Drug repositioning: guarire con pillole sbagliate

L’idea non sembra delle più originali, eppure, osservando la crescita del fenomeno, appare come una delle nuove modalità di ricerca in campo farmacologico. Lo chiamano in gergo il «drug repositioning» ed è l’utilizzo di farmaci già in commercio per curare malattie diverse da quelle per cui sono stati progettati. Le ragioni di questa strategia sono strettamente legate al loro processo produttivo. «Secondo una recente analisi – spiega Marco Foiani, direttore scientifico dell’Istituto Ifom-Firc di Oncologia Molecolare di Milano – per produrre un nuovo medicinale sono necessari, in media, investimenti da 800 milioni di dollari. Non solo, da un punto di vista temporale passano all’incirca 15-20 anni prima che la molecola in questione sia effettivamente disponibile sul mercato». Numeri impressionanti che lasciano poco spazio alle interpretazioni. Leggi tutto su La Stampa

Vecchi farmaci, nuove cure: il caso dell’aspirina

Febbre, dolori articolari, mal di denti: non sono forse questi i sintomi che inducono, soprattutto ora nel picco di influenza, ad assumere una compressa di aspirina? Ma siamo sicuri che il famoso anti-infiammatorio serva solo ed esclusivamente per combattere le affezioni dolorose? Secondo una ricerca pubblicata sulle pagine della prestigiosa rivista Cancer Cell, i farmaci anti-infiammatori non steroidei, più comunemente chiamati FANS, sembrerebbero in grado di contrastare la diffusione delle cellule tumorali. Ad affermarlo è il professor Steven Stacker del Peter MacCallum Cancer Centre di Melbourne. Leggi tutto

Tubercolosi: la prevenzione è la miglior difesa

La tubercolosi continua a colpire. Nei mesi scorsi ha suscitato scalpore la notizia dell’infermiera del Policlinico Gemelli di Roma che avrebbe infettato diversi neonati. Poco tempo dopo è toccato ancora a del personale sanitario. A Torino sono risultati positivi al test per la TBC 5 studenti di Medicina dell’Ospedale “Le Molinette”. Un ritorno della malattia? Come dichiara il professor Umberto Veronesi, «Sulla tubercolosi bisogna avere il coraggio di dichiarare lo stato di massima allerta e agire di conseguenza. Se è vero che in Italia l’incidenza della malattia non è alta, è anche vero che bisogna attuare con diligenza le misure di prevenzione». La TBC infatti continua a mietere nel mondo milioni di morti ogni anno. Una malattia tutt’altro che sconfitta: dall’India giunge notizia di un ceppo resistente a qualunque farmaco. Leggi tutto

MEDICINA/ I “vecchi” farmaci che combattono i tumori

Un mio pezzo su ilsussidiario.net:

L’idea di utilizzare farmaci già presenti sul mercato per combattere i tumori è una strategia che emerge in sempre più numerosi studi internazionali. Ultimo in ordine di tempo è quello di Marco Foiani, professore di Biologia Molecolare presso l’Università degli Studi di Milano e group leader del campus IFOM-IEO di Milano. Lo studio è riuscito a dimostrare che l’utilizzo di una particolare categoria di farmaci, gli inibitori delle istone deacetilasi, è in grado di prevenire la formazione delle cellule cancerose. Un risultato che è valso la pubblicazione sulla rivista Nature, tra le più prestigiose in campo scientifico.

Sviluppare un farmaco è un processo lungo e costoso. Il primo passo del percorso è quello di comprendere il meccanismo fisiologico di un determinato evento. Solo successivamente sarà possibile pensare allo sviluppo di una molecola in grado di interferire con tale fenomeno.

Ultimamente, però, questo modo di operare sta lentamente cambiando. Uno dei più classici esempi è quello rappresentato dall’utilizzo degli anti-infiammatori. Se fino a diversi anni fa questa categoria di farmaci era utilizzata in caso di patologie infiammatorie, ora sempre più numerosi studi indicano che queste molecole possiedono anche un’attività anti-tumorale. Tenere dunque controllata l’infiammazione potrebbe essere una delle chiavi nella lotta ai tumori.

Nello studio del professor Foiani è stata valutata l’attività degli inibitori delle istone deacetilasi, già utilizzati in clinica per la cura di alcuni tipi di cancro. Queste molecole agiscono sulla struttura del DNA riducendone il grado di packaging, ovvero la compattazione del materiale genetico. In particolare, è stato individuato in che modo questi farmaci agiscano su alcuni processi fondamentali nel prevenire l’insorgenza di un tumore come la risposta a un danno al DNA, l’autofagia (capacità della cellula di auto-demolirsi) e l’acetilazione del DNA (processo attraverso il quale avviene il packaging del materiale genetico).

Rispetto a quello che si pensava in passato, ovvero che questi tre fenomeni fossero tutti indipendenti, lo studio dei ricercatori italiani ha evidenziato la loro stretta correlazione. Infatti, utilizzando questi farmaci, è stato possibile comprendere che questi tre processi cellulari sono profondamente uniti tra loro e che concorrono a prevenire la formazione di nuove cellule cancerose. Ciò è dovuto all’aumento del danno al DNA che rende la cellula in grado di andare in autofagia o in apoptosi, ovvero morte cellulare programmata, prima che diventi tumorale e cominci a crescere in maniera incontrollata.

La scoperta apre ora le porte a possibili applicazioni terapeutiche non così lontane dalla pratica clinica. Se da un lato questi farmaci sono utilizzati nella lotta ai tumori, l’aver individuato che sono in grado di influenzare altri processi come la risposta al danno al DNA e l’autofagia potrà portare a un’ottimizzazione delle terapie già esistenti, ovvero ad un utilizzo combinato degli inibitori delle istone deacetilasi con altri antitumorali.

Tra le possibili applicazioni vi è quella a supporto della radioterapia nel cancro alla prostata. Somministrando infatti questi farmaci, le cellule sarebbero maggiormente esposte al danno al DNA così da essere trattate con una minor dose di radiazioni. Tutto ciò eliminerebbe molti degli effetti collaterali legati a questa modalità d’intervento.