Farmaci iniettati dentro il tumore: è l’immunoterapia 3.0

La lotta al cancro procede spedita. Archiviata da poco la notizia della terapia genica sviluppata al Bambino Gesù che ha permesso di salvare la vita a un piccolo affetto da leucemia linfoblastica acuta, ora è la Stanford University ad annunciare il via alla sperimentazione nell’uomo di una tecnica che potrebbe addirittura fare apparire antiquate le moderne CAR-T. In uno studio pubblicato su Science Translational Medicine –realizzato in modello animale- gli scienziati californiani sono riusciti nell’intento di eliminare la malattia e le metastasi attraverso l’iniezione nella massa tumorale di agenti capaci di attivare il sistema immunitario. Un risultato straordinario che ha aperto le porte alla sperimentazione su 15 pazienti affetti da linfoma.

Insegnare al sistema immunitario ad attaccare il cancro

Da alcuni anni a questa parte la lotta ai tumori è stata rivoluzionata dall’immunoterapia. L’idea alla base di questo approccio è quella di sfruttare l’innata capacità del nostro sistema di difesa nel riconoscere il cancro. In particolare l’obiettivo che si è raggiunto è tenere sempre accesa questa risposta, un fenomeno che spesso non si verifica per la capacità dei tumori di “spegnere” il sistema immunitario e poter dunque crescere in maniera incontrollata. A fare da apripista all’immunoterapia è stato il melanoma, un tumore che quando era in metastasi lasciava poche speranze. Grazie a questo approccio oggi è possibile in molti casi tenere sotto controllo la malattia di fatto cronicizzandola. Ciò non è più solo valido per il melanoma ma lo è anche per altri tumori.

Farmaci e CAR-T

Per ottenere questo effetto gli scienziati hanno a disposizione due soluzioni. La prima consiste nella somministrazione di farmaci –veri e propri anticorpi- capaci di agire sulla superficie delle cellule del sistema immunitario rimuovendone i freni e rendendole di nuovo libere di agire contro il tumore. La seconda invece prevede la modifica in laboratorio delle cellule immunitarie e la loro successiva reinfusione nel paziente. Ed è questo il caso delle CAR-T (chimeric antigen receptor T cell), tecniche di terapia genica in cui si “insegna” ai linfociti T -un particolare gruppo di cellule- come riconoscere ed attaccare i tumori. Un risultato ottenibile attraverso l’inserzione di più geni all’interno di queste cellule. Una sorta di aggiornamento del loro “libretto di istruzioni”.

Iniettare gli “stimolanti” direttamente nel tumore

La terza possibile soluzione sviluppata dagli scienziati di Stanford –potenzialmente in grado di sostituire le precedenti- prevede invece l’attivazione del sistema immunitario tramite un’iniezione di un mix di molecole direttamente all’interno della massa tumorale. «Tutti i progressi fatti nel campo dell’immunoterapia –spiega Ronald Levy, autore dello studio e considerato uno dei padri della disciplina- stanno rivoluzionando la pratica clinica in oncologia. Il nostro approccio si avvale di un’unica somministrazione di piccolissime quantità di due agenti in grado di stimolare le cellule immunitarie solo all’interno del tumore». Le molecole in questione sono l’oligonucleotideCpG e un anticorpo capace di attivare il recettore OX40. La prima porta i linfociti ad esprimere sulla superficie dei linfociti una grande quantità di OX40, la seconda attiva quest’ultimo. Il risultato finale è la stimolazione del sistema immunitario. In particolare ad essere attivate sono le cellule T che si trova all’interno del tumore. Questi linfociti è come se fossero già stati pre-selezionati dall’organismo per riconoscere in modo specifico la malattia. Ma c’è di più: una volta attivati alcune di queste cellule sono in grado di lasciare la massa tumorale e migrare alla ricerca di eventuali metastasi.

Il metodo è efficace

Questo innovativo approccio, testato su 90 topi affetti da tumori diversi come quello della mammella, il melanoma, linfomi e cancro del colon, è risultato efficace in 87 casi. Nei tre restanti la malattia si è ripresentata per poi scomparire definitivamente ripetendo un secondo ciclo di trattamento. Alla luce di questi risultati –e dal momento che le due molecole iniettate sono già state sperimentate per altre indicazioni- a breve partirà un trial clinico che coinvolgerà 15 persone con linfoma. «Questo metodo –continua Levy- bypassa la necessità di individuare dei target immunitari specifici per ogni tumore e non richiede né l’attivazione globale del sistema immunitario, né la manipolazione delle cellule immunitarie del paziente». Un vantaggio non indifferente se si pensa che le terapie ad oggi in uso spesso possono dare pesanti effetti collaterali. Un esempio è la sindrome da rilascio di citochine –che si verifica in un paziente su 4 e che può risultare anche fatale- quando si utilizzano le tecniche di CAR-T.

Prevenire la diffusione delle metastasi

L’approccio, se dovesse funzionare anche nell’uomo, secondo Levy potrebbe essere sfruttato, ad esempio, prima di un intervento chirurgico per prevenire la diffusione metastatica del tumore e le sue recidive. «Nella misura in cui sia presente un infiltrato di cellule immunitarie –conclude l’esperto– ritengo che non ci sia limite alla tipologia di tumore che saremo potenzialmente in grado di trattare». Un ulteriore speranza per le mille persone (secondo i dati AIOM) che ogni giorno nel nostro Paese ricevono una diagnosi di tumore.

