede invece l’attivazione del sistema immunitario tramite un’iniezione di un mix di molecole direttamente all’interno della massa tumorale. «Tutti i progressi fatti nel campo dell’immunoterapia –spiega Ronald Levy, autore dello studio e considerato uno dei padri della disciplina- stanno rivoluzionando la pratica clinica in oncologia. Il nostro approccio si avvale di un’unica somministrazione di piccolissime quantità di due agenti in grado di stimolare le cellule immunitarie solo all’interno del tumore». Le molecole in questione sono l’oligonucleotideCpG e un anticorpo capace di attivare il recettore OX40. La prima porta i linfociti ad esprimere sulla superficie dei linfociti una grande quantità di OX40, la seconda attiva quest’ultimo. Il risultato finale è la stimolazione del sistema immunitario. In particolare ad essere attivate sono le cellule T che si trova all’interno del tumore. Questi linfociti è come se fossero già stati pre-selezionati dall’organismo per riconoscere in modo specifico la malattia. Ma c’è di più: una volta attivati alcune di queste cellule sono in grado di lasciare la massa tumorale e migrare alla ricerca di eventuali metastasi.

Il metodo è efficace

Questo innovativo approccio, testato su 90 topi affetti da tumori diversi come quello della mammella, il melanoma, linfomi e cancro del colon, è risultato efficace in 87 casi. Nei tre restanti la malattia si è ripresentata per poi scomparire definitivamente ripetendo un secondo ciclo di trattamento. Alla luce di questi risultati –e dal momento che le due molecole iniettate sono già state sperimentate per altre indicazioni- a breve partirà un trial clinico che coinvolgerà 15 persone con linfoma. «Questo metodo –continua Levy- bypassa la necessità di individuare dei target immunitari specifici per ogni tumore e non richiede né l’attivazione globale del sistema immunitario, né la manipolazione delle cellule immunitarie del paziente». Un vantaggio non indifferente se si pensa che le terapie ad oggi in uso spesso possono dare pesanti effetti collaterali. Un esempio è la sindrome da rilascio di citochine –che si verifica in un paziente su 4 e che può risultare anche fatale- quando si utilizzano le tecniche di CAR-T.

Prevenire la diffusione delle metastasi

L’approccio, se dovesse funzionare anche nell’uomo, secondo Levy potrebbe essere sfruttato, ad esempio, prima di un intervento chirurgico per prevenire la diffusione metastatica del tumore e le sue recidive. «Nella misura in cui sia presente un infiltrato di cellule immunitarie –conclude l’esperto– ritengo che non ci sia limite alla tipologia di tumore che saremo potenzialmente in grado di trattare». Un ulteriore speranza per le mille persone (secondo i dati AIOM) che ogni giorno nel nostro Paese ricevono una diagnosi di tumore.

(articolo originale pubblicato su La Stampa, 14 febbraio 2018)

Il cancro è una cosa seria. Iset, l’analisi del sangue per trovare i tumori, un po’ meno

Oggi nessun esame del sangue può essere utilizzato per fare diagnosi precoce di cancro. Non ci riesce Iset e non ci riescono la miriade di test simili messi a punto nei laboratori di mezzo mondo. Eppure da diverse settimane in molti organi di informazione (“Otto e mezzo” su La7, “Corriere della Sera” e “Porta a Porta” in Rai) non si fa altro che parlare della miracolosa tecnica Iset (Isolation by Tumor Size), messa a punto dall’oncologa italo-francese Patrizia Paterlini-Bréchot, che consentirebbe si scovare la presenza di un tumore attraverso un semplice esame del sangue. Un’esposizione mediatica non indifferente che ha sortito diversi effetti come, ad esempio, la nascita di petizioni online che chiedono al Ministero di poter erogare gratuitamente il test per ogni cittadino.

