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Zika: no, non è il nuovo virus Ebola

zikaaaaDa qualche settimana nella sezione salute dei principali organi d’informazione non si parla d’altro che del virus Zika. I toni e le foto utilizzate, purtroppo, sono volutamente allarmistici. Comprendo che dopo l’esperienza di Ebola sia vietato abbassare la guardia ma francamente, l’enfasi con cui viene data notizia dell’imminente pandemia di Zika con titoloni in prima pagina, la giudico assolutamente fuori luogo.

Partiamo dai fatti: nei mesi scorsi nel nord del Brasile si è verificata un’impennata di casi di microcefalia nei neonati, una patologia caratterizzata dallo scarso sviluppo del cranio (3500 accertati, un numero ampiamente superiore a quello che si verifica mediamente). Analizzando il fluido cerebrospinale di alcuni bambini che non sono sopravvissuti alla malattia gli scienziati hanno scoperto la presenza del virus Zika. Da qui l’assunto che il virus sia una possibile causa della malformazione. Partendo da questo presunto legame l’Organizzazione Mondiale della Sanità è arrivata a consigliare a chi vive o viaggia nelle zone a rischio di posticipare o evitare una possibile gravidanza.

A giudicare però da quel che si legge sembra che a breve saremo tutti in pericolo. “Zika: diffusione esplosiva” è solo uno dei tanti titoli allarmistici. Come stanno realmente le cose? Provo a spiegarlo qui in 5 punti più uno:

Zika è una malattia paragonabile ad un’influenza. In circa un quarto dei contagi la malattia è totalmente asintomatica. Nei restanti i sintomi sono febbre, debolezza, dolori muscolari, congiuntivite e rush cutaneo e si risolvono generalmente tra i 2 e i 7 giorni. Fare diagnosi è molto difficile. Proprio per la sovrapposizione con i sintomi influenzali l’effettiva presenza del virus può essere verificata con una PCR, un esame volto a decodificare l’RNA del virus.

Zika si trasmette attraverso le punture di zanzara. Ecco perché in Europa le possibilità che si espanda sono prossime allo zero. Se Ebola non si è diffusa in Europa –il pericoloso virus si trasmette per contatto diretto con i fluidi corporei- le probabilità che lo faccia Zika sono nettamente inferiori. Per dovere di cronaca dobbiamo dire che Zika può anche diffondersi per contatto diretto con il sangue infetto e –i casi documentati sono rarissimi- per via sessuale.

Il legame tra Zika e microcefalia è tutto da accertare. I dati per ora provengono dal Brasile ma la raccolta approssimativa lascia qualche dubbio (più informazioni qui su Nature). Per fare diagnosi certa, come spiegavo precedentemente, occorre uno specifico esame di laboratorio. Nei giorni scorsi è stato pubblicato uno studio su 35 casi di microcefalia in cui si afferma che Zika potrebbe essere la causa. Lo studio però contiene un errore di fondo: non viene ricercata la presenza del virus tramite PCR e si da per scontato che le madri abbiano contratto Zika sulla base di un generico rush cutaneo, sintomo sovrapponibile ad altri tipi di patologie presenti in quell’area.

Le donne in gravidanza devono stare attente a qualsiasi virus, non solo Zika. Contrarre l’influenza durante i 9 mesi non è affatto come se il bimbo non ci fosse. L’OMS consiglia alle future mamme –nel secondo e terzo trimestre di gravidanza- di sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale. Al momento non c’è nessuna evidenza che la presenza del virus danneggi il feto ma recentissimi studi, per ora realizzati in modello animale, affermano che una forte infiammazione conseguente ad uno stato influenzale sia in grado di danneggiare lo sviluppo cerebrale del nascituro (epilessia, autismo).

In Brasile alcune persone sono morte (27 casi sospetti, 4 confermati) per l’influenza suina H1N1. Non ho visto titoli allarmistici su questo virus che può arrivare facilmente con un aereo direttamente all’aeroporto di Malpensa.

Riassumendo: Zika è da tenere sotto controllo ma ci sono ancora molti punti da chiarire. A preoccupare, qualora fosse confermato il legame, sono le donne incinta ed è su di loro che si deve concentrare la strategia di prevenzione.

