Fiducia: un commento tanto atteso

Smarrimento. Questo è il termine che credo accomuni la maggioranza degli italiani in questo momento. Proprio per questa ragione attendevo con ansia di leggere questo articolo di Mario Calabresi, direttore del quotidiano La Stampa di Torino. Un articolo che inquadra in maniera precisa cosa sta accadendo nel paese.

Dal quotidiano La Stampa di mercoledì 15 dicembre 2010: (link all’originale, foto tratta dal sito del quotidiano)

La politica chiusa nel Palazzo consuma la resa dei conti che aspetta da mesi: grida, si insulta, si conta e poi festeggia. Fuori la città brucia. Le porte del Palazzo vengono sprangate, a separare due mondi che sembrano vivere in galassie lontane anni luce.

Le colonne di fumo, le esplosioni, il clangore degli scontri, i sampietrini che volano, i caschi, le mazze, ci parlano naturalmente del passato, ci fanno pensare agli Anni Settanta, ma non è lì che dobbiamo andare per capire. Meglio guardare a Londra, ai ragazzi che assaltano le banche, che colpiscono l’auto di Carlo e Camilla, alla Grecia dei fuochi in piazza, a tutti i giovani fuori controllo che non hanno più nessun rapporto con i partiti e le loro mediazioni ma puntano allo sfascio, convinti di avere il diritto di sfogare in piazza la rabbia per una vita che si preannuncia precaria.

Le immagini di Roma fanno spavento e raccontano in modo esemplare la distanza tra una politica rinchiusa in se stessa, nei suoi riti più deteriori, e un Paese che sbanda, si incattivisce e non ha più né sogni né una direzione. I ragazzi che giocano alla guerra col casco, la benzina, il passamontagna e i bastoni non rappresentano certo gli italiani, ma la politica dovrebbe saper guardare oltre quei fuochi per vedere una maggioranza silenziosa e sfinita che non è più nemmeno capace di illudersi.

Invece la politica si blinda, si preoccupa di costruirsi una «zona rossa» per stare al sicuro, per lasciare fuori non solo i facinorosi ma tutti gli italiani, e poi dentro litiga, sbraita, eccita gli animi e non sembra in grado di produrre alcuna soluzione.

Il Paese sbanda perché da troppo tempo non è governato, perché nessuno si preoccupa di affrontare e contenere i massimalismi deliranti, di rassicurare chi ha paura del futuro e di bloccare la violenza che sta tornando a emergere. Non possiamo rischiare di perdere un’altra generazione, anche se parliamo di piccole frange, anche se non siamo al terrorismo e alle pistole.

Il rumore degli scontri di ieri richiede un sussulto di dignità del governo e imporrebbe un cambio di linguaggio delle opposizioni: non si può salire sui tetti o chiamare “cilena” la polizia italiana senza preoccuparsi di fomentare le piazze.

Il 14 dicembre è finalmente passato e Berlusconi è rimasto in sella, vincendo un’altra battaglia della sua guerra totale con Fini. Ma un governo che si salva per tre voti, conquistati nottetempo, ha poco da festeggiare: la sua unica preoccupazione oggi dovrebbe essere quella di riuscire a ritrovare la capacità di ascoltare il Paese e non quella di sopravvivere un giorno in più.

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E la pensione?!

Dalla rubrica “Buongiorno” di Massimo Gramellini pubblicata da La Stampa:

Dalle prossime settimane, tramite il sito dell’Inps, anche i precari conosceranno l’ammontare dei contributi versati. Non potranno invece conoscere la loro pensione futura, come accade ai colleghi con il posto fisso. Un difetto del computer? No, una misura di ordine pubblico, ha ammesso con amara ironia il presidente dell’ente previdenziale: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale». E questo perché i para, anzi i paria-subordinati sono attesi da un assegno mensile molto inferiore al minimo. Non è gentile sbatterglielo in faccia, e per giunta con così largo anticipo. Si teme di demoralizzare il paziente o di procurargli un’ulcera. Peggio: di mettergli in corpo il desiderio di farla venire agli altri. Meglio procedere a una bella anestesia totale.