ISET, UN TEST “VECCHIO” ANCORA DA VALIDARE

Scoperta rivoluzionaria o abile mossa di marketing? Decisamente la seconda. Tutto questo interesse da parte dei “giornalisti” nasce essenzialmente dal fatto che l’oncologa italo-francese ha appena pubblicato con Mondadori il libro “Uccidere il cancro“. Un volume in cui narra la sua storia e, in particolare, come grazie al suo test potremo arrivare a diagnosticare il cancro con largo anticipo grazie ad un semplice prelievo di sangue. Il concetto che emerge prepotentemente nel libro è il seguente: Iset è in grado di individuare la presenza di cellule tumorali all’interno del sangue addirittura diversi anni prima che il tumore sia visibile con le attuali tecniche diagnostiche. Un messaggio che non è assolutamente supportato da evidenze scientifiche. Non solo, andando a ben vedere Iset pare essere una tecnica già vecchia, con dei forti limiti, e molto poco utile rispetto ad alcuni test oggi in sperimentazione. Ecco i 3 principali limiti della tecnica (non infieriamo sul fatto che ad oggi c’è solo un ristretto studio francese che da ragione della tecnica. Un po’ poco per spacciare il metodo come ciò che ci salverà dai tumori):

Iset pur isolando cellule cancerose circolanti non ci dà nessuna informazione sull’origine e sulle caratteristiche del tumore. Caratteristiche che andrebbero comunque indagate in un secondo momento attraverso altre analisi specifiche

La presenza di cellule cancerose nel sangue non significa che c’è per forza un tumore. Il nostro sistema immunitario infatti può fermare sul nascere la presenza di eventuali cellule anomale. Non solo, proprio grazie ad esso non tutte le cellule tumorali danno per forza origine a metastasi in quanto vengono eliminate prima che possano invadere altri tessuti

Molto spesso quando si arriva ad ad avere cellule tumorali circolanti nel sangue significa che il tumore ha raggiunto una massa tale da poter essere individuato attraverso tecniche diagnostiche quali TAC, ecografia e risonanza magnetica

LE ANALISI DEL SANGUE SERVONO A MONITORARE IL CANCRO, NON A DIAGNOSTICARLO

A scanso di equivoci: Iset non è una truffa. E’ una tecnica di tutto rispetto che però è ferma al 2000. Oggi grazie ad un prelievo di sangue non si va più a cercare grossolanamente una cellula tumorale bensì i suoi biomarcatori (Dna, microRNA ecc…), ovvero le sostanze che il tumore rilascia. Molecole che ci dicono in maniera molto precisa quale tumore abbiamo davanti. La cosiddetta “biopsia liquida” Tecniche ancora in via sperimentale che però già ora possono essere sfruttate per monitorare l’evoluzione del tumore e la risposta alle terapie (qui, se volete approfondire).

GIORNALISTA SCIENTIFICO CHI?

Cosa imparare dunque da tutta questa vicenda? Che lotta ai tumori non la si fa pubblicando libri. Che se una tecnica o una cura è realmente rivoluzionaria non ha eco solo in Italia ma dovrebbe stare su tutti i quotidiani del mondo.  Che basta avere un abile ufficio marketing. Che oggi più che mai il giornalismo è morto. Sì, proprio quest’ultima affermazione è la più vera: perché si decide di dare spazio a notizie del genere senza offrire una chiave di lettura critica? Oggi editori e direttori dei giornali dovrebbero essere maggiormente consapevoli della pericolosità di certe informazioni errate in ambito di salute. Informazioni distorte che non vengono affatto pubblicate da “siti alternativi” ma che trovano spazio su testate che avrebbero il compito di offrire al lettore un’informazione seria, certa, verificata e contestualizzata. Un’informazione che dovrebbe essere fatta da chi ha competenza in materia e non dal primo che è di turno in redazione.

OGGI GLI ESAMI DI ROUTINE CI SALVANO LA VITA

Dire che attraverso un test del sangue è possibile fare diagnosi precoce di tumore è un’affermazione molto pericolosa. Oltre essere un’utopia questa “sparata” rischia di far passare in secondo piano importanti esami già oggi fondamentali per individuare un tumore. Andate a dirlo a chi oggi si è salvato grazie ad una mammografia, ad un controllo dei nei, ad una colonscopia… Nella scienza diffidiamo sempre da chi propone soluzioni semplici a problemi complessi. Il cancro è uno di questi.

