autismo, salute, vaccini

Vaccini e autismo: storia dell’ennesima non notizia

vaccino_bambinoLa presunta relazione tra somministrazione del vaccino trivalente e sviluppo dell’autismo è una bufala. Siamo stanchi di ripeterlo. Proprio per la complessità dei sintomi è difficile stabilire una vera e propria causa scatenante l’autismo. Mentre la ricerca procede per piccoli passi qualcuno ha pensato di risolvere la questione “autismo” con spiegazioni semplicistiche e prive di riscontro scientifico. E’ questo il caso di Andrew Wakefield, ex-medico inglese che in un controverso e poco chiaro studio del 1998 effettuato su 12 bambini mise in relazione alcuni disturbi intestinali associati all’autismo e il vaccino MPR (Morbillo, Parotite, Rosolia). Risultati palesemente falsificati – come dimostrato da un’inchiesta giornalistica – ritirati ufficialmente nel 2010 da The Lancet, la rivista che aveva pubblicato lo studio. Fine della storia.

Oggi, 1 giugno 2016, diversi quotidiani riportano la seguente notizia: «La Procura di Trani ha stabilito che non vi è correlazione tra l’autismo e la somministrazione del vaccino pediatrico trivalente non obbligatorio contro morbillo, parotite e rosolia». Il vero problema è che non siamo di fronte ad un pesce di aprile. C’è qualcuno che nelle calde e affollate aule di un tribunale italiano ha portato avanti per anni un’indagine inutile in partenza. Ma non è finita. Ringraziando il cielo che i solerti burocrati abbiano ribadito un’ovvietà, la procura -per farsi notare ulteriormente- sembrerebbe aver messo in discussione le modalità di accesso ai vaccini. Una tirata di orecchie all’Organizzazione Mondiale della Sanità in piena regola. La perla -spero si tratti di un errore- è la seguente: «prima di eseguire le vaccinazioni sembra razionale eseguire alcuni esami ematochimici nei soggetti a rischio e, in particolare, nei bambini piccoli, in modo da avere qualche elemento in più per capire se sono nella condizione di sopportare lo stress immunitario delle vaccinazioni senza rischi gravi per la salute».

Se fosse confermata questa presunta presa di posizione da parte dei consulenti (figura anche Giovanni Rezza dell’ISS) già mi immagino come verranno stravolte le notizie riguardanti i vaccini da oggi in poi. Con questa “uscita” gli “esperti” della procura hanno fornito un assist formidabile ai complottisti antivaccinisti vanificando, di fatto, il pronunciamento sulla bufala. L’equazione è molto semplice: «lo dicono anche i consulenti della procura, i vaccini possono essere pericolosi. Non tutti i bambini li sopportano». Non faccio questo mestiere da molti anni ma una cosa credo di averla imparata. Compito di chi si occupa di fare informazione è quello di filtrare e contestualizzare le notizie. Fornire degli strumenti affinché il lettore sia in grado di potersi fare un giudizio. La notizia della procura, in sé, può anche essere data raccontando però dell’assurdità dell’iter. Di certo non si tratta di una notizia da collocare in apertura di sito. La presunta tirata di orecchie (spero si tratti di un errore o di un mancato approfondimento) sulle inadeguate linee guida dell’OMS invece è da prendere e buttare nel cestino. Che un bambino debba essere valutato prima di accedere al vaccino è prassi consolidata (non a caso si rimanda la vaccinazione in caso di febbre o malattie in atto). Esami di screening non ne esistono. Ribadire questo concetto può anche avere senso tra gli addetti ai lavori ma, nel tritacarne del giornalismo copia-incolla, questa sfumatura rischia di non essere colta dal grande pubblico e l’equazione “i vaccini sono dannosi” è dietro l’angolo. Ecco perché le raccomandazioni dei consulenti non solo hanno poco senso (la valutazione del bambino già avviene) ma “buttate” sul giornale sono molto pericolose.