L’ultimo punto (il più uno dei cinque) riguarda i complottisti. Uno dei commenti alla vicenda che ho letto su Facebook è il seguente: “Solito allarmismo. Tutto inventato come Ebola per far vendere più vaccini”. Sarò sintetico: il vaccino per Ebola è arrivato troppo tardi, quello per Zika non esiste. Il fatturato di BigPharma relativo ai vaccini è nulla rispetto ad altri farmaci. Quanto all’invenzione di Ebola invito il signore che ha scritto quel commento a chiedere alle madri dov’è quel figlio che hanno perso a causa del virus. Magari è inventato anche quello.

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cancro, m5s, Uncategorized, wifi, wireless

Wi-fi dannoso? Lo è di più la disinformazione

wifiVia i routers e addio al segnale che si diffonde più rapidamente e senza fili. A deciderlo è stato Livio Tola, sindaco del paese di Borgofranco d’Ivrea “simpatizzante M5S” (Corriere della Sera riporta la sua candidatura nel 2013, con il Movimento 5 Stelle, come consigliere comunale ad Ivrea). Il motivo? Principio di precauzione, non siamo in grado di dire con certezza se le onde elettromagnetiche siano dannose oppure no, abbiamo letto molte cose in proposito sul web. Un po’ come dire “i treni possono investire i pedoni, vietiamoli”. Al di là di questa estremizzazione la notizia del presunto wi-fi dannoso si basa su un concentrato di due “pseudobufale” che girano sul web da diversi anni.

Pseudobufale perché nei testi che circolano ci sono molte informazioni che non tornano. Si citano presunti esperti che tali non sono, documenti inesistenti, risultati di esperimenti sui campi elettromagnetici prodotti dalle antenne radar e dalle antenne utilizzate per le comunicazioni con cellulari spacciandoli poi per router casalinghi. Il lettore, di fronte a così tante informazioni, rimane giustamente disorientato. Ma cosa dice la scienza, quella fatta in modo serio e con rigore, a proposito di tecnologia wireless?

Ad oggi, secondo i documenti prodotti dall’OMS, non è stato dimostrato nessun effetto nocivo per la salute causato dal wifi. Per contro il massimo ente ha classificato le comunicazioni delle frequenze dei cellulari come potenzialmente cancerogene. Gli unici dati dunque che correlano un potenziale danno fanno riferimento ai cellulari e in determinate condizioni, ovvero con un uso prolungato di diverse ore al giorno e a diretto contatto con l’orecchio e il cranio.

Ciò si verifica perché mentre per gli apparecchi wireless la potenza di trasmissione è intorno a qualche centianaio di mW, quella del cellulare può arrivare intorno ad un Watt. Non solo, mentre il telefono eroga una potenza costante il wireless ha un segnale discontinuo, emette solo quando deve trasmettere dei dati. Infine è utile ricordare che ci sono tanti altre apparecchiature elettroniche –dal telecomando della TV o del cancello al forno a microonde- che generano campi elettromagnetici, quando in funzione, ben superiori al router.

La posizione della scienza dunque è chiara: non ci sono prove che la tecnologia wireless sia dannosa. Come per tutti gli agenti potenzialmente dannosi –come i campi elettromagnetici a radiofrequenza- è la durata, la potenza e la quantità a determinarne l’effetto. Non contestualizzare gli “esperimenti” citati da presunti articoli che mettono al bando la tecnologia wireless e sovrapporre dati di tecnologie potenzialmente più dannose non fa altro che creare ancor più paura ingiustificata. Prima di prendere delle decisioni drastiche bisognerebbe conoscere ciò di cui si parla.

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Morire di parto: la realtà non è l’effetto pitbull. Lo dicono i numeri

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Perché tutto ad un tratto l’Italia è diventata una nazione dove è pericoloso partorire? La domanda -leggendo i giornali di questi giorni, ben 5 giovani madri decedute- è più che lecita ma sbagliata in partenza. I fatti di cui siamo venuti a conoscenza in realtà seguono una logica precisa del mondo dell’informazione: l’effetto pitbull. Diversi anni fa, proprio parlando di una sfortunata serie di giovani madri morte di parto, l’ex direttore de La Stampa descriveva così il fenomeno:

L’effetto pitbull si ha quando una serie di fatti – che possono andare dagli incidenti del sabato sera ai sassi tirati sulle auto o sui treni, agli atti di bullismo a scuola, fino appunto ai cani che mordono i bambini – per coincidenza si ripetono in uno spazio di tempo ravvicinato creando un effetto di allarme e di iper-attenzione. A quel punto i giornalisti morbosamente vanno alla caccia di ogni episodio possa confermare il trend e trova nei cittadini e nei politici degli alleati naturali pronti a denunciare qualunque episodio, anche il più piccolo, anche il più vecchio. A questo si aggiunge un effetto emulazione che gonfia i fenomeni. Dopo qualche settimana prevale uno stato di nausea e stanchezza: il filone perde d’interesse e viene abbandonato. Ma non è che ogni giorno non ci siano cani che mordono o ragazzi che infastidiscono i compagni di classe.

