Metodo Simoncini, Butac e una censura al contrario

Nelle scorse settimane uno dei siti che più si batte nel cercare di smontare le bufale (www.butac.it) è stato posto sotto sequestro per alcuni giorni. Tutto è partito da una querela relativa ad un articolo pubblicato nel 2015 in cui veniva criticato l’operato di un oncologo. Al di là del caso specifico –in passato le querele avevano portato all’obbligo di rimozione di contenuti ma non al sequestro dell’intero sito- quanto deciso dalla procura di Bologna è manna dal cielo per chi di bufale vive sfruttando la disperazione delle persone.

Guardate cosa scrive il sito degli “amici del dottor Simoncini”:

Era ora! Finalmente la Procura della Repubblica di Bologna lo ha messo sotto sequestro! Butac, il sito che si definiva anti bufala, che sparava addosso a tutto e a tutti, soprattutto ai medici alternativi, questa volta ha sparato alla persona sbagliata, visto che ha preso di mira l’oncologo brindisino Claudio Pagliara, che non ci ha pensato su due volte a (sì, è scritto così, ndr) ha querelato i titolari. Ora è finalmente chiuso!

E ancora…

Speriamo che questa esperienza serva da lezione anche ai gestori di altri siti che vivono “diffamando” medici alternativi, rei di aver capito del fallimento della medicina ufficiale e di cercare alternative per salvare la vita dei propri pazienti.

Già, proprio quelle cure alternative per salvare la vita dei propri pazienti. Peccato perché con quelle “cure” in realtà la si perde, la vita. Il dottor Simoncini dovrebbe saperlo bene: radiato già da diversi tempo, ad inizio di quest’anno è stato condannato a 5 anni e 6 mesi di carcere per aver sottoposto (in Albania) un ragazzo di Catania affetto da un tumore cerebrale alla sua pseudo-cura a base di bicarbonato di sodio. Iniezioni che hanno portato al decesso del giovane.

Eppure i fans del dottor Simoncini continuano a pontificare sul web e senza censura la bontà del metodo. Per il dottore e i suoi fedelissimi l’utilizzo del bicarbonato di sodio quale agente in grado di eliminare le cellule tumorali nasce dall’idea totalmente infondata che il cancro non è che il fungo Candida albicans. Ecco perché secondo Simoncini basterebbe del semplice bicarbonato per fare scomparire la massa.

La mia idea –scrive- è che essi (i tumori, ndr) non dipendano da misteriose cause genetiche, immunologiche, auto immunologiche, come propone la medicina ufficiale, fatti mai dimostrati, ma che piuttosto derivino da una semplice aggressione fungina, non visualizzata, né studiata nella sua dimensione intima connettivale. Durante i molti anni in cui ho studiato i tumori, cioè le atipiche colonie fungine, ho potuto constatare che l’unico mezzo per distruggerle ed impedire che si rinnovino, consiste nel somministrare forti concentrazioni di sali, in particolare modo Bicarbonato di Sodio, da far assumere in maniera peculiare rispetto alla sede del cancro.

Eppure, nonostante l’infondatezza di queste dichiarazioni, i siti che propongono questi “rimedi” continuano ad essere visibili. Segnalarli è il minimo che possiamo fare consci però del fatto che non è solo attraverso la rimozione dei contenuti che si affrontano questi problemi. Sono due le vie che abbiamo per contrastare il fenomeno dei venditori di fumo della salute.

Da un lato occorre seriamente investire in un’informazione giornalistica di qualità nel campo della salute. Informazione fatta con rigore e competenza e non finalizzata alle sole logiche commerciali relative al traffico da generare. Ancora oggi infatti capita che le grandi testate diano spazio a contenuti alquanto discutibili ma di sicura lettura. Dall’altro –ed è questo il vero punto- c’è la sfida educativa. Bisognerebbe sin da piccoli –e qui la scuola ha un ruolo centrale- stimolare i ragazzi al senso critico. Investire sempre di più in cultura della scienza. Un processo lento ma probabilmente il più potente.

p.s di cancro si muore ancora. Nessuno ha la bacchetta magica. A differenza però di chi vende false speranze basate sul nulla, oggi la scienza ci dice che sempre più persone –grazie alla ricerca e alla creazione di farmaci sempre più precisi- guariscono o convivono con la malattia. Di persone che a distanza di anni dalla diagnosi di tumore sono qui a raccontare la loro storia ce ne sono moltissime. Le possiamo incontrare tutti i giorni per la strada. E di quelle con il bicarbonato?

