Il senso del limite

Un uomo viene spinto sui binari della metropolitana, non riesce a risalire sulla banchina e muore travolto dal convoglio. In tanti si sono scandalizzati perché alcune persone, al posto di aiutarlo, si sono messe a scattare foto. Potremmo stare a discutere per ore su cosa si sarebbe dovuto e potuto fare. Esistono eroi pronti a gettarsi per salvare il malcapitato ed esiste gente normale che, per paura di morire, decide di non muovere un dito. Ma il punto non è questo. Sulla banchina c’erano alcuni fotografi del quotidiano “New York Post” che hanno immortalato istante per istante il consumarsi della tragedia. Il loro intento, secondo quanto hanno dichiarato, era quello di attirare l’attenzione del conducente  con ripetuti flash. Una strategia curiosa e potenzialmente valida che anche in questo caso non è il nocciolo della questione. Il punto fondamentale della vicenda si chiama “limite”. Può un giornale, visionate le foto, decidere di pubblicarle trattando la tragica morte di un uomo come la cronaca di una partita di football? Fino a dove ci si deve spingere? A questa domanda non so rispondere… Da tempo abbiamo superato ogni limite. La spettacolarizzazione ha assunto più valore della vita stessa. Ai colleghi chiedo: ci interessa un giornalismo fatto in questa maniera?

Tragedia di Prato: come montare una notizia

Per dare una notizia ci sono 10 mila modi differenti. Un concetto particolarmente evidente ieri pomeriggio. La news è scarna: bambino di 11 anni muore lungo il percorso della gita organizzata dall’oratorio estivo. Chi di voi ha fatto l’esperimento di consultare i principali siti di informazione per farsi un’idea più dettagliata di quanto successo?

Se siete tra questi vi sarete accorti di quanto sia stata montata la notizia. Il meglio forse l’ha dato il Corriere della Sera. Dai titoli sembrava un’ecatombe: decine di bambini che marciano, poverini, sotto il sole cocente e in condizioni di completa disidratazione. Malori continui, organizzatori incoscienti, gita su una montagna impervia e pericolosissima. Addirittura ci scappa il morto. Poi vai a ben vedere e quella gita, che si fa tutti gli anni e che potrebbe tranquillamente fare anche un pensionato con uno stile di vita sedentario, non ha causato nemmeno un ricovero tra i partecipanti.

Non solo, i bambini, ignari di quanto tragicamente accaduto, raccontano divertiti dell’esperienza sull’elicottero. Una gita come tante, bambini grassi e stanchi, gente che suda e con voglia di camminare pari a zero. Le abbiamo vissute tutti queste esperienze. Questa è la realtà, quella del giornale è un’altra. Forse per fare notizia, per la smania di montare il caso.

Non inferiore al Corriere è stata Repubblica: memorabile la video intervista, con tanto di oscuramento del volto, ad un piccolo partecipante. E’ giusto da parte di un giornalista, dopo un fatto sconvolgente del genere, chiedere ad un bambino la sua versione dei fatti? Fin dove ci si deve spingere per avere un video online più degli altri? Fortunatamente tanti altri giornali si sono attenuti alla realtà… Magari con qualche click in meno.  

Fiducia: un commento tanto atteso

Smarrimento. Questo è il termine che credo accomuni la maggioranza degli italiani in questo momento. Proprio per questa ragione attendevo con ansia di leggere questo articolo di Mario Calabresi, direttore del quotidiano La Stampa di Torino. Un articolo che inquadra in maniera precisa cosa sta accadendo nel paese.

Dal quotidiano La Stampa di mercoledì 15 dicembre 2010: (link all’originale, foto tratta dal sito del quotidiano)

La politica chiusa nel Palazzo consuma la resa dei conti che aspetta da mesi: grida, si insulta, si conta e poi festeggia. Fuori la città brucia. Le porte del Palazzo vengono sprangate, a separare due mondi che sembrano vivere in galassie lontane anni luce.

Le colonne di fumo, le esplosioni, il clangore degli scontri, i sampietrini che volano, i caschi, le mazze, ci parlano naturalmente del passato, ci fanno pensare agli Anni Settanta, ma non è lì che dobbiamo andare per capire. Meglio guardare a Londra, ai ragazzi che assaltano le banche, che colpiscono l’auto di Carlo e Camilla, alla Grecia dei fuochi in piazza, a tutti i giovani fuori controllo che non hanno più nessun rapporto con i partiti e le loro mediazioni ma puntano allo sfascio, convinti di avere il diritto di sfogare in piazza la rabbia per una vita che si preannuncia precaria.

Le immagini di Roma fanno spavento e raccontano in modo esemplare la distanza tra una politica rinchiusa in se stessa, nei suoi riti più deteriori, e un Paese che sbanda, si incattivisce e non ha più né sogni né una direzione. I ragazzi che giocano alla guerra col casco, la benzina, il passamontagna e i bastoni non rappresentano certo gli italiani, ma la politica dovrebbe saper guardare oltre quei fuochi per vedere una maggioranza silenziosa e sfinita che non è più nemmeno capace di illudersi.

Invece la politica si blinda, si preoccupa di costruirsi una «zona rossa» per stare al sicuro, per lasciare fuori non solo i facinorosi ma tutti gli italiani, e poi dentro litiga, sbraita, eccita gli animi e non sembra in grado di produrre alcuna soluzione.