Ogni giorno veniamo bombardati di notizie, il tempo che dedichiamo ad una lettura approfondita è sempre meno e nell’era del “più click fai, meglio é” per le redazioni è sempre più difficile fare informazione di qualità. Domandarsi perché così tante morti in sala parto è più che ragionevole ma si tratta di una domanda frutto di una mancata contestualizzazione del fenomeno. Compito dei mezzi di informazione è quello di dare una chiave di lettura a ciò che accade. Così facendo si scoprirebbe che in realtà l’Italia rimane uno dei Paesi più sicuri dove partorire.

Nonostante i dati non siano sempre concordanti le statistiche dicono che nella nostra nazione la mortalità materna al parto è pari a 4 donne su 100 mila (alcuni studi affermano invece 10 su 100 mila). Considerando che in Italia avvengono circa 500 mila parti ogni anno nella migliore delle ipotesi i decessi saranno 20, quasi due al mese. Un numero perfettamente in linea con quanto accade nella realtà: secondo i dati rilasciati dall’Istituto Superiore di Sanità le donne morte di parto negli ultimi due anni sono state 39. Morti che spesso non finiscono sui giornali. Indagare su quanto accaduto in queste ultime settimane è doveroso ma è sbagliato pensare ci sia un’emergenza. Sono i numeri a dirlo. L’emergenza è solo nei giornali e presto sarà un lontano ricordo sino alla prossima serie sfortunata che ci riproporrà l’effetto pitbull.

alimentazione, cucina, prevenzione

Daniele Banfi ai fornelli: no, niente Masterchef. Solo “salute e prevenzione”

Un paio di settimane fa sono stato ospite della trasmissione “2 chiacchiere in cucina” condotta da Anna Martellato e dalla finalista della prima edizione di Masterchef Ilenia Bazzacco. E’ stata l’occasione per parlare di salute, alimentazione e prevenzione. Nel corso delle prossime puntate invece sarò in studio per delle “pillole” di salute riguardanti l’alimentazione. Eccomi all’opera!

bufale, cancro, facebook, piccioni, vaccini

Forse i piccioni riescono a leggere tutto l’articolo

piccioniSono convinto che se un articolo fosse scritto con parole a caso in pochi se ne accorgerebbero, almeno su Facebook. Mi spiego: nei giorni scorsi ho pubblicato una notizia curiosa riguardante la capacità dei piccioni (sì, i topi del cielo, quelli che vivono ovunque) di discriminare fotografie di tessuti sani da quelle in cui è presente un tumore. Una ricerca bizzarra, non una bufala, che può però insegnare molto.

Già in passato diversi animali si sono dimostrati capaci di riconoscere la presenza di cellule tumorali semplicemente attraverso l’olfatto. I cani molecolari, quelli che cercano le tracce delle persone scomparse, non li ho inventati di certo io. Studiando le straordinarie caratteristiche di questi animali l’uomo può cercare di riprodurre in versione “elettronica” ciò che avviene in natura. Cani e piccioni non andranno mai in corsia ma il loro studio potrà aiutarci a sviluppare macchine più precise.

Tutto questo lo spiego nell’articolo. C’è un però. A leggere i commenti –anche pesanti- che piovono su Facebook sembra quasi che il pezzo non sia mai stato letto. Il titolo –non realizzato dal sottoscritto- recita: “La diagnosi di tumore la farà un piccione”. Seppur forzato è il miglior modo per incuriosire il lettore. Il problema però, visti i commenti, è che oltre il titolo non si va. Che tristezza, nemmeno la fatica di un click e 60 secondi di lettura. Sono quel genere di utenti però che tutto sanno sui vaccini e sul cancro.

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Gli attacchi dell’Isis a Parigi in una Europa che non sa da dove viene

Schermata 2015-11-15 a 09.53.56Dopo gli attentati di Parigi il mondo si è diviso in due. Da un lato chi sostiene che Isis e Islam andrebbero rasi al suolo, dall’altro chi professa che un dialogo è ancora possibile. Se da un lato la prima reazione è comprensibile ed è dettata dalla rabbia -non nascondiamoci, chi ha ucciso lo ha fatto in nome di Allah-, l’altra pare essere un discorso da salotto buono ma privo di realizzazione nella vita reale.