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Vaccino universale contro il cancro: basta con il sensazionalismo

Schermata 2016-06-05 alle 18.07.41“Scoperto un vaccino universale contro il cancro”. Una notizia che farebbe sobbalzare chiunque dalla sedia, specialmente se quel chiunque ha un familiare che da tempo lotta contro un tumore. Eppure quella notizia è stata data, per la precisione la sera di mercoledì 1 giugno 2016. Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione o all’ennesima sparata di chi si occupa di “fare informazione”? Se non volete dilungarvi nella lettura di questo post ecco a voi la risposta: no, ad oggi non esiste nessun vaccino universale contro il cancro.

Il vaccino sviluppato da un gruppo di scienziati tedeschi –che non previene il cancro bensì lo attacca e dunque viene chiamato “vaccino terapeutico”- ha dimostrato essere efficace (studi effettuati sui topi e su 3 persone) in alcuni casi di melanoma agendo attraverso la stimolazione del sistema immunitario. Una strategia utilizzata da anni –l’immunoterapia- che oggi ha già portato sul mercato diversi farmaci in grado di cambiare la storia di diversi tumori. Non è un caso che proprio in questi giorni, al congresso ASCO -il più importante appuntamento nella lotta al cancro-, gli oncologi di tutto il mondo siano a discutere di immunoterapia.

La vera novità dello studio tedesco pubblicato su Nature è nella modalità con cui viene stimolato il sistema immunitario, teoricamente valido per qualunque tumore. Un approccio promettente –ancora in gran parte da valutare- che al momento è ancora ben lontano dall’essere considerato cura universale. Perché allora tutta questa enfasi per la notizia da parte dei media nostrani? L’interesse dei media per la vicenda è iniziato in mattinata quando le agenzie stampa (ANSA ecc…) hanno cominciato a divulgare sotto embargo (per i profani, si tratta di comunicare in anteprima ai giornali una news che uscirà ufficialmente qualche ora dopo) la notizia dal titolo “scoperto un vaccino universale contro il cancro”. Con un “lancio di agenzia” del genere le redazioni sono entrate in fibrillazione. Una notizia troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Purtroppo però, come sempre più spesso accade, il tempo per approfondire è sempre meno e la presenza di interna di giornalisti qualificati del settore è al minimo storico. Risultato? Alle ore 19, alla scadenza dell’embargo, telegiornali e siti web annunciavano la notizia “bomba”.

Prevedendo che sarebbe andata in questo modo ho provato a cercare sui media esteri traccia della notizia. In fondo una news del genere dovrebbe comparire su tutti i siti web del mondo. Ricerca vana, non una riga sul New York Times, qualche articolo che riporta la scoperta -giustamente- senza troppo sensazionalismo. La mattina seguente, il 2 giugno, stessa storia. Molti quotidiani hanno dedicato uno spazio in prima pagina alla notizia. Una delle poche eccezioni -tra i giornali cartacei- è Repubblica, a lei il merito di aver dedicato solo poche righe -senza richiamo in prima- raccontando la notizia per quella che è, un buono e promettente studio.

Credo che il primo compito di un giornalista che si occupa di salute sia quello di non creare facili illusioni in chi legge, specialmente se si scrive di patologie come il cancro. Per scrivere di salute occorre avere quelle competenze che ti consentano di contestualizzare ciò che stai raccontando. Finché dai notizia del nuovo laser che ti permetterà di non fare più la ceretta è un conto, per altri argomenti meglio lasciare perdere il sensazionalismo. Lo si faccia almeno per rispetto di chi oggi sta affrontando la malattia. La ricerca avanza per piccoli passi. Diffidare da chi vuol far credere che basti una soluzione semplice ad un problema molto complesso. Per quelle ci hanno già pensato Di Bella e Vannoni. Non mettiamoci ora anche noi giornalisti.