(articolo originale pubblicato su La Stampa, 14 febbraio 2018)

Annunci

Vaccino universale contro il cancro: basta con il sensazionalismo

Schermata 2016-06-05 alle 18.07.41“Scoperto un vaccino universale contro il cancro”. Una notizia che farebbe sobbalzare chiunque dalla sedia, specialmente se quel chiunque ha un familiare che da tempo lotta contro un tumore. Eppure quella notizia è stata data, per la precisione la sera di mercoledì 1 giugno 2016. Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione o all’ennesima sparata di chi si occupa di “fare informazione”? Se non volete dilungarvi nella lettura di questo post ecco a voi la risposta: no, ad oggi non esiste nessun vaccino universale contro il cancro.

Il vaccino sviluppato da un gruppo di scienziati tedeschi –che non previene il cancro bensì lo attacca e dunque viene chiamato “vaccino terapeutico”- ha dimostrato essere efficace (studi effettuati sui topi e su 3 persone) in alcuni casi di melanoma agendo attraverso la stimolazione del sistema immunitario. Una strategia utilizzata da anni –l’immunoterapia- che oggi ha già portato sul mercato diversi farmaci in grado di cambiare la storia di diversi tumori. Non è un caso che proprio in questi giorni, al congresso ASCO -il più importante appuntamento nella lotta al cancro-, gli oncologi di tutto il mondo siano a discutere di immunoterapia.

La vera novità dello studio tedesco pubblicato su Nature è nella modalità con cui viene stimolato il sistema immunitario, teoricamente valido per qualunque tumore. Un approccio promettente –ancora in gran parte da valutare- che al momento è ancora ben lontano dall’essere considerato cura universale. Perché allora tutta questa enfasi per la notizia da parte dei media nostrani? L’interesse dei media per la vicenda è iniziato in mattinata quando le agenzie stampa (ANSA ecc…) hanno cominciato a divulgare sotto embargo (per i profani, si tratta di comunicare in anteprima ai giornali una news che uscirà ufficialmente qualche ora dopo) la notizia dal titolo “scoperto un vaccino universale contro il cancro”. Con un “lancio di agenzia” del genere le redazioni sono entrate in fibrillazione. Una notizia troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Purtroppo però, come sempre più spesso accade, il tempo per approfondire è sempre meno e la presenza di interna di giornalisti qualificati del settore è al minimo storico. Risultato? Alle ore 19, alla scadenza dell’embargo, telegiornali e siti web annunciavano la notizia “bomba”.

Prevedendo che sarebbe andata in questo modo ho provato a cercare sui media esteri traccia della notizia. In fondo una news del genere dovrebbe comparire su tutti i siti web del mondo. Ricerca vana, non una riga sul New York Times, qualche articolo che riporta la scoperta -giustamente- senza troppo sensazionalismo. La mattina seguente, il 2 giugno, stessa storia. Molti quotidiani hanno dedicato uno spazio in prima pagina alla notizia. Una delle poche eccezioni -tra i giornali cartacei- è Repubblica, a lei il merito di aver dedicato solo poche righe -senza richiamo in prima- raccontando la notizia per quella che è, un buono e promettente studio.

Credo che il primo compito di un giornalista che si occupa di salute sia quello di non creare facili illusioni in chi legge, specialmente se si scrive di patologie come il cancro. Per scrivere di salute occorre avere quelle competenze che ti consentano di contestualizzare ciò che stai raccontando. Finché dai notizia del nuovo laser che ti permetterà di non fare più la ceretta è un conto, per altri argomenti meglio lasciare perdere il sensazionalismo. Lo si faccia almeno per rispetto di chi oggi sta affrontando la malattia. La ricerca avanza per piccoli passi. Diffidare da chi vuol far credere che basti una soluzione semplice ad un problema molto complesso. Per quelle ci hanno già pensato Di Bella e Vannoni. Non mettiamoci ora anche noi giornalisti.

Per maggiori approfondimenti sulla notizia a questo link potete trovare un mio articolo, pubblicato da Fondazione Veronesi, in cui cerco di contestualizzare la notizia del “vaccino universale:

http://www.fondazioneveronesi.it/articoli/oncologia/vaccino-universale-contro-il-cancro-bufala-o-verita/

Cancro: cosa è cambiato in 50 anni di ricerca?

ascLa scorsa settimana si è svolto a Chicago il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), il più importante meeting a livello internazionale dedicato all’oncologia. Un appuntamento, giunto alla sua 50esima edizione, in cui si è fatto il punto della situazione nella lotta al cancro. Decenni segnati da grandi successi e dal cambiamento epocale nell’approccio alla malattia. La chemioterapia, quando la chirurgia non può fare più nulla, non è la sola alternativa. Ecco le principali novità emerse dal meeting di quest’anno spiegate sulle pagine de La Stampa e Fondazione Veronesi:

Lotta al cancro: una partita che si gioca da 50 anni (La Stampa)

Tumore del polmone: la diagnosi in un soffio (Fondazione Veronesi)

Un vecchio farmaco protegge le donne operate al seno dalla menopausa precoce (Fondazione Veronesi)

Una nuova arma per il tumore del triangolo maledetto (La Stampa)

Immunoterapia: la nuova arma per combattere i tumori (La Stampa)