Esattamente venerdì 13 novembre -data dei fatti di Parigi- a Milano si svolgeva la conferenza mondiale “Science for Peace” organizzata da Fondazione Umberto Veronesi. Tra i relatori era presente l’iraniana Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace 2003. Da palco, come in diverse interviste rilasciate durante la sua permanenza in Italia in questo ultimo mese, ha affermato che l’Isis andrebbe combattuto lanciando bombe di libri. Una chiara indicazione che è solo attraverso la cultura che si riuscirà ad uscire da questo pantano.

Una posizione condivisibile ma che non basta. Occorre ribaltare la prospettiva. Se si vuole combattere il fondamentalismo anche l’Occidente deve svolgere la sua parte attiva. Non parlo di azioni militari bensì, anche in questo caso, di cultura. Le bombe di libri andrebbero lanciate in prima battuta sulle teste di noi europei. Per anni si è pensato -partendo da un falso concetto di libertà- che il dialogo e il rispetto delle posizioni dell’Islam sarebbe stato possibile solo eliminando le differenze. Un modo di venire incontro a ciò che appare diverso che passa dall’annullamento delle proprie radici.

Un modo di affrontare le questioni che è l’esatto opposto di quanto si dovrebbe fare. Per dialogare e convivere occorre innanzitutto sapere chi si è. Noi Europei non lo sappiamo più. Ci siamo impegnati a rimuovere -sempre per questa cultura del finto rispetto- tutto quello che ci ha sempre contraddistinto e che ha reso possibile una grande Europa. Non è un caso che nella bozza di quella che doveva diventare la “costituzione Europea” diversi Stati si sono lamentati perché era messo nero su bianco l’origine giudaico-cristiana del nostro continente.

E’ l’Europa, ancor prima degli Stati Uniti, il ventre molle dove l’Isis -e un certo modo di pensare- ha deciso di agire. In un’intervista apparsa qualche giorno fa su La Stampa, opera di Domenico Quirico, un combattente esprime con disarmante semplicità il concetto che ho cercato di spiegare in queste poche righe: «Noi combattiamo per una fede, loro no, perderanno». Nonostante questa evidenza noi continuiamo a volerci voltare dall’altra parte dimenticando, giorno dopo giorno, chi siamo e da dove veniamo. Ecco perché, la decisione di una scuola elementare di Firenze di annullare la visita a palazzo Strozzi per la mostra “Bellezza Divina” -dove sono esposte opere di Van Gogh, Chagall e Picasso che si cimentano nel rapporto con Dio e la croce-, non pare affatto un fulmine a ciel sereno bensì un modo ben consolidato di pensare che ci autodistruggerà.

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No, non si tratta di un Nobel mancato (con buona pace del professor Gorio)

GORIO - 01-© Roveri (1)“Il Nobel mancato dell’italiano Gorio. Anticipò lo studio dei due vincitori”. E’ questo il titolo con cui il Corriere della Sera presenta la storia di Alfredo Gorio, farmacologo italiano che rivendica il premio assegnato quest’anno alla coppia di ricercatori che ha contribuito a sviluppare un farmaco, l’avermectina, per la cura delle malattie da parassiti. Come sono andate realmente le cose? Nobel “rubato” o eccesso di protagonismo?

Scrivo queste righe perché quell’articolo pubblicato da Corriere poteva essere il mio. Nei giorni immediatamente successivi all’assegnazione del premio ho avuto il piacere di parlare con Gorio: nell’intervista mi ha raccontato la sua versione dei fatti. Compito del giornalista però è quello di verificare che tutto combaci e per farlo occorre tempo. Inizialmente, preso dall’entusiasmo per quello che giudicavo un piccolo “scoop”, scrissi un articolo abbastanza sbilanciato. Il messaggio era chiaro: Gorio meritava il Nobel. Poi però, confrontandomi con alcuni colleghi (in particolare con caporedattore di Tuttoscienze de La Stampa Gabriele Beccaria e la sua fitta rete di esperti in materia) e facendo le dovute verifiche del caso, abbiamo deciso di darne notizia ridimensionando il tutto.

Mi spiego: dietro ogni premio Nobel per la medicina c’è un lavoro di anni. A vincerlo è il capo del laboratorio, quello che ci mette testa, idee e visione. Non da meno però è il contributo di tanti scienziati che passo dopo passo contribuiscono a raggiungere la meta. Uno di essi è stato Alfredo Gorio. A lui va il merito di aver isolato e caratterizzato il meccanismo d’azione dell’avermectina. Può bastare questo per reclamare il Nobel?