Per maggiori approfondimenti sulla notizia a questo link potete trovare un mio articolo, pubblicato da Fondazione Veronesi, in cui cerco di contestualizzare la notizia del “vaccino universale:

http://www.fondazioneveronesi.it/articoli/oncologia/vaccino-universale-contro-il-cancro-bufala-o-verita/

Vecchi farmaci, nuove cure: il caso dell’aspirina

Febbre, dolori articolari, mal di denti: non sono forse questi i sintomi che inducono, soprattutto ora nel picco di influenza, ad assumere una compressa di aspirina? Ma siamo sicuri che il famoso anti-infiammatorio serva solo ed esclusivamente per combattere le affezioni dolorose? Secondo una ricerca pubblicata sulle pagine della prestigiosa rivista Cancer Cell, i farmaci anti-infiammatori non steroidei, più comunemente chiamati FANS, sembrerebbero in grado di contrastare la diffusione delle cellule tumorali. Ad affermarlo è il professor Steven Stacker del Peter MacCallum Cancer Centre di Melbourne. Leggi tutto

Dose sbagliata di chemio: fattore umano e tecnologia per evitare errori

L’abbiamo imparato sin dall’infanzia, una virgola messa al posto sbagliato e il risultato del compito in classe era fallimentare. Da adulti invece abbiamo capito che uno zero in più o in meno sul conto in banca può fare la differenza. Ma anche sul lavoro i numeri sono importanti: progettare un ponte o somministrare la giusta dose di farmaco vede protagonista necessariamente il calcolo matematico. Nell’ultimo caso spesso c’è di mezzo la vita o la morte. Sbagliare una dose può avere effetti devastanti. L’esempio l’abbiamo avuto davanti agli occhi la scorsa settimana: il caso della donna morta a Palermo per un eccesso di dose chemioterapica. Un errore però potenzialmente evitabile. A dirlo è la SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie): «Va introdotto in tutti gli ospedali un professionista che affianchi il medico durante le visite e sia responsabile del percorso del farmaco, dalla preparazione alla somministrazione» dichiara Laura Fabrizio, presidente della società scientifica. leggi tutto

Che fine ha fatto l’antitumorale cubano? Nessuna evidenza scientifica sulla sua efficacia

Non abbandonare le normali cure chemioterapiche. E’ questo il messaggio lanciato da Filippo De Braud, direttore della Divisione di Farmacologia Clinica e Nuovi Farmaci presso l’IEO di Milano, sulla potenziale cura antitumorale disponibile a Cuba. Un’opinione condivisa anche dai maggiori esperti mondiali in campo oncologico.

IDENTIKIT DELLA TOSSINA- L’Escozul, il potenziale “farmaco”, è un estratto del veleno dello scorpione Rhoplaorus junceus, animale presente solamente nell’isola caraibica. A descriverne per primo gli effetti fu il biologo Misael Bordier nel lontano 1985. Attualmente la tossina prodotta dallo scorpione viene estratta e distribuita dall’azienda cubana Labiofam. Nonostante il presunto farmaco sia utilizzato da diversi anni non è stata ancora chiarita ufficialmente la composizione chimica del contenuto commercializzato. Il dosaggio non è noto in quanto adattato a seconda del paziente (in genere 5 gocce da due a quattro volte al giorno).

COSA SOSTIENE CUBA- Secondo quanto dichiara l’azienda Labiofam tramite il suo sito, l’Escozul possiederebbe proprietà antidolorifiche, antinfiammatorie e, dato molto discusso, sarebbe un adiuvante nel trattamento delle diverse forme di cancro. Il presunto successo del trattamento con Escozul sarebbe dovuto alla capacità della tossina di modulare la risposta immunitaria, inibire l’angiogenesi, processo fondamentale nella sopravvivenza e diffusione di un tumore, ed infine di inibire le proteasi cellulari. L’azienda produttrice sostiene inoltre di avere iniziato un trial clinico di fase 3 senza però che nessuno studio né preclinico né clinico di fase precoce sia mai stato pubblicato. In oltre 20 anni sostengono di aver trattato 8200 pazienti da tutto il mondo con tumori ai polmoni, seno, colon o cervello.

