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Epatite C: eradicazione possibile per il 2030 grazie ai nuovi farmaci antivirali

Nella storia della medicina una delle modalità vincenti per eradicare una malattia infettiva è la prevenzione del contagio attraverso l’utilizzo di un vaccino. L’epatite C invece rappresenta un’eccezione: grazie ai nuovi farmaci antivirali ad azione diretta il virus può essere eliminato nella maggior parte dei casi. Un successo mai registrato prima nella storia della malattia che ha indotto l’Organizzazione Mondiale della Sanità -come è stato più volte ribadito all’International Liver Congress da poco conclusosi ad Amsterdam- a dichiarare l’obiettivo eradicazione entro il 2030. Un traguardo ambizioso ma possibile vista la straordinaria potenza delle nuove molecole sbarcate sul mercato.

Epatite C: non è solo questione di fegato

«L’epatite C -spiega la professoressa Gloria Taliani, Ordinario di malattie infettive presso l’Università La Sapienza di Roma- è una malattia del fegato causata dal virus HCV. La sua presenza è in grado di scatenare una reazione immunitaria che, a lungo termine, danneggia in maniera irreversibile l’organo portando a cirrosi e carcinoma epatico». Nel nostro Paese si stima che il 60% dei mille e più trapianti di fegato che si effettuano ogni anno siano causati dal virus C. Attenzione però a pensare che la malattia sia esclusiva del fegato. «L’epatite C -continua l’esperta- è una malattia sistemica a tutti gli effetti e chi ne soffre con il tempo va incontro a diabete, insufficienza renale e malattie cardiovascolari». Ecco perché eliminare il virus è di fondamentale importanza per lo stato di salute di chi è affetto dalla patologia.

Oggi con gli antivirali diretti il virus si elimina nel 97% dei casi

Sino a pochi anni fa la cura principe per l’epatite C era rappresentata dalla somministrazione di interferone e ribavirina, molecole che avevano successo in meno della metà dei casi e che si associavano a pesanti effetti collaterali che spesso costringevano medico e malato a sospendere la terapia. Oggi invece la situazione è radicalmente cambiata: «grazie allo sviluppo di antivirali ad azione diretta capaci di agire sui molteplici meccanismi che il virus mette in atto per replicarsi, è possibile curare definitivamente la malattia nella quasi totalità dei casi. Percentuali di successo, ottenibili in sole 12 settimane e in alcuni casi anche in 8, che si aggirano mediamente intorno al 97%. Uno scenario impensabile sino a meno di dieci anni fa» spiega il professor Antonio Craxì, ordinario in gastroenterologia all’Università degli Studi di Palermo. Guarigioni che nei casi più gravi significa poter evitare di ricorrere al trapianto di fegato.

Efficacia degli antivirali dimostrata anche al di fuori degli studi clinici

Dopo un periodo relativamente breve di sperimentazione di queste nuove molecole oggi nel nostro Paese sono già diverse le formulazioni utili a trattare i malati al di fuori dei trials clinici. Tra le ultime approvate da AIFA c’è la combinazione elbasvir/grazoprevir (sviluppata da MSD). L’attesa sulla bontà di queste due molecole era grande poiché gli ottimi risultati ottenuti nelle sperimentazioni non per forza sono garanzia di successo nella popolazione non selezionata. «Oggi -continua Craxì- i dati in real life relativi a questa combinazione ci dicono che gli antivirali funzionano e hanno percentuali di efficacia pari e in alcuni casi addirittura superiori rispetto agli studi registrativi». Un risultato importante, presentato al congresso olandese, in linea con altri dati real life di altre molecole.

Ora bisogna agire contro il genotipo 3

Attenzione però a cantare vittoria. Che fare nei rari casi in cui la persona fallisce la cura per lo sviluppo di una resistenza? Come trattare “varianti” del virus difficili da eliminare come ad esempio il genotipo 3? «In questi casi è fondamentale che la ricerca continui al fine di individuare nuovi possibili bersagli per mettere fuori gioco il virus» conclude Craxì. A tal proposito al congresso sono stati presentati alcuni importanti dati relativi alle molecole glecaprevir/pibrentasvir (sviluppate da AbbVie). La combinazione, attiva su tutti i genotipi virali di epatite C, si è dimostrata efficace in sole 8 settimane nel 95% dei casi degli individui affetti da genotipo 3. Cure dunque sempre più mirate e brevi. Un ulteriore passo avanti nella strada che porterà all’eradicazione dell’epatite C.