E di colpo si comprende quale delicata missione strategica svolgano le barzellette sconce, le pajate in piazza e le mille sciocchezze di pessimo gusto di cui è infarcita la politica di ogni giorno. Servono a far dimenticare la realtà. Questa, per esempio: che milioni di lavoratori guadagnano un para-stipendio e che da anziani riceveranno una para-pensione. Pur rientrando nella casella benedetta degli occupati. Ma occupati a para-vivere, senza la possibilità di progettare un matrimonio, un figlio, una vecchiaia decente. Solo allora, rigirandosi fra le mani rugose lo smunto assegno dell’Inps, si renderanno conto di essere stati fregati. E se la prenderanno con i barzellettieri che comanderanno in quel momento. Rimpiangendo, per amnesia, quelli di oggi.

Un commento significativo di un lettore:
Di nuovo completamente d’accordo con Gram. In effetti non capisco come una gran massa di italiani non si renda conto di quel che ci aspetta nel giro di pochi lustri. I lavori seri stanno sparendo, i giovani che oggi hanno la fortuna di un lavoro avranno pensioni ridicole, figuriamoci i disoccupati. Siamo tutti sulla stessa barca (anche chi canta”meno male che Silvio c’è”) con una falla che nessuno prova a tappare e ci consoliamo dicendo che altre barche hanno la falla più grossa!

Come non essere d’accordo? Non sento nessuno politico (destra,sinistra,centro,sotto e sopra…) parlare dei problemi reali di questo paese. Problemi che tra qualche anno saranno triplicati…

Intanto visto che si avvicina l’ora di pranzo… Buon appetito! (foto da La Stampa)


De Bortoli e i mulini a vento

Oggi mi sono collegato spesso al sito del Corriere della Sera. Distrattamente continuavo a chiedermi il perchè riportasse notizie vecchie e non venisse aggiornato dalla mezzanotte. Dopo una breve ricerca ho letto che sia il sito che l’edizione cartacea staranno ferme per due giorni causa sciopero. I motivi sono abbastanza chiari: si sciopera per protestare contro una lettera del direttore Ferruccio De Bortoli alla redazione. Motivo della lettera? Riassumendo si può dire che il direttore si lamenta per la scarsa collaborazione della redazione nel voler stare al passo con i tempi. In particolare critica i giornalisti che sono poco inclini ad applicare le nuovetecnologie, ad esempio lo sviluppo del lavoro trasversale multimediale e delle applicazioni per l’iPad.

In particolare:
“Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione”, non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione iPad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie”.

e ancora… :
“Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell’impresa e del lavoro”.

Che dire? Negli Stati Uniti hanno chiuso storiche testate e per stare a galla e ripartire è richiesto un cambio di mentalità e un nuovo modo di fare giornalismo. A tal proposito vi consiglio il libro di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi dal titolo “L’Ultima Notizia: dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro“. Un saggio che affronta, tra le altre cose, l’evoluzione dei modi di fare giornalismo. Un giornalismo che dovrà tenere conto di contenuti, credibilità e creatività, ma che dovrà sommare i concetti di Condivisione, comunità, conversazione. Il futuro dei giornali probabilmente sarà all’insegna di contenuti che, oltre allo scritto classico, prevedano l’utilizzo di grafici, video e audio.

Saranno pronti i giornalisti di oggi a cambiare pelle? De Bortoli sta combattendo contro i mulini a vento?

Lezioni di giornalismo

Perchè giornali e televisioni si fissano con una notizia e danno l’idea che in Italia stiano accadendo solo un certo tipo di eventi? Penso ai pitbull, all’acqua avvelenata nelle bottiglie, alle complicazioni durante il parto e così via.
Ce lo spiega oggi Mario Calabresi nella sua quotidiana rubrica “Lettere al direttore” pubblicata su La Stampa.