VALIDAZIONE SCIENTIFICA- Come dichiara De Braud, «Nessuna di queste informazioni cliniche fornite dall’azienda è pubblicata su riviste scientifiche mentre ci sono alcuni dati su modelli sperimentali di alcuni derivati da veleno di scorpioni». Una ricerca bibliografica condotta su PubMed.gov, principale sito dove si raccolgono le pubblicazioni scientifiche, ha confermato che non esistono lavori specifici su Escozul ma ha messo in evidenza lavori preclinici e clinici riguardanti la Clorotossina, un peptide ricavato dal veleno dello scorpione giallo di Israele.

CONSIGLIO- I dati di letteratura ufficiale, associati a sporadiche segnalazioni di malati che hanno riferito un miglioramento soggettivo, dovuto anche a un possibile effetto placebo rappresentano delle possibili premesse per studiare questo farmaco. «Esse però non costituiscono ancora un elemento di prova dell’efficacia di Escozul e quindi non è possibile considerarlo un’ alternativa alle cure convenzionali e di provata efficacia quali quelle disponibili» conclude De Braud.

MEDICINA/ I “vecchi” farmaci che combattono i tumori

Un mio pezzo su ilsussidiario.net:

L’idea di utilizzare farmaci già presenti sul mercato per combattere i tumori è una strategia che emerge in sempre più numerosi studi internazionali. Ultimo in ordine di tempo è quello di Marco Foiani, professore di Biologia Molecolare presso l’Università degli Studi di Milano e group leader del campus IFOM-IEO di Milano. Lo studio è riuscito a dimostrare che l’utilizzo di una particolare categoria di farmaci, gli inibitori delle istone deacetilasi, è in grado di prevenire la formazione delle cellule cancerose. Un risultato che è valso la pubblicazione sulla rivista Nature, tra le più prestigiose in campo scientifico.

Sviluppare un farmaco è un processo lungo e costoso. Il primo passo del percorso è quello di comprendere il meccanismo fisiologico di un determinato evento. Solo successivamente sarà possibile pensare allo sviluppo di una molecola in grado di interferire con tale fenomeno.

Ultimamente, però, questo modo di operare sta lentamente cambiando. Uno dei più classici esempi è quello rappresentato dall’utilizzo degli anti-infiammatori. Se fino a diversi anni fa questa categoria di farmaci era utilizzata in caso di patologie infiammatorie, ora sempre più numerosi studi indicano che queste molecole possiedono anche un’attività anti-tumorale. Tenere dunque controllata l’infiammazione potrebbe essere una delle chiavi nella lotta ai tumori.

Nello studio del professor Foiani è stata valutata l’attività degli inibitori delle istone deacetilasi, già utilizzati in clinica per la cura di alcuni tipi di cancro. Queste molecole agiscono sulla struttura del DNA riducendone il grado di packaging, ovvero la compattazione del materiale genetico. In particolare, è stato individuato in che modo questi farmaci agiscano su alcuni processi fondamentali nel prevenire l’insorgenza di un tumore come la risposta a un danno al DNA, l’autofagia (capacità della cellula di auto-demolirsi) e l’acetilazione del DNA (processo attraverso il quale avviene il packaging del materiale genetico).

Rispetto a quello che si pensava in passato, ovvero che questi tre fenomeni fossero tutti indipendenti, lo studio dei ricercatori italiani ha evidenziato la loro stretta correlazione. Infatti, utilizzando questi farmaci, è stato possibile comprendere che questi tre processi cellulari sono profondamente uniti tra loro e che concorrono a prevenire la formazione di nuove cellule cancerose. Ciò è dovuto all’aumento del danno al DNA che rende la cellula in grado di andare in autofagia o in apoptosi, ovvero morte cellulare programmata, prima che diventi tumorale e cominci a crescere in maniera incontrollata.