(Articolo pubblicato su La Stampa, 3 maggio 2017)

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Meningite: sintomi, cause e vaccini da fare

Che cos’è la meningite?

La meningite è una infiammazione del rivestimento del sistema nervoso centrale (cervello e midollo) detto meninge. Esistono forme batteriche e virali, entrambe possono essere mortali. Le più temibili sono quelle di origine batterica provocate da pneumococco o da meningococco. Quest’ultimo esiste nelle varianti A,B,C,Y e W135. Tra i meningococchi più diffusi in Europa ci sono il B e il C. Quest’ultimo è il responsabile dei recenti casi in Toscana e delle studentesse milanesi.

Quali sono i sintomi?

Nella prima fase della malattia, ovvero nelle prime 7-10 ore, i sintomi sono quelli di una normale influenza. Dopo 10 ore le manifestazioni cominciano a caratterizzarsi: mal di testa molto intenso, rigidità del collo e febbre elevata. Nell’ultima fase, tra le 20 e le 36 ore, si presentano i sintomi gravi e tipici della meningite: perdita di conoscenza, convulsioni, macchie sul corpo.

Quante persone colpisce?

In Italia si registrano circa mille nuovi casi ogni anno e tre su 10 riportano esiti gravi e permanenti. Malgrado i progressi della medicina nella rianimazione e nell’assistenza al paziente, la mortalità non è diminuita e circa il 10% delle persone ammalate perde la vita. Il 50-60% guarisce completamente, mentre il 30% sopravvive riportando conseguenze anche molto gravi (15 bambini su 100 hanno complicanze così gravi da richiedere protesi acustiche o degli arti, cicatrici invalidanti, seri problemi alla vista, deficit neuro-motori) con un costo umano, sociale e sanitario altissimo. La maggior parte dei decessi porta la firma del meningococco C.

Come si trasmette?

Il contagio avviene per via aerea ma occorre un contatto molto ravvicinato. Il contagio può avvenire anche da un portatore sano del batterio, una condizione che in Italia riguarda circa il 15% della popolazione. Sembrerebbe essere questo il caso delle studentesse di Milano, venute a contatto in università con un individuo portatore sano.

Come si previene?

La prevenzione avviene tramite il vaccino. Ad oggi esistono vaccini specifici per la meningite da Haemophilus influenzae di tipo B, per quelle da pneumococco e per quelle da meningococco (A, B, C, Y, W 135). Dal 2005 il vaccino contro il meningococco di tipo C rientra tra i vaccini raccomandati e dunque gratuiti. Viene somministrato tra il dodicesimo e il quindicesimo mese di vita.

Chi si deve vaccinare?

Sebbene sia importante seguire l’apposito calendario è possibile vaccinarsi contro la meningite a qualsiasi età. Il vaccino è raccomandato soprattutto per i bambini e gli adolescenti. In questa fascia di età (14-25) l’incidenza della meningite è massima. Secondo gli esperti l’ideale sarebbe avere una copertura vaccinale dell’85%. In questo modo, attraverso l’immunità di gregge, si ridurrebbe drasticamente la circolazione del batterio

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PSA: un esame quasi sempre poco utile. Intervista a Richard Ablin

Quasi sempre uno scienziato è sempre fiero delle scoperte che fa. “Quasi” perché questo non è il caso di Richard Ablin –professore di patologia all’University of Arizona College of Medicine-, scopritore del PSA, l’antigene prostata specifico. «Scoprirlo è stato il peggior errore della mia vita» dichiara senza troppi giri di parole. Un peso –involontario- sulla coscienza ben spiegato nel libro “The great prostate hoax” -il grande inganno sulla prostata- pubblicato negli Stati Uniti nel 2014 e in arrivo oggi nelle librerie italiane. Un testo nel quale Ablin chiede scusa ad un immaginario John, 50enne che si è visto rovinata la vita dal giorno in cui si sottopose al test. Il messaggio che emerge dal testo è riassumibile in poche righe: il PSA può far scoprire –casualmente- un cancro della prostata prima che si manifesti con qualsiasi disturbo ma, nella maggior parte dei casi, si tratta di tumori indolenti che non si sarebbero mai manifestati in vita. Risultato? Rimozione –inutile- della prostata con il rischio di restare impotenti e incontinenti già a 50 anni. Un repentino passaggio da una vita in salute ad un’esistenza fortemente condizionata.