[…] L’effetto pitbull si ha quando una serie di fatti – che possono andare dagli incidenti del sabato sera ai sassi tirati sulle auto o sui treni, agli atti di bullismo a scuola, fino appunto ai cani che mordono i bambini – per coincidenza si ripetono in uno spazio di tempo ravvicinato creando un effetto di allarme e di iper-attenzione. A quel punto i giornalisti morbosamente vanno alla caccia di ogni episodio possa confermare il trend e trova nei cittadini e nei politici degli alleati naturali pronti a denunciare qualunque episodio, anche il più piccolo, anche il più vecchio. A questo si aggiunge un effetto emulazione che gonfia i fenomeni. Dopo qualche settimana prevale uno stato di nausea e stanchezza: il filone perde d’interesse e viene abbandonato. Ma non è che ogni giorno non ci siano cani che mordono o ragazzi che infastidiscono i compagni di classe.
In questo meccanismo perverso è importante, come abbiamo cercato di fare, dare le giuste dimensioni al fenomeno e contestualizzarlo per evitare di creare panico ingiustificato e gratuito. […]

L’Italia che muta (Calabresi risponde ai lettori)

Da La Stampa

L’esortazione papale di accogliere tutti è pura utopia e i respingimenti non sono pretesti per la sicurezza, come ha accusato qualche vescovo. È vero che nella Bibbia è scritto di «accogliere l’orfano, la vedova e lo straniero», ma al singolare, non certo intere etnie! Mi si potrebbe far osservare che nel Libro non bisogna prendere tutto alla lettera, ma capire il significato nel suo contesto; allora potrei ribadire che quando Gesù invitava il giovane ricco: «… va’, vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri…» non voleva certo dire che ciascuno debba vendere tutto e accogliere tutti i poveri! I vescovi, pastori degli umani greggi, invece di bacchettare le pecore, dovrebbero randellare quei lupi che, travestiti da agnelli, si nascondono tra quegli enti, stipendifici e imbrattacarte come l’Unicef, la Fao, l’Onu, il Parlamento Europeo, ecc. (lautamente foraggiati con le nostre tasse), diventati dei plantigradi e inutili alle iniziali intenzioni che si erano prefisse. Allo scopo sono nate, solo in Italia, centinaia di piccole e varie Ong in cui, anche qui, si sono poi intrufolati truffatori che, con la scusa degli aiuti a poveri, orfani e bisognosi di ogni categoria, rastrellano dal popolo continuamente fondi che non si sa bene quali strade e stradine prendano. Infine, gli immigrati che non trovano pane e lavoro come campano?
GIULIO MANTOVANI

Mi sembra difficile sostenere che oggi in Italia le Ong abbiano il monopolio delle truffe e dei raggiri (forse comincerei guardando altrove e le cronache quotidiane ci dicono anche dove) e che chi predica l’accoglienza vada messo all’indice. Aggiungo poi che se vescovi e parroci smettessero di predicare e mettere in pratica la carità allora farebbero bene a cambiar mestiere. Ho pubblicato la sua lettera perché mi trova in totale disaccordo, così come quella pubblicata pochi giorni fa in cui un lettore sosteneva che le donne che vengono picchiate o ridotte in fin di vita da un marito musulmano se lo meritano perché se lo sono cercate. Mi chiedo da giorni dove stiamo andando, perché siamo così drammaticamente smemorati e insensibili, noi popolo di emigranti e di cercatori di fortuna? Non ho mai amato il buonismo, non penso che si debba girare la testa dall’altra parte o giustificare e comprendere chi compie reati e non rispetta le nostre leggi, così come penso che la sicurezza dei cittadini sia uno dei pilastri della democrazia. Ma non comprendo questa cecità che improvvisamente oscura il lavoro di badanti, cuochi, operai, infermiere, idraulici e commercianti stranieri facendoceli considerare solo come una sciagura per la nostra società. Folle pensare di aprire le porte a tutti e di non chiedere rispetto di lingua e leggi e tradizioni italiane, ma folle anche non capire le opportunità che nascono da un’integrazione sana, in cui esistono patti rispettati e percorsi chiari e limpidi. Tenere ai margini o peggio nei sottoscala di una società chi lavora sodo e sogna un futuro migliore è cosa stolta e indegna.