Vaccino universale contro il cancro: basta con il sensazionalismo

Schermata 2016-06-05 alle 18.07.41“Scoperto un vaccino universale contro il cancro”. Una notizia che farebbe sobbalzare chiunque dalla sedia, specialmente se quel chiunque ha un familiare che da tempo lotta contro un tumore. Eppure quella notizia è stata data, per la precisione la sera di mercoledì 1 giugno 2016. Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione o all’ennesima sparata di chi si occupa di “fare informazione”? Se non volete dilungarvi nella lettura di questo post ecco a voi la risposta: no, ad oggi non esiste nessun vaccino universale contro il cancro.

Il vaccino sviluppato da un gruppo di scienziati tedeschi –che non previene il cancro bensì lo attacca e dunque viene chiamato “vaccino terapeutico”- ha dimostrato essere efficace (studi effettuati sui topi e su 3 persone) in alcuni casi di melanoma agendo attraverso la stimolazione del sistema immunitario. Una strategia utilizzata da anni –l’immunoterapia- che oggi ha già portato sul mercato diversi farmaci in grado di cambiare la storia di diversi tumori. Non è un caso che proprio in questi giorni, al congresso ASCO -il più importante appuntamento nella lotta al cancro-, gli oncologi di tutto il mondo siano a discutere di immunoterapia.

La vera novità dello studio tedesco pubblicato su Nature è nella modalità con cui viene stimolato il sistema immunitario, teoricamente valido per qualunque tumore. Un approccio promettente –ancora in gran parte da valutare- che al momento è ancora ben lontano dall’essere considerato cura universale. Perché allora tutta questa enfasi per la notizia da parte dei media nostrani? L’interesse dei media per la vicenda è iniziato in mattinata quando le agenzie stampa (ANSA ecc…) hanno cominciato a divulgare sotto embargo (per i profani, si tratta di comunicare in anteprima ai giornali una news che uscirà ufficialmente qualche ora dopo) la notizia dal titolo “scoperto un vaccino universale contro il cancro”. Con un “lancio di agenzia” del genere le redazioni sono entrate in fibrillazione. Una notizia troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Purtroppo però, come sempre più spesso accade, il tempo per approfondire è sempre meno e la presenza di interna di giornalisti qualificati del settore è al minimo storico. Risultato? Alle ore 19, alla scadenza dell’embargo, telegiornali e siti web annunciavano la notizia “bomba”.

Prevedendo che sarebbe andata in questo modo ho provato a cercare sui media esteri traccia della notizia. In fondo una news del genere dovrebbe comparire su tutti i siti web del mondo. Ricerca vana, non una riga sul New York Times, qualche articolo che riporta la scoperta -giustamente- senza troppo sensazionalismo. La mattina seguente, il 2 giugno, stessa storia. Molti quotidiani hanno dedicato uno spazio in prima pagina alla notizia. Una delle poche eccezioni -tra i giornali cartacei- è Repubblica, a lei il merito di aver dedicato solo poche righe -senza richiamo in prima- raccontando la notizia per quella che è, un buono e promettente studio.

Credo che il primo compito di un giornalista che si occupa di salute sia quello di non creare facili illusioni in chi legge, specialmente se si scrive di patologie come il cancro. Per scrivere di salute occorre avere quelle competenze che ti consentano di contestualizzare ciò che stai raccontando. Finché dai notizia del nuovo laser che ti permetterà di non fare più la ceretta è un conto, per altri argomenti meglio lasciare perdere il sensazionalismo. Lo si faccia almeno per rispetto di chi oggi sta affrontando la malattia. La ricerca avanza per piccoli passi. Diffidare da chi vuol far credere che basti una soluzione semplice ad un problema molto complesso. Per quelle ci hanno già pensato Di Bella e Vannoni. Non mettiamoci ora anche noi giornalisti.

Per maggiori approfondimenti sulla notizia a questo link potete trovare un mio articolo, pubblicato da Fondazione Veronesi, in cui cerco di contestualizzare la notizia del “vaccino universale:

http://www.fondazioneveronesi.it/articoli/oncologia/vaccino-universale-contro-il-cancro-bufala-o-verita/

Wi-fi dannoso? Lo è di più la disinformazione

wifiVia i routers e addio al segnale che si diffonde più rapidamente e senza fili. A deciderlo è stato Livio Tola, sindaco del paese di Borgofranco d’Ivrea “simpatizzante M5S” (Corriere della Sera riporta la sua candidatura nel 2013, con il Movimento 5 Stelle, come consigliere comunale ad Ivrea). Il motivo? Principio di precauzione, non siamo in grado di dire con certezza se le onde elettromagnetiche siano dannose oppure no, abbiamo letto molte cose in proposito sul web. Un po’ come dire “i treni possono investire i pedoni, vietiamoli”. Al di là di questa estremizzazione la notizia del presunto wi-fi dannoso si basa su un concentrato di due “pseudobufale” che girano sul web da diversi anni.