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biologia, cervello, genetica, memoria, mente, salute

Ecco come ho trovato la colla della memoria

Un mio pezzo su La Stampa:

Un processo affascinante ma ancora troppo sconosciuto. Stiamo parlando della memoria, quella misteriosa funzione che ci consente di ricordare volti, fatti ed esperienze. Come si instaura e cosa succeda nel nostro cervello sono quesiti ai quali gli scienziati stanno tentando di rispondere da tempo. Uno di essi è la professoressa Cristina Alberini, neuroimmunologa italiana del Mount Sinai Medical Center di New York. In due differenti studi pubblicati sulle riviste Nature e Cell, tra le migliori in campo scientifico, è riuscita ad identificare due fattori chiave nella formazione della memoria a lungo termine. Risultati straordinari che aprono nuove e sino ad ora sconosciute prospettive per la diagnosi e cura delle malattie in cui la memoria viene compromessa.

«In passato il fenomeno della memoria è sempre stato indagato da un punto di vista psicologico. Le uniche conoscenze in campo biologico, datate anni sessanta, avevano evidenziato che bloccando la sintesi proteica la memoria a lungo termine veniva compromessa» spiega la dottoressa Alberini. Un dato importante ma troppo generale per chiarire il complicato meccanismo dei ricordi. A partire dagli anni ottanta invece, con lo sviluppo di nuove tecniche di indagine, gli studi si fecero sempre più dettagliati. Utilizzando animali modello come la Drosphila emerse che alcuni fattori trascrizionali chiamati C/EBP, peraltro conservati anche nei mammiferi, risultavano fondamentali nel mantenimento della memoria a lungo termine. A partire da questo dato è iniziata la lunga ricerca per individuare quali fossero le proteine target regolate da C/EBP. Una di esse è l’IGF2 (Insulin Growth Factor II). «Sapendo che C/EBP è connesso ai processi di memoria e che è in grado di regolare la produzione di IGF2, abbiamo voluto indagare se quest’ultimo fattore fosse implicato nel mantenimento della memoria a lungo termine» dichiara l’Alberini.

Per verificare questa ipotesi alcuni topi sono stati sottoposti ad una piccola scossa elettrica ogni qualvolta entravano in una stanza. Dopo l’evento traumatico il topo, avendo memorizzato l’esperienza negativa, non si dirigeva più in quel luogo. «Nel nostro esperimento abbiamo visto che nel periodo di memorizzazione dell’evento i valori di IGF2 a livello dell’ippocampo aumentavano significativamente. Sorprendentemente, rimuovendo questo fattore attraverso l’utilizzo di un inibitore, la memoria a lungo termine non si instaurava più e il topo tornava nella stanza dove subiva nuovamente lo shock elettrico. L’animale aveva perso la memoria e non era in grado di ricordare» spiega l’Alberini. Non solo, se invece IGF2 veniva somministrato durante lo shock in assenza dell’inibitore, la memoria risultava più forte e più duratura. Un risultato straordinario che è valso la pubblicazione su Nature.

Ma le novità non si fermano a IGF2. Nel secondo studio, apparso su Cell, è stato dimostrato per la prima volta in assoluto che un prodotto degli astrociti, una particolare forma cellulare presente nel cervello, svolge un ruolo fondamentale nel consolidamento della memoria a lungo termine. «Il risultato -spiega l’Alberini- è di particolare importanza perchè nel campo delle neuroscienze si è sempre dato spazio allo studio dei neuroni e poco a quello degli astrociti. Queste cellule, considerate in passato solo per la loro funzione trofica nei confronti dei neuroni, sono invece in grado di influenzare l’attività dei neuroni stessi». In particolare l’effetto sulla memoria è dato dal lattato, una molecola prodotta dal metabolismo del glicogeno e presente a livello cerebrale solamente in queste cellule. «L’idea di investigare il ruolo del lattato sulla memoria è nata dall’ipotesi che questa molecola, la cui funzione principale è di tipo energetico, possa venir sfruttata dai neuroni quando vi è una richiesta di energia come nel caso della formazione della memoria» dichiara l’Alberini. Analogamente al precedente esperimento è stato verificato che i valori di lattato aumentano significativamente durante il processo di memorizzazione. «Impedendo la produzione di lattato attraverso la somministrazione di un inibitore abbiamo visto che i topi non erano in grado di memorizzare più l’evento traumatico» spiega l’Alberini. Non solo, somministrando invece il lattato dall’esterno la memoria veniva recuperata. Dunque anche questa molecola, in aggiunta a IGF2, sembrerebbe giocare un ruolo fondamentale nella formazione della memoria a lungo termine.