La prima volta che Ablin isola il PSA è nel 1970. Tecnicamente si tratta di un enzima prodotto dalla prostata che ha come funzione quella di mantenere fluido il liquido seminale. Ablin non chiama il PSA “antigene specifico del cancro prostatico” perché semplicemente non è un indicatore di cancro. Il PSA è infatti sempre presente e rilevabile a livello sanguigno ma è un indicatore sullo stato generale di salute della prostata. Ablin, per spiegare il concetto, non usa mezzi termini: «se un camionista dopo aver guidato per le montagne del Wyoming si fermasse alla sera in una clinica per fare un esame la mattina successiva, il tragitto pieno di scossoni potrebbe avergli innalzato il valore. Lo stesso potrebbe derivare da una condizione relativamente comune conosciuta come iperplasia prostatica benigna. La lista dei colpevoli continua ma il risultato per il test del PSA rimane lo stesso: il livello può essere condizionato da diversi stimoli e i numeri non necessariamente indicano il cancro».

Eppure, nonostante queste evidenze, a partire dal 1994 la FDA approva l’esame del dosaggio quale test per la diagnosi precoce del cancro della prostata. Nell’approvarlo l’ente statunitense ha fatto affidamento su uno studio che ha mostrato che il test è in grado di rilevare il 3,8 per cento dei tumori della prostata, un tasso migliore rispetto al metodo standard dell’ispezione rettale. L’inizio della fine, secondo Ablin. Attenzione ad interpretare il messaggio: per molte forme di cancro giocare d’anticipo, ovvero arrivare ad una diagnosi precoce, è fondamentale per superare la malattia. In molti altri casi invece anticipare la diagnosi, attraverso campagne di screening a tappeto, non produce vantaggi apprezzabili. Anzi, comporta un rischio molto concreto per la salute detto “sovradiagnosi”. «Quello alla prostata –spiega Ablin- è uno dei tumori più diffusi nell’uomo ma si è dimostrato essere, in molti casi, una malattia relativamente benigna con un’evoluzione molto lenta. Evoluzione che non è assolutamente prevedibile con il dosaggio del PSA».
Di fronte ad un valore elevato inizia un effetto domino fatto di biopsie, diagnosi di tumore e proposta di rimozione chirurgica radicale della ghiandola. Operazione che può lasciare pesanti segni –incontinenza urinaria ed impotenza- e che spesso non risulta essere necessaria in quanto il tumore cresce talmente lento che la persona morirà per altre cause. Ed è proprio questo il punto: «dopo decenni di utilizzo del PSA quale metodo di screening i dati dicono che la mortalità per tumore alla prostata non differisce significativamente tra chi si sottopone al test e chi no. I risultati confermano che se lo screening evita casualmente a qualcuno di morire di cancro della prostata, per ogni morte evitata da trenta a quaranta uomini hanno la vita rovinata da interventi inutili. Ecco perché utilizzarlo come metodo di screening è una scelta folle dettata dal solo interesse economico. Più test, più operazioni, più robot venduti, più farmaci utilizzati per l’impotenza» conclude Ablin.

Fortunatamente però –dopo tante denunce pubbliche- qualcosa sta cambiando. Dopo anni di utilizzo indiscriminato tra gli urologi sta crescendo sempre di più la consapevolezza che il PSA andrebbe utilizzato –nell’attesa di trovare un vero marcatore specifico- per aiutare i medici a trattare gli uomini già malati di cancro della prostata e per individuare le ricorrenze del cancro dopo il trattamento. In aggiunta può essere utilizzato quando c’è un forte sospetto di familiarità per la malattia. Sul quando e come intervenire l’ultimo studio pubblicato dal NEJM a metà settembre parla da solo: nei casi di tumore in fase iniziale il tasso di sopravvivenza a 10 anni è lo stesso, 99%, sia che si venga operati, che sottoposti a radioterapia o ad una sorveglianza attiva.