Pseudobufale perché nei testi che circolano ci sono molte informazioni che non tornano. Si citano presunti esperti che tali non sono, documenti inesistenti, risultati di esperimenti sui campi elettromagnetici prodotti dalle antenne radar e dalle antenne utilizzate per le comunicazioni con cellulari spacciandoli poi per router casalinghi. Il lettore, di fronte a così tante informazioni, rimane giustamente disorientato. Ma cosa dice la scienza, quella fatta in modo serio e con rigore, a proposito di tecnologia wireless?

Ad oggi, secondo i documenti prodotti dall’OMS, non è stato dimostrato nessun effetto nocivo per la salute causato dal wifi. Per contro il massimo ente ha classificato le comunicazioni delle frequenze dei cellulari come potenzialmente cancerogene. Gli unici dati dunque che correlano un potenziale danno fanno riferimento ai cellulari e in determinate condizioni, ovvero con un uso prolungato di diverse ore al giorno e a diretto contatto con l’orecchio e il cranio.

Ciò si verifica perché mentre per gli apparecchi wireless la potenza di trasmissione è intorno a qualche centianaio di mW, quella del cellulare può arrivare intorno ad un Watt. Non solo, mentre il telefono eroga una potenza costante il wireless ha un segnale discontinuo, emette solo quando deve trasmettere dei dati. Infine è utile ricordare che ci sono tanti altre apparecchiature elettroniche –dal telecomando della TV o del cancello al forno a microonde- che generano campi elettromagnetici, quando in funzione, ben superiori al router.

La posizione della scienza dunque è chiara: non ci sono prove che la tecnologia wireless sia dannosa. Come per tutti gli agenti potenzialmente dannosi –come i campi elettromagnetici a radiofrequenza- è la durata, la potenza e la quantità a determinarne l’effetto. Non contestualizzare gli “esperimenti” citati da presunti articoli che mettono al bando la tecnologia wireless e sovrapporre dati di tecnologie potenzialmente più dannose non fa altro che creare ancor più paura ingiustificata. Prima di prendere delle decisioni drastiche bisognerebbe conoscere ciò di cui si parla.

Forse i piccioni riescono a leggere tutto l’articolo

piccioniSono convinto che se un articolo fosse scritto con parole a caso in pochi se ne accorgerebbero, almeno su Facebook. Mi spiego: nei giorni scorsi ho pubblicato una notizia curiosa riguardante la capacità dei piccioni (sì, i topi del cielo, quelli che vivono ovunque) di discriminare fotografie di tessuti sani da quelle in cui è presente un tumore. Una ricerca bizzarra, non una bufala, che può però insegnare molto.

Già in passato diversi animali si sono dimostrati capaci di riconoscere la presenza di cellule tumorali semplicemente attraverso l’olfatto. I cani molecolari, quelli che cercano le tracce delle persone scomparse, non li ho inventati di certo io. Studiando le straordinarie caratteristiche di questi animali l’uomo può cercare di riprodurre in versione “elettronica” ciò che avviene in natura. Cani e piccioni non andranno mai in corsia ma il loro studio potrà aiutarci a sviluppare macchine più precise.

Tutto questo lo spiego nell’articolo. C’è un però. A leggere i commenti –anche pesanti- che piovono su Facebook sembra quasi che il pezzo non sia mai stato letto. Il titolo –non realizzato dal sottoscritto- recita: “La diagnosi di tumore la farà un piccione”. Seppur forzato è il miglior modo per incuriosire il lettore. Il problema però, visti i commenti, è che oltre il titolo non si va. Che tristezza, nemmeno la fatica di un click e 60 secondi di lettura. Sono quel genere di utenti però che tutto sanno sui vaccini e sul cancro.