«Più che conosciamo come funzionano i processi legati alla formazione della memoria e al suo mantenimento e più sappiamo dove guardare per cercare di curare quelle malattie come l’Alzhemier. Supponendo che i livelli di IGF2 e di lattato diminuiscano con il progredire dell’età e della malattia è plausibile pensare che il ripristino dei livelli possa prevenire il decadimento mentale. Non solo, loro alterazioni potrebbero essere anche sfruttate ai fini di una diagnosi precoce» conclude la dottoressa Alberini.

animali, biologia, medicina, salute

Latte umano prodotto da una mucca: è sano?

“Assolutamente no. A mio figlio non darei mai da bere quella cosa”. Ecco la frase che riassume il pensiero delle neo mamme alla notizia della creazione di una mucca in grado di produrre latte umano. Rosita, questo il nome dell’animale, è stata geneticamente modificata dai ricercatori del National Institute of Agrobusiness Technology e della National University of San Martin (Argentina) per produrre un latte identico a quello materno. Ma di cosa si tratta? Esperimento al limite della fantascienza o una semplice tecnica di laboratorio applicata ormai da anni?

LATTE MATERNO- Il latte materno è l’alimento principe nella dieta di un neonato. Le indicazioni dell’OMS in merito sono molto chiare. In esso vi sono contenuti tutti quei componenti che servono al bambino per crescere in maniera ottimale. Alle volte però complici alcuni problemi nella donna, è difficile produrne una quantità sufficiente per sfamare il bambino. In sostituzione si può optare per un latte artificiale che, seppur arricchito, non ha al suo interno due delle proteine più importanti contenute invece nel latte materno: la lattoferrina e il lisozima. Entrambe sono fondamentali nel potenziare le difese immunitarie. La prima è in grado di sequestrare il ferro sottraendolo al metabolismo dei microrganismi patogeni, causa di coliche nel neonato. La seconda invece è in grado di distruggere la parete cellulari di alcuni microrganismi. Nasce dunque da queste proprietà l’esigenza di creare un latte artificiale contenente le due proteine.

L’ESPERIMENTO- Da un punto di vista sperimentale l’idea dei ricercatori argentini è stata quella di far produrre alla mucca un latte in cui fossero presenti lattoferrina e lisozima. Per fare ciò è stata sfruttata la tecnica del DNA ricombinante, già ampiamente utilizzata nei laboratori di tutto il mondo per produrre su scala industriale numerose molecole che utilizziamo tutti i giorni. Tecnicamente sono stati aggiunti al DNA della cellula uovo di mucca i due geni umani responsabili della produzione delle due proteine. Un’operazione relativamente semplice che ha portato alla nascita di una mucca, Rosita, che ha la caratteristica di produrre del latte assolutamente identico a quello delle altre mucche ma con caratteristiche umane. Un latte di mucca umanizzato contenente lattoferrina e lisozima che non ha bisogno di ulteriori trattamenti e può andare direttamente nel biberon del bambino.

VECCHIE NOVITA’- L’idea dei ricercatori argentini non è altro che una nuova applicazione di una tecnica adottata da moltissimi anni e che ha contribuito a salvare milioni di vite. Prima degli anni ottanta tutti i preparati insulinici industriali venivano prodotti grazie al pancreas di bovini e di suini, ma era un processo di estrazione abbastanza complesso. La quantità di insulina era infatti molto scarsa. Oggi invece non tutti sanno che quella che viene iniettata è del tutto identica a quella umana ma, piccolo particolare, è prodotta da un microrganismo. Grazie alla tecnologia del DNA ricombinante infatti, inserendo un gene umano, è possibile produrre su vasta scala l’insulina umana. Una scoperta che, nonostante lo scetticismo iniziale dettato dall’idea di aver manipolato geneticamente un microrganismo, ha cambiato la vita di milioni di malati. Sarà così anche per il “latte umano di mucca”?

Daniele Banfi

(un mio pezzo su fondazioneveronesi.it)

biologia, cancro, farmaci, genetica, salute, tumori

MEDICINA/ I “vecchi” farmaci che combattono i tumori

Un mio pezzo su ilsussidiario.net:

L’idea di utilizzare farmaci già presenti sul mercato per combattere i tumori è una strategia che emerge in sempre più numerosi studi internazionali. Ultimo in ordine di tempo è quello di Marco Foiani, professore di Biologia Molecolare presso l’Università degli Studi di Milano e group leader del campus IFOM-IEO di Milano. Lo studio è riuscito a dimostrare che l’utilizzo di una particolare categoria di farmaci, gli inibitori delle istone deacetilasi, è in grado di prevenire la formazione delle cellule cancerose. Un risultato che è valso la pubblicazione sulla rivista Nature, tra le più prestigiose in campo scientifico.