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Antibiotici e virus: la confusione è anche in chi comunica

affissione-HPV_retro1Nei giorni scorsi la Commissione Europea ha pubblicato il rapporto Eurobarometer sulla percezione dei cittadini dell’Unione in merito agli antibiotici. I risultati sono abbastanza sconfortanti. Uno su tutti: più di una persona su due non è a conoscenza che questi farmaci sono totalmente inutili contro i virus. Una differenza, quella tra batteri –il vero bersaglio degli antibiotici- e virus, inspiegabilmente difficile da fare entrare in testa. Se per il cittadino comune la non conoscenza è parzialmente giustificata, risulta inammissibile per chi si occupa di salute. Di esempi a riguardo, recentissimi, ce ne sono molti.

Se per quanto riguarda il ministro Lorenzin si è trattato “spero” di un lapsus (leggi qui), stessa cosa non si può dire per Raffaella Docimo, presidente della Società italiana di odontoiatria pediatrica, che in un articolo su Corriere (mai corretto nonostante le segnalazioni) a firma di Margherita De Bac parla del virus Streptococcus mutans (è un microrganismo) come causa della carie. Ma gli errori non finiscono qui. Anche l’occhio vuole la sua parte.

In questi giorni sui vagoni della metropolitana di Milano compare una campagna in favore della vaccinazione per l’HPV, un virus che può portare allo sviluppo del cancro della cervice uterina. Iniziativa lodevole, promossa da Donneinrete.org con il sostegno di Sanofi Pasteur MSD, condita da un errore grossolano. Nella brochure informativa l’immagine scelta per l’occasione non ha nulla a che fare con il virus ma rappresenta una piastra di laboratorio contenente microrganismi. Una recente indagine afferma che per trovare lavoro una delle lauree più gettonate è quella in “comunicazione”. Sappiamo però cosa stiamo comunicando? Io ho sempre più dubbi.

p.s il post potrà risultare saccente ma proprio Eurobarometer afferma che laddove le persone sono più informate l’abuso di antibiotici è minore.

p.p.s alcuni hanno sottolineato che il termine microrganismo può essere riferito anche ai virus. Io, per semplicità e per non ripetermi, uso microrganismo per indicare i batteri. I virus li chiamo virus, punto.

 

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Zika: no, non è il nuovo virus Ebola

zikaaaaDa qualche settimana nella sezione salute dei principali organi d’informazione non si parla d’altro che del virus Zika. I toni e le foto utilizzate, purtroppo, sono volutamente allarmistici. Comprendo che dopo l’esperienza di Ebola sia vietato abbassare la guardia ma francamente, l’enfasi con cui viene data notizia dell’imminente pandemia di Zika con titoloni in prima pagina, la giudico assolutamente fuori luogo.

Partiamo dai fatti: nei mesi scorsi nel nord del Brasile si è verificata un’impennata di casi di microcefalia nei neonati, una patologia caratterizzata dallo scarso sviluppo del cranio (3500 accertati, un numero ampiamente superiore a quello che si verifica mediamente). Analizzando il fluido cerebrospinale di alcuni bambini che non sono sopravvissuti alla malattia gli scienziati hanno scoperto la presenza del virus Zika. Da qui l’assunto che il virus sia una possibile causa della malformazione. Partendo da questo presunto legame l’Organizzazione Mondiale della Sanità è arrivata a consigliare a chi vive o viaggia nelle zone a rischio di posticipare o evitare una possibile gravidanza.