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Il rischio dell’informazione “fai da te”

Qualche mese fa ho letto un interessante articolo di Marco Bardazzi che esaminava lo stato attuale del Citizen Journalism, ovvero del giornalismo partecipativo dove chiunque si può improvvisare giornalista. I rischi del caso sono immensi e, come possiamo leggere nell’originale di Bardazzi, uno dei principali è quello della diffusione di un’informazione distorta, poco credibile e che sminuisca sempre più il ruolo di giornali e televisioni. Lungi da me dal condannare i blog, strumento attraverso il quale è possibile far circolare liberamente idee e pensieri aumentando (in teoria) il livello di democrazia. Ma siamo così sicuri che chiunque possieda una connessione internet sia in grado di svolgere questo mestiere? Se tutti ci informassimo attraverso i blog, uno dei pericoli che potremmo presto correre è quello di ritrovarci in un mondo dove eventi come l’11 settembre vengano completamente distorti, facendo passare per colpevole chi il danno l’ha subito. A tal proposito fioriscono tra i blogger sempre più fantasiose teorie a riguardo dell’evento.

Un altro rischio che ho toccato con mano proprio ieri è quello che vede l’attribuzione di parole mai dette. Il protagonista in questo caso e Papa Benedetto XVI. Nel sito del quotidiano Liberazione vi è un articolo in cui si riportano le dichiarazioni del pontefice su “giovani e lavoro”. Giustamente il giornalista che ha composto il breve pezzo ha virgolettato le dichiarazioni del Papa e poi ha aggiunto un suo commento personale per rendere più appetibile l’articolo. L’inizio del pezzo è il seguente:

Giovani, vi disperate per la ricerca del posto fisso? Ingenui e vellleitari, i veri punti fermi sono Dio e il Vangelo. “La domanda del posto di lavoro e con ciò quella di avere un terreno sicuro sotto i piedi è un problema pressante” – scrive Benedetto XVI in occasione dell’evento in programma a Madrid (16-21 agosto 2011)-ma i veri “punti fermi” per i giovani risiedono nella fede e nell'”insieme dei valori che sono alla base della società” e che “provengono dal Vangelo”.

Fin qui non c’è nulla da dire sulla professionalità di chi scrive. Nella parte bassa della pagina invece c’è la possibilità di commentare la notizia. Tra i vari ne ho trovato uno particolarmente significativo. Eccolo:

“Se non hanno pane, mangino brioches!” (Maria Antonietta) “Signorina, sposi mio figlio!” (Silvio Berlusconi) “Giovani, vi disperate per la ricerca del posto fisso? Ingenui e vellleitari, i veri punti fermi sono Dio e il Vangelo.” (J.Ratzinger) Indipendentemente dai personaggi e dalle epoche storiche, l’arroganza e la supponenza del potere sono sempre le stesse…

Accanto alle più o meno famose frasi pronunciate da Maria Antonietta e Silvio Berlusconi vi è la frase non pronunciata da Benedetto XVI. Ma dato che la rete non dimentica nulla, è facile che una frase del genere, ripresa dall’autore del commento, possa cominciare a circolare per la rete distorcendo completamente il messaggio dato dal Papa. Attenzione dunque a quando reperiamo le notizie… Costruirsi un’opinione a partire dai blog, come spesso accade, può essere molto rischioso.

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Reperire le informazioni


Oggi i principali portali di informazione riportano la notizia della strage di Duisburg. Tra le vittime vi è anche una ragazza italiana di Brescia. Di lei ora sappiamo molto, dai suoi interessi alla sua musica preferita. In passato tutte queste informazioni sarebbero state fornite da parenti e amici. E oggi? Facebook. Invito a leggere le descrizioni fatte da Corriere della Sera e Repubblica. Questo mi ha portato a riflettere su quanto il fenomeno social network abbia cambiato anche il modo con cui fare giornalismo. A chi ha scritto questi due pezzi è bastato guardare il profilo personale della povera ragazza per farsi un’idea di chi fosse (con tutti i rischi del caso).