Sviluppare un farmaco è un processo lungo e costoso. Il primo passo del percorso è quello di comprendere il meccanismo fisiologico di un determinato evento. Solo successivamente sarà possibile pensare allo sviluppo di una molecola in grado di interferire con tale fenomeno.

Ultimamente, però, questo modo di operare sta lentamente cambiando. Uno dei più classici esempi è quello rappresentato dall’utilizzo degli anti-infiammatori. Se fino a diversi anni fa questa categoria di farmaci era utilizzata in caso di patologie infiammatorie, ora sempre più numerosi studi indicano che queste molecole possiedono anche un’attività anti-tumorale. Tenere dunque controllata l’infiammazione potrebbe essere una delle chiavi nella lotta ai tumori.

Nello studio del professor Foiani è stata valutata l’attività degli inibitori delle istone deacetilasi, già utilizzati in clinica per la cura di alcuni tipi di cancro. Queste molecole agiscono sulla struttura del DNA riducendone il grado di packaging, ovvero la compattazione del materiale genetico. In particolare, è stato individuato in che modo questi farmaci agiscano su alcuni processi fondamentali nel prevenire l’insorgenza di un tumore come la risposta a un danno al DNA, l’autofagia (capacità della cellula di auto-demolirsi) e l’acetilazione del DNA (processo attraverso il quale avviene il packaging del materiale genetico).

Rispetto a quello che si pensava in passato, ovvero che questi tre fenomeni fossero tutti indipendenti, lo studio dei ricercatori italiani ha evidenziato la loro stretta correlazione. Infatti, utilizzando questi farmaci, è stato possibile comprendere che questi tre processi cellulari sono profondamente uniti tra loro e che concorrono a prevenire la formazione di nuove cellule cancerose. Ciò è dovuto all’aumento del danno al DNA che rende la cellula in grado di andare in autofagia o in apoptosi, ovvero morte cellulare programmata, prima che diventi tumorale e cominci a crescere in maniera incontrollata.

La scoperta apre ora le porte a possibili applicazioni terapeutiche non così lontane dalla pratica clinica. Se da un lato questi farmaci sono utilizzati nella lotta ai tumori, l’aver individuato che sono in grado di influenzare altri processi come la risposta al danno al DNA e l’autofagia potrà portare a un’ottimizzazione delle terapie già esistenti, ovvero ad un utilizzo combinato degli inibitori delle istone deacetilasi con altri antitumorali.

Tra le possibili applicazioni vi è quella a supporto della radioterapia nel cancro alla prostata. Somministrando infatti questi farmaci, le cellule sarebbero maggiormente esposte al danno al DNA così da essere trattate con una minor dose di radiazioni. Tutto ciò eliminerebbe molti degli effetti collaterali legati a questa modalità d’intervento.

 

cocaina, droghe, medicina, salute

Cocaina: un vaccino per dire basta?

Da un mio articolo su ilsussidiario.net (link all’originale)

Il mercato della droga, e in particolare quello della cocaina, è uno di quei settori che non ha risentito particolarmente della crisi economica. Nell’ultimo anno infatti sono circa quattro milioni gli europei che l’hanno consumata almeno una volta. Nella classifica stilata dall’Osservatorio Europeo delle droghe e tossicodipendenze l’Italia occupa tristemente il terzo posto dietro a Spagna e Regno Unito.

In un articolo pubblicato su questa testata lo scorso maggio illustrammo uno studio volto a ridurre gli effetti devastanti associati all’assunzione di questa droga. L’approccio prevedeva l’utilizzo di enzimi, ingegnerizzati in laboratorio, in grado di metabolizzare a grande velocità la cocaina per trasformarla in un prodotto meno tossico nelle persone in overdose. Un approccio sicuramente valido ma che non risolveva però il problema alla radice.