A giudicare però da quel che si legge sembra che a breve saremo tutti in pericolo. “Zika: diffusione esplosiva” è solo uno dei tanti titoli allarmistici. Come stanno realmente le cose? Provo a spiegarlo qui in 5 punti più uno:

Zika è una malattia paragonabile ad un’influenza. In circa un quarto dei contagi la malattia è totalmente asintomatica. Nei restanti i sintomi sono febbre, debolezza, dolori muscolari, congiuntivite e rush cutaneo e si risolvono generalmente tra i 2 e i 7 giorni. Fare diagnosi è molto difficile. Proprio per la sovrapposizione con i sintomi influenzali l’effettiva presenza del virus può essere verificata con una PCR, un esame volto a decodificare l’RNA del virus.

Zika si trasmette attraverso le punture di zanzara. Ecco perché in Europa le possibilità che si espanda sono prossime allo zero. Se Ebola non si è diffusa in Europa –il pericoloso virus si trasmette per contatto diretto con i fluidi corporei- le probabilità che lo faccia Zika sono nettamente inferiori. Per dovere di cronaca dobbiamo dire che Zika può anche diffondersi per contatto diretto con il sangue infetto e –i casi documentati sono rarissimi- per via sessuale.

Il legame tra Zika e microcefalia è tutto da accertare. I dati per ora provengono dal Brasile ma la raccolta approssimativa lascia qualche dubbio (più informazioni qui su Nature). Per fare diagnosi certa, come spiegavo precedentemente, occorre uno specifico esame di laboratorio. Nei giorni scorsi è stato pubblicato uno studio su 35 casi di microcefalia in cui si afferma che Zika potrebbe essere la causa. Lo studio però contiene un errore di fondo: non viene ricercata la presenza del virus tramite PCR e si da per scontato che le madri abbiano contratto Zika sulla base di un generico rush cutaneo, sintomo sovrapponibile ad altri tipi di patologie presenti in quell’area.

Le donne in gravidanza devono stare attente a qualsiasi virus, non solo Zika. Contrarre l’influenza durante i 9 mesi non è affatto come se il bimbo non ci fosse. L’OMS consiglia alle future mamme –nel secondo e terzo trimestre di gravidanza- di sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale. Al momento non c’è nessuna evidenza che la presenza del virus danneggi il feto ma recentissimi studi, per ora realizzati in modello animale, affermano che una forte infiammazione conseguente ad uno stato influenzale sia in grado di danneggiare lo sviluppo cerebrale del nascituro (epilessia, autismo).

In Brasile alcune persone sono morte (27 casi sospetti, 4 confermati) per l’influenza suina H1N1. Non ho visto titoli allarmistici su questo virus che può arrivare facilmente con un aereo direttamente all’aeroporto di Malpensa.

Riassumendo: Zika è da tenere sotto controllo ma ci sono ancora molti punti da chiarire. A preoccupare, qualora fosse confermato il legame, sono le donne incinta ed è su di loro che si deve concentrare la strategia di prevenzione.

L’ultimo punto (il più uno dei cinque) riguarda i complottisti. Uno dei commenti alla vicenda che ho letto su Facebook è il seguente: “Solito allarmismo. Tutto inventato come Ebola per far vendere più vaccini”. Sarò sintetico: il vaccino per Ebola è arrivato troppo tardi, quello per Zika non esiste. Il fatturato di BigPharma relativo ai vaccini è nulla rispetto ad altri farmaci. Quanto all’invenzione di Ebola invito il signore che ha scritto quel commento a chiedere alle madri dov’è quel figlio che hanno perso a causa del virus. Magari è inventato anche quello.

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Wi-fi dannoso? Lo è di più la disinformazione

wifiVia i routers e addio al segnale che si diffonde più rapidamente e senza fili. A deciderlo è stato Livio Tola, sindaco del paese di Borgofranco d’Ivrea “simpatizzante M5S” (Corriere della Sera riporta la sua candidatura nel 2013, con il Movimento 5 Stelle, come consigliere comunale ad Ivrea). Il motivo? Principio di precauzione, non siamo in grado di dire con certezza se le onde elettromagnetiche siano dannose oppure no, abbiamo letto molte cose in proposito sul web. Un po’ come dire “i treni possono investire i pedoni, vietiamoli”. Al di là di questa estremizzazione la notizia del presunto wi-fi dannoso si basa su un concentrato di due “pseudobufale” che girano sul web da diversi anni.