Il Paese sbanda perché da troppo tempo non è governato, perché nessuno si preoccupa di affrontare e contenere i massimalismi deliranti, di rassicurare chi ha paura del futuro e di bloccare la violenza che sta tornando a emergere. Non possiamo rischiare di perdere un’altra generazione, anche se parliamo di piccole frange, anche se non siamo al terrorismo e alle pistole.

Il rumore degli scontri di ieri richiede un sussulto di dignità del governo e imporrebbe un cambio di linguaggio delle opposizioni: non si può salire sui tetti o chiamare “cilena” la polizia italiana senza preoccuparsi di fomentare le piazze.

Il 14 dicembre è finalmente passato e Berlusconi è rimasto in sella, vincendo un’altra battaglia della sua guerra totale con Fini. Ma un governo che si salva per tre voti, conquistati nottetempo, ha poco da festeggiare: la sua unica preoccupazione oggi dovrebbe essere quella di riuscire a ritrovare la capacità di ascoltare il Paese e non quella di sopravvivere un giorno in più.

E la pensione?!

Dalla rubrica “Buongiorno” di Massimo Gramellini pubblicata da La Stampa:

Dalle prossime settimane, tramite il sito dell’Inps, anche i precari conosceranno l’ammontare dei contributi versati. Non potranno invece conoscere la loro pensione futura, come accade ai colleghi con il posto fisso. Un difetto del computer? No, una misura di ordine pubblico, ha ammesso con amara ironia il presidente dell’ente previdenziale: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale». E questo perché i para, anzi i paria-subordinati sono attesi da un assegno mensile molto inferiore al minimo. Non è gentile sbatterglielo in faccia, e per giunta con così largo anticipo. Si teme di demoralizzare il paziente o di procurargli un’ulcera. Peggio: di mettergli in corpo il desiderio di farla venire agli altri. Meglio procedere a una bella anestesia totale.

E di colpo si comprende quale delicata missione strategica svolgano le barzellette sconce, le pajate in piazza e le mille sciocchezze di pessimo gusto di cui è infarcita la politica di ogni giorno. Servono a far dimenticare la realtà. Questa, per esempio: che milioni di lavoratori guadagnano un para-stipendio e che da anziani riceveranno una para-pensione. Pur rientrando nella casella benedetta degli occupati. Ma occupati a para-vivere, senza la possibilità di progettare un matrimonio, un figlio, una vecchiaia decente. Solo allora, rigirandosi fra le mani rugose lo smunto assegno dell’Inps, si renderanno conto di essere stati fregati. E se la prenderanno con i barzellettieri che comanderanno in quel momento. Rimpiangendo, per amnesia, quelli di oggi.

Un commento significativo di un lettore:
Di nuovo completamente d’accordo con Gram. In effetti non capisco come una gran massa di italiani non si renda conto di quel che ci aspetta nel giro di pochi lustri. I lavori seri stanno sparendo, i giovani che oggi hanno la fortuna di un lavoro avranno pensioni ridicole, figuriamoci i disoccupati. Siamo tutti sulla stessa barca (anche chi canta”meno male che Silvio c’è”) con una falla che nessuno prova a tappare e ci consoliamo dicendo che altre barche hanno la falla più grossa!

Come non essere d’accordo? Non sento nessuno politico (destra,sinistra,centro,sotto e sopra…) parlare dei problemi reali di questo paese. Problemi che tra qualche anno saranno triplicati…

Intanto visto che si avvicina l’ora di pranzo… Buon appetito! (foto da La Stampa)


De Bortoli e i mulini a vento

Oggi mi sono collegato spesso al sito del Corriere della Sera. Distrattamente continuavo a chiedermi il perchè riportasse notizie vecchie e non venisse aggiornato dalla mezzanotte. Dopo una breve ricerca ho letto che sia il sito che l’edizione cartacea staranno ferme per due giorni causa sciopero. I motivi sono abbastanza chiari: si sciopera per protestare contro una lettera del direttore Ferruccio De Bortoli alla redazione. Motivo della lettera? Riassumendo si può dire che il direttore si lamenta per la scarsa collaborazione della redazione nel voler stare al passo con i tempi. In particolare critica i giornalisti che sono poco inclini ad applicare le nuovetecnologie, ad esempio lo sviluppo del lavoro trasversale multimediale e delle applicazioni per l’iPad.

In particolare:
“Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione”, non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione iPad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie”.

e ancora… :
“Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell’impresa e del lavoro”.

Che dire? Negli Stati Uniti hanno chiuso storiche testate e per stare a galla e ripartire è richiesto un cambio di mentalità e un nuovo modo di fare giornalismo. A tal proposito vi consiglio il libro di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi dal titolo “L’Ultima Notizia: dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro“. Un saggio che affronta, tra le altre cose, l’evoluzione dei modi di fare giornalismo. Un giornalismo che dovrà tenere conto di contenuti, credibilità e creatività, ma che dovrà sommare i concetti di Condivisione, comunità, conversazione. Il futuro dei giornali probabilmente sarà all’insegna di contenuti che, oltre allo scritto classico, prevedano l’utilizzo di grafici, video e audio.

Saranno pronti i giornalisti di oggi a cambiare pelle? De Bortoli sta combattendo contro i mulini a vento?