Gli attacchi dell’Isis a Parigi in una Europa che non sa da dove viene

Schermata 2015-11-15 a 09.53.56Dopo gli attentati di Parigi il mondo si è diviso in due. Da un lato chi sostiene che Isis e Islam andrebbero rasi al suolo, dall’altro chi professa che un dialogo è ancora possibile. Se da un lato la prima reazione è comprensibile ed è dettata dalla rabbia -non nascondiamoci, chi ha ucciso lo ha fatto in nome di Allah-, l’altra pare essere un discorso da salotto buono ma privo di realizzazione nella vita reale.

Esattamente venerdì 13 novembre -data dei fatti di Parigi- a Milano si svolgeva la conferenza mondiale “Science for Peace” organizzata da Fondazione Umberto Veronesi. Tra i relatori era presente l’iraniana Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace 2003. Da palco, come in diverse interviste rilasciate durante la sua permanenza in Italia in questo ultimo mese, ha affermato che l’Isis andrebbe combattuto lanciando bombe di libri. Una chiara indicazione che è solo attraverso la cultura che si riuscirà ad uscire da questo pantano.

Una posizione condivisibile ma che non basta. Occorre ribaltare la prospettiva. Se si vuole combattere il fondamentalismo anche l’Occidente deve svolgere la sua parte attiva. Non parlo di azioni militari bensì, anche in questo caso, di cultura. Le bombe di libri andrebbero lanciate in prima battuta sulle teste di noi europei. Per anni si è pensato -partendo da un falso concetto di libertà- che il dialogo e il rispetto delle posizioni dell’Islam sarebbe stato possibile solo eliminando le differenze. Un modo di venire incontro a ciò che appare diverso che passa dall’annullamento delle proprie radici.

Un modo di affrontare le questioni che è l’esatto opposto di quanto si dovrebbe fare. Per dialogare e convivere occorre innanzitutto sapere chi si è. Noi Europei non lo sappiamo più. Ci siamo impegnati a rimuovere -sempre per questa cultura del finto rispetto- tutto quello che ci ha sempre contraddistinto e che ha reso possibile una grande Europa. Non è un caso che nella bozza di quella che doveva diventare la “costituzione Europea” diversi Stati si sono lamentati perché era messo nero su bianco l’origine giudaico-cristiana del nostro continente.

E’ l’Europa, ancor prima degli Stati Uniti, il ventre molle dove l’Isis -e un certo modo di pensare- ha deciso di agire. In un’intervista apparsa qualche giorno fa su La Stampa, opera di Domenico Quirico, un combattente esprime con disarmante semplicità il concetto che ho cercato di spiegare in queste poche righe: «Noi combattiamo per una fede, loro no, perderanno». Nonostante questa evidenza noi continuiamo a volerci voltare dall’altra parte dimenticando, giorno dopo giorno, chi siamo e da dove veniamo. Ecco perché, la decisione di una scuola elementare di Firenze di annullare la visita a palazzo Strozzi per la mostra “Bellezza Divina” -dove sono esposte opere di Van Gogh, Chagall e Picasso che si cimentano nel rapporto con Dio e la croce-, non pare affatto un fulmine a ciel sereno bensì un modo ben consolidato di pensare che ci autodistruggerà.

Annunci

#Neiloropanni. Ecco a cosa servono le foto (e i giornalisti)

«Questo non è un libro sulla fotografia ma sul giornalismo, sull’essenza del giornalismo: andare a vedere, capire e testimoniare»

E’ con queste poche parole che il direttore del quotidiano La Stampa Mario Calabresi introduce un suo libro -“Ad occhi aperti”- in cui intervista dieci tra i più famosi fotografi al mondo. Professionisti che con le loro immagini hanno fatto la storia. Confesso che prima di iniziare a fare questo lavoro ho sempre pensato che i fotografi non fossero assimilabili alla categoria giornalisti. Leggendo questo libro mi sono dovuto ricredere. Anzi, penso proprio che la forma più pura di giornalismo sia proprio nelle foto. Perché dico questo?

Oggi il quotidiano torinese ha deciso pubblicare un foto-reportage di Bulent Kilic, fotografo turco della AFP. Immagini che raccontano tutto il dramma umano della popolazione siriana che scappa dalla furia dell’IS tentando di entrare alla frontiera turca. Quella Turchia che vuole entrare in Europa e dista non molti chilometri da noi.

In un periodo della storia dove veniamo costantemente “bombardati” come non mai dalle informazioni diffuse da TV, Radio e Web rischiamo l’effetto che i farmacologi chiamano “receptor desensitization”, desensitizzazione recettoriale. Dopo un po’ che prendiamo un farmaco sparisce l’effetto perché subentra l’assuefazione. Per avere un effetto ne occorre sempre di più. Nulla sembra turbarci, i racconti dei pochi giornalisti che testimoniano le vicende di chi scappa da fame, guerra e povertà ci sembrano lontani.

«Prima gli italiani, abbiamo già i nostri problemi. Che stiano a casa loro» ripete a pappagallo qualche politico ed un esercito di seguaci “attivisti da divano” dalla condivisione facile sui social. Per fortuna esistono le immagini e i fotografi. Perché per capire l’essenza di ciò che sta avvenendo ai “migranti” basta osservare. Cosa spinge una marea umana ad accalcarsi ad una frontiera? Cosa li spinge a scavalcare un filo spinato? Cosa deve provare un padre o una madre con in braccio il proprio figlio di pochi mesi cercare di incunearsi nello squarcio di una rete per abbandonare il proprio Paese?

Lasciamo da parte i campanilismi e pensiamo all’uomo in quanto persona. Oggi troppo spesso gli individui sono spogliati della propria identità. Dietro ad un volto c’è sempre una storia. Una vita fatta di speranze, aspirazioni, sogni da realizzare e drammi. Di fronte ad immagini come quelle pubblicate  non è possibile rimanere indifferenti. Le foto hanno la capacità di farci catapultare per un momento nel dramma che queste persone stanno vivendo. E’ con queste immagini impresse nella mente che ogni giorno dovremmo iniziare la giornata. La classe politica per cercare di trovare soluzioni reali e concrete all’emergenza, l’uomo della strada per evitare di esasperare la già difficile situazione. Perché è solo mettendosi per un istante #neiloropanni che potremo recuperare un po’ di umanità.