Pseudobufale perché nei testi che circolano ci sono molte informazioni che non tornano. Si citano presunti esperti che tali non sono, documenti inesistenti, risultati di esperimenti sui campi elettromagnetici prodotti dalle antenne radar e dalle antenne utilizzate per le comunicazioni con cellulari spacciandoli poi per router casalinghi. Il lettore, di fronte a così tante informazioni, rimane giustamente disorientato. Ma cosa dice la scienza, quella fatta in modo serio e con rigore, a proposito di tecnologia wireless?

Ad oggi, secondo i documenti prodotti dall’OMS, non è stato dimostrato nessun effetto nocivo per la salute causato dal wifi. Per contro il massimo ente ha classificato le comunicazioni delle frequenze dei cellulari come potenzialmente cancerogene. Gli unici dati dunque che correlano un potenziale danno fanno riferimento ai cellulari e in determinate condizioni, ovvero con un uso prolungato di diverse ore al giorno e a diretto contatto con l’orecchio e il cranio.

Ciò si verifica perché mentre per gli apparecchi wireless la potenza di trasmissione è intorno a qualche centianaio di mW, quella del cellulare può arrivare intorno ad un Watt. Non solo, mentre il telefono eroga una potenza costante il wireless ha un segnale discontinuo, emette solo quando deve trasmettere dei dati. Infine è utile ricordare che ci sono tanti altre apparecchiature elettroniche –dal telecomando della TV o del cancello al forno a microonde- che generano campi elettromagnetici, quando in funzione, ben superiori al router.

La posizione della scienza dunque è chiara: non ci sono prove che la tecnologia wireless sia dannosa. Come per tutti gli agenti potenzialmente dannosi –come i campi elettromagnetici a radiofrequenza- è la durata, la potenza e la quantità a determinarne l’effetto. Non contestualizzare gli “esperimenti” citati da presunti articoli che mettono al bando la tecnologia wireless e sovrapporre dati di tecnologie potenzialmente più dannose non fa altro che creare ancor più paura ingiustificata. Prima di prendere delle decisioni drastiche bisognerebbe conoscere ciò di cui si parla.

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No, non si tratta di un Nobel mancato (con buona pace del professor Gorio)

GORIO - 01-© Roveri (1)“Il Nobel mancato dell’italiano Gorio. Anticipò lo studio dei due vincitori”. E’ questo il titolo con cui il Corriere della Sera presenta la storia di Alfredo Gorio, farmacologo italiano che rivendica il premio assegnato quest’anno alla coppia di ricercatori che ha contribuito a sviluppare un farmaco, l’avermectina, per la cura delle malattie da parassiti. Come sono andate realmente le cose? Nobel “rubato” o eccesso di protagonismo?

Scrivo queste righe perché quell’articolo pubblicato da Corriere poteva essere il mio. Nei giorni immediatamente successivi all’assegnazione del premio ho avuto il piacere di parlare con Gorio: nell’intervista mi ha raccontato la sua versione dei fatti. Compito del giornalista però è quello di verificare che tutto combaci e per farlo occorre tempo. Inizialmente, preso dall’entusiasmo per quello che giudicavo un piccolo “scoop”, scrissi un articolo abbastanza sbilanciato. Il messaggio era chiaro: Gorio meritava il Nobel. Poi però, confrontandomi con alcuni colleghi (in particolare con caporedattore di Tuttoscienze de La Stampa Gabriele Beccaria e la sua fitta rete di esperti in materia) e facendo le dovute verifiche del caso, abbiamo deciso di darne notizia ridimensionando il tutto.

Mi spiego: dietro ogni premio Nobel per la medicina c’è un lavoro di anni. A vincerlo è il capo del laboratorio, quello che ci mette testa, idee e visione. Non da meno però è il contributo di tanti scienziati che passo dopo passo contribuiscono a raggiungere la meta. Uno di essi è stato Alfredo Gorio. A lui va il merito di aver isolato e caratterizzato il meccanismo d’azione dell’avermectina. Può bastare questo per reclamare il Nobel?