La scoperta apre ora le porte a possibili applicazioni terapeutiche non così lontane dalla pratica clinica. Se da un lato questi farmaci sono utilizzati nella lotta ai tumori, l’aver individuato che sono in grado di influenzare altri processi come la risposta al danno al DNA e l’autofagia potrà portare a un’ottimizzazione delle terapie già esistenti, ovvero ad un utilizzo combinato degli inibitori delle istone deacetilasi con altri antitumorali.

Tra le possibili applicazioni vi è quella a supporto della radioterapia nel cancro alla prostata. Somministrando infatti questi farmaci, le cellule sarebbero maggiormente esposte al danno al DNA così da essere trattate con una minor dose di radiazioni. Tutto ciò eliminerebbe molti degli effetti collaterali legati a questa modalità d’intervento.

 

Carcinoma pancreatico: il tumore intelligente

Da un mio articolo su ilsussidiario.net (link all’articolo originale)

Ingannare il sistema immunitario per poter crescere senza nessun intoppo. È questa la strategia adottata da uno dei più subdoli tumori: il carcinoma pancreatico. A scoprirne il furbo meccanismo sono stati i ricercatori dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano. Lo studio è stato da poco pubblicato sulla prestigiosa rivista Journal of Experimental Medicine.

Più si studiano i tumori e più si capisce quanto essi siano purtroppo “intelligenti” e versatili. Il tumore al pancreas è uno di questi. Una neoplasia che spesso non lascia scampo e che, oltre ad aver portato alla prematura scomparsa nel settembre 2006 dell’ex calciatore e dirigente nerazzurro Giacinto Facchetti, è ora tornata alla ribalta per aver colpito nuovamente Steve Jobs, fondatore del gruppo Apple.

Al momento il trattamento più efficace per la cura di questo tipo di tumore è la chirurgia. Sfortunatamente, però, sono pochissime le persone che, per ragione di quadro clinico, possono sottoporsi al delicato intervento. Dunque per sconfiggere il carcinoma al pancreas serve più che mai un’intensa attività di ricerca volta a chiarire i processi che portano queste cellule a essere aggressive e resistenti ai farmaci. In particolare, come per qualunque altro tipo di neoplasia, individuare le precise caratteristiche del tumore è di fondamentale importanza per sviluppare cure sempre più mirate.

Nello studio appena pubblicato, i ricercatori del San Raffaele hanno analizzato la relazione tra le cellule del tumore e quelle che lo circondano, ovvero le cellule del sistema immunitario e, più precisamente, i linfociti T. Essi sono di fondamentale importanza perché ogni volta che il nostro organismo viene attaccato da agenti esterni iniziano a produrre delle molecole (citochine) in grado di aumentare la risposta immunitaria e distruggere l’intruso.

Dalle indagini si è visto che nel tumore al pancreas questo meccanismo risulta purtroppo alterato. Invece che produrre le giuste molecole pro-infiammatorie, i linfociti T secernono citochine che favoriscono ulteriormente la progressione della malattia, rendendo di fatto inutile la risposta immunitaria. Citochine che nel corso della ricerca sono state già state identificate e che, grazie a ciò, rendono possibile lo sviluppo di terapie in grado di alterarne la funzione. Per alcune di queste molecole, infatti, sono già disponibili anticorpi capaci di bloccarne l’attività.

Come dichiara la dottoressa Maria Pia Protti, responsabile del gruppo di ricerca che ha effettuato lo studio, «questa ricerca rappresenta un passo in avanti sia nella conoscenza dei meccanismi biologici che rendono il carcinoma del pancreas un tumore particolarmente aggressivo, sia nell’identificazione di nuovi target terapeutici che consentiranno di mettere a punto, nei prossimi anni, nuove strategie terapeutiche».

Quanto dimostrato dal gruppo di ricerca milanese è solamente uno dei tanti esempi di “furbizia” dei tumori. Non più tardi del mese scorso, in un articolo pubblicato dalla rivistaPNAS, è stato dimostrato che uno dei tumori più diffusi a livello cerebrale, il glioblastoma, pur di sopravvivere è in grado di trasformare alcune delle proprie cellule in vasi sanguigni per potersi così autoalimentare.