Una delle strategie che potrebbero invece portare a risultati migliori sotto questo aspetto è la creazione di un vaccino anti-cocaina. Proprio in quest’ottica si è mosso il gruppo di ricerca del professor Ronald Crystal del Weill Cornell Medical College di New York. In uno studio pubblicato dalla rivista Molecular Therapy i ricercatori statunitensi sono stati in grado di rendere immuni alla cocaina degli animali da laboratorio. Ciò è stato possibile creando un vaccino contenete una molecola dalle caratteristiche simili alla cocaina.

In particolare il vaccino utilizzato nei topi è stato capace di indurre una risposta immunitaria che ha sequestrato e inattivato la cocaina ancor prima che essa arrivasse al sistema nervoso centrale. Il risultato è di fondamentale importanza poiché la cocaina agisce a livello cerebrale mediando il rilascio dei neurotrasmettitori ed è proprio in questa sede che causa gli effetti più devastanti.
Dal punto di vista scientifico è interessante sottolineare come è stato possibile creare il vaccino in questione. Esso è infatti stato assemblato a partire da un adenovirus, come quello classico che causa il raffreddore, unito a una molecola simile dal punto di vista strutturale alla cocaina.

Una volta che il vaccino è stato iniettato la porzione costituita dall’adenovirus ha attivato la risposta del sistema immunitario specifica contro il virus. Così è avvenuto anche per l’analogo della cocaina poiché associato fisicamente al virus. Una volta attivata la risposta immunitaria la produzione di anticorpi ha fatto in modo che la cocaina assunta successivamente al vaccino venisse neutralizzata. Nello studio appena pubblicato la durata dell’immunizzazione nel topo è stata di circa 13 settimane.

Secondo quanto dichiara l’autore della ricerca, il vaccino probabilmente non richiederà sforzi eccessivi nella messa a punto e potrà rapidamente essere testato sull’uomo. Non solo, l’approccio utilizzato potrebbe essere utile anche nel trattamento di dipendenze diffuse come quella da nicotina, eroina e più in generale in quelle da consumo di sostanze oppiacee.
Senza dimenticare che tutto questo riguarda il versante strettamente tecnico di un problema che ha ben altri risvolti e una serie di cause profonde che non possono essere ignorate né bypassate con una pur geniale molecola.

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Tacchi alti per ballare? Un massacro per le dita dei piedi

Da un mio articolo su Corriere.it (Link all’originale)

MILANO – La moda che chiede alle donne di arrampicarsi su tacchi sempre più alti mette già a dura prova i piedi: se sui trampoli, poi, oltre che camminare, si pretende anche di ballare, i danni non possono che aumentare. Secondo una ricerca anglo-cinese, pubblicata dalla rivista International Journal of Experimental and Computational Biomechanics, ballare con i tacchi sottoporrebbe infatti le dita dei piedi a elevatissime pressioni che causerebbero forti dolori e patologie come la fascite plantare.

L’ANALISI – Quando si balla con calzature sportive la forza che viene esercitata sulle dita dei piedi è sopportabile, poiché viene scaricata sull’intero piede. Al contrario, indossando i tacchi e quindi non poggiando la pianta a terra, tutto il peso finisce sulle dita, che restano sottoposte a un maggiore stress. Lo studio, effettuato dai ricercatori della John Moores University di Liverpool, ha analizzato la pressione esercitata sulle dita di sei ballerine professioniste durante la loro attività: dalla misurazione è risultato che ballare calzando scarpe con un tacco alto dieci centimetri sottopone il piede a pressioni tre volte superiori a quella atmosferica.

VECCHIE NOVITÀ? – Il curioso risultato, secondo gli autori della ricerca, dovrebbe indurre i grandi produttori di calzature a ripensare il design delle scarpe, ma non sorprende molto gli addetti ai lavori. «Lo studio poco aggiunge a quanto già si sapeva. È infatti un dato assodato che più alto è il tacco e più le dita sono sotto pressione. Ed è ovvio che mentre si balla il piede risulta maggiormente sollecitato rispetto a quando si cammina e, per questa ragione, si possono sviluppare diversi disturbi, come dita a martello e ad artiglio» spiega Massimo Giannini, direttore della clinica ortopedica all’Istituto Rizzoli e docente dell’Università di Bologna.

RIMEDI – Anche se questo genere di disturbi alle dita dei piedi non capita solo a chi porta sempre i tacchi, di certo il loro utilizzo rappresenta una delle cause predisponenti. «Il consiglio che posso dare è quello di evitare di indossare scarpe alte per tutta la giornata. Per non ritrovarsi a dover convivere con il dolore ai piedi bisognerebbe alternare il più possibile il tacco a scarpe comode ed effettuare veri e propri esercizi di stretching per mantenere la mobilità delle dita» conclude Giannini.