Ricostruiamo la vicenda: i due futuri Nobel nei primi screening effettuati avevano capito che il mix di sostanze prodotte dai microrganismi da loro isolati avevano caratteristiche paralizzanti e che potevano essere sfruttate a fini terapeutici. Per meglio capirne il funzionamento si rivolgono all’allora capo di Gorio, Antony Cerami, che lavorava già su alcuni argomenti simili ai due vincitori occupandosi di tripanosomi e altri parassiti del sangue. La Merck aveva fiutato l’affare e aveva messo i soldi per sviluppare il principio attivo in cambio naturalmente di avere i brevetti. Ching C. Wang, capo del laboratorio di microbiologia della Merck, dà i brodi di coltura a Gorio affinché ne studi le caratteristiche. Cosa significa tutto ciò?

La Merck, intuendo che uno dei principi attivi contenuti nei brodi di coltura doveva a naso interagire con la trasmissione neuromuscolare, commissiona lo studio a Gorio. Lo scienziato italiano in due settimane isola e capisce su quali recettori agisce la sostanza confermando di essere un eccellente farmacologo. Fin qui tutto fila liscio. Lo scienziato italiano con in mano i risultati si reca dalla Merck ed espone quanto scoperto. Come ha dichiarato al sottoscritto nell’intervista e in quella pubblicata da Corriere «l’azienda aveva inizialmente deciso di utilizzare l’avermectina principalmente per le malattie psichiatriche. Fui io ad indicare loro che invece era più appropriato un uso in veterinaria». Un’indicazione di cui però non possono esserci prove. Ma è questa affermazione il vero punto della discordia.

Personalmente –e sentendo il parere di altri esperti- mi riesce difficile credere a questa versione. Il composto da lui isolato, come Gorio stesso scrive nel suo unico articolo scientifico dedicato all’avermectina, appartiene alla categoria dei macrolidi, composti già conosciuti all’epoca per la loro attività antibiotica e quindi già utilizzati in medicina veterinaria. Ecco perché pare abbastanza curioso il fatto che la Merck non avesse già fiutato la possibile applicazione anche in campo veterinario. Non solo, altrimenti perché si sarebbero rivolti proprio a Cerami che si occupava di parassiti del sangue? Infine se Gorio avesse intuito o creduto nella reale efficacia del composto da lui isolato, perché non ha continuato a studiare e a pubblicare su quella molecola, proprio come hanno fatto i due Nobel? Perché, sapendo della sua presunta indicazione rivoluzionaria, Gorio si accorge oggi della scoperta che ha fatto?

Con un solo studio sull’argomento e un’informazione non verificabile («fui io a suggerire l’utilizzo in veterinaria») pretendere il Nobel mi pare un po’ troppo. Nell’articolo che avrei voluto pubblicare si raccontava tutta questa storia. Un articolo equilibrato senza nessun vittimismo. Un racconto di quanto ci sia anche un po’ di Italia nel Nobel di quest’anno. Un pezzo che raccontava anche che Gorio è rientrato in Italia nel 1979 occupandosi di tutt’altra ricerca -occupandosi di medicina rigenerativa- quasi ignaro del contributo che oggi è valso il Nobel per la Medicina. Il pezzo però non vedrà più la luce in quanto non approvato dal professore perché a suo parere non corrisponde a verità.

Dal canto mio penso che il giornalista non sia un megafono, ha il dovere di “amare la verità più di sé stesso”. Sentita una campana deve cercare di verificare tutte le informazioni raccolte per capire se tutto ciò corrisponde o è un racconto parziale. E’ questo quel che ho imparato da questa vicenda e ringrazio Gabriele Beccaria per avermi insegnato come svolgere questo lavoro. Ecco perché ho rinunciato a pubblicare una “notizia sensazionale”. Semplicemente perché non lo è mai stata.

Aggiunto alle ore 15:22 del 28/10/2015: http://dna.kdna.ucla.edu/parasite_course-old/personal%20stories/ccwang/index.aspx

A questo link potete trovare il racconto di Wang, il microbiologo della Merck. Spiega dell’idea di usare l’avermectina in veterinaria e cita Gorio per quanto riguarda la caratterizzazione del meccanismo d’azione. Nulla più. Eppure nemmeno Wang ha vinto il Nobel.