Ricostruiamo la vicenda: i due futuri Nobel nei primi screening effettuati avevano capito che il mix di sostanze prodotte dai microrganismi da loro isolati avevano caratteristiche paralizzanti e che potevano essere sfruttate a fini terapeutici. Per meglio capirne il funzionamento si rivolgono all’allora capo di Gorio, Antony Cerami, che lavorava già su alcuni argomenti simili ai due vincitori occupandosi di tripanosomi e altri parassiti del sangue. La Merck aveva fiutato l’affare e aveva messo i soldi per sviluppare il principio attivo in cambio naturalmente di avere i brevetti. Ching C. Wang, capo del laboratorio di microbiologia della Merck, dà i brodi di coltura a Gorio affinché ne studi le caratteristiche. Cosa significa tutto ciò?

La Merck, intuendo che uno dei principi attivi contenuti nei brodi di coltura doveva a naso interagire con la trasmissione neuromuscolare, commissiona lo studio a Gorio. Lo scienziato italiano in due settimane isola e capisce su quali recettori agisce la sostanza confermando di essere un eccellente farmacologo. Fin qui tutto fila liscio. Lo scienziato italiano con in mano i risultati si reca dalla Merck ed espone quanto scoperto. Come ha dichiarato al sottoscritto nell’intervista e in quella pubblicata da Corriere «l’azienda aveva inizialmente deciso di utilizzare l’avermectina principalmente per le malattie psichiatriche. Fui io ad indicare loro che invece era più appropriato un uso in veterinaria». Un’indicazione di cui però non possono esserci prove. Ma è questa affermazione il vero punto della discordia.

Personalmente –e sentendo il parere di altri esperti- mi riesce difficile credere a questa versione. Il composto da lui isolato, come Gorio stesso scrive nel suo unico articolo scientifico dedicato all’avermectina, appartiene alla categoria dei macrolidi, composti già conosciuti all’epoca per la loro attività antibiotica e quindi già utilizzati in medicina veterinaria. Ecco perché pare abbastanza curioso il fatto che la Merck non avesse già fiutato la possibile applicazione anche in campo veterinario. Non solo, altrimenti perché si sarebbero rivolti proprio a Cerami che si occupava di parassiti del sangue? Infine se Gorio avesse intuito o creduto nella reale efficacia del composto da lui isolato, perché non ha continuato a studiare e a pubblicare su quella molecola, proprio come hanno fatto i due Nobel? Perché, sapendo della sua presunta indicazione rivoluzionaria, Gorio si accorge oggi della scoperta che ha fatto?

Con un solo studio sull’argomento e un’informazione non verificabile («fui io a suggerire l’utilizzo in veterinaria») pretendere il Nobel mi pare un po’ troppo. Nell’articolo che avrei voluto pubblicare si raccontava tutta questa storia. Un articolo equilibrato senza nessun vittimismo. Un racconto di quanto ci sia anche un po’ di Italia nel Nobel di quest’anno. Un pezzo che raccontava anche che Gorio è rientrato in Italia nel 1979 occupandosi di tutt’altra ricerca -occupandosi di medicina rigenerativa- quasi ignaro del contributo che oggi è valso il Nobel per la Medicina. Il pezzo però non vedrà più la luce in quanto non approvato dal professore perché a suo parere non corrisponde a verità.

Dal canto mio penso che il giornalista non sia un megafono, ha il dovere di “amare la verità più di sé stesso”. Sentita una campana deve cercare di verificare tutte le informazioni raccolte per capire se tutto ciò corrisponde o è un racconto parziale. E’ questo quel che ho imparato da questa vicenda e ringrazio Gabriele Beccaria per avermi insegnato come svolgere questo lavoro. Ecco perché ho rinunciato a pubblicare una “notizia sensazionale”. Semplicemente perché non lo è mai stata.

Aggiunto alle ore 15:22 del 28/10/2015: http://dna.kdna.ucla.edu/parasite_course-old/personal%20stories/ccwang/index.aspx

A questo link potete trovare il racconto di Wang, il microbiologo della Merck. Spiega dell’idea di usare l’avermectina in veterinaria e cita Gorio per quanto riguarda la caratterizzazione del meccanismo d’azione. Nulla più. Eppure nemmeno Wang ha vinto il Nobel.