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Riparare il DNA

Da un mio articolo su ilsussidiario.net (link all’originale)

Anche se in questo periodo di pioggia ne sentiamo particolarmente la mancanza l’esposizione prolungata e senza protezioni alla luce del sole è alla base dello sviluppo dei tumori della pelle. Per fortuna il nostro corpo possiede una serie di sistemi in grado di riparare i danni al DNA causati dai raggi ultra-violetti (UV). Se però anche questi sistemi non funzionano, come nel caso di diverse malattie genetiche, allora la possibilità di sviluppare melanomi e altri tipi di tumore è assai elevata.
Un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano, coordinato da Marco Muzi Falconi e Paolo Plevani, ha individuato il meccanismo molecolare che sta alla base del processo di riparazione del DNA dai danni da raggi UV, soprattutto quando si tratta di danni particolarmente gravi o estesi. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista Molecular Cell. Ne abbiamo parlato con uno degli autori, il professor Muzi Falconi. Ecco le risposte che ha dato a ilsussidiario.net

Professor Muzi-Falconi, quali sono gli effetti dei raggi UV sul DNA?

I raggi UV sono in grado di determinare delle mutazioni a livello del DNA. In presenza di un efficiente sistema di riparazione questi difetti vengono rimossi. Il problema insorge quando questi meccanismi non funzionano più e quindi il DNA comincia ad accumulare mutazioni che nel tempo possono portare allo sviluppo di tumori e altre patologie.

Esiste una patologia in particolare in cui il sistema di riparazione è danneggiato?

Si, tra le più famose vi è lo xeroderma pigmentoso, in cui pazienti sono così sensibili alla luce da essere costretti a vivere perennemente al buio per limitare il rischio di danni agli occhi e tumori della pelle. Poi vi è la sindrome di Cockayne, caratterizzata da invecchiamento precoce, e la tricotiodistrofia che provoca ritardo nello sviluppo.

Come funziona il meccanismo di riparo?

Quando le radiazioni UV sono limitate, un insieme di proteine interviene per individuare ed eliminare il DNA danneggiato. Questo viene sostituito successivamente con una nuova copia in modo da far sopravvivere la cellula. Se invece il livello di raggi UV assorbito è troppo elevato intervengono i checkpoint. Sono dei punti di controllo che, bloccando temporaneamente la possibilità della cellula di replicarsi, e quindi diffondere in più copie la mutazione, consentono ad essa di avere più tempo per riparare il danno. I checkpoint costituiscono una barriera contro la formazione dei tumori e il loro malfunzionamento è una caratteristica comune delle cellule tumorali.

Qual’è stato l’obbiettivo del vostro lavoro?

Abbiamo indagato in che modo una proteina, chiamata Exo1, sia in grado di individuare le lesioni più pericolose e soprattutto in che modo possa attivare i cosiddetti checkpoint descritti precedentemente.

Come si è articolata la ricerca?

Il lavoro è stato molto lungo; l’inizio del progetto infatti risale al 2003. Durante questi anni siamo andati a studiare i meccanismi di riparazione prima nelle cellule di lievito, che rappresentano un buon modello di studio, e poi in quelle umane. Nei precedenti studi abbiamo visto che le persone con xeroderma pigmentoso non erano in grado di attivare i checkpoint e quindi, oltre a non riparare il danno, accumulavano mutazioni. Nel lavoro attuale abbiamo voluto indagare quali fossero i principali responsabili del mancato riconoscimento del danno al DNA. Cercando tra le varie proteine coinvolte nel sistema di riparazione abbiamo individuato e analizzato l’attività di Exo1, responsabile dell’attivazione del checkpoint. In questo modo abbiamo dunque capito il complesso meccanismo molecolare con cui essa agisce.

Quali prospettive può aprire uno studio come il vostro?

Comprendere come lavorano nello specifico le proteine coinvolte nella riparazione dei danni è un passo avanti molto importante. Infatti ciò può aiutarci nella prospettiva di sviluppare applicazioni che potrebbero in futuro riguardare la prevenzione di varie patologie tra cui i tumori.