Cocaina: un vaccino per dire basta?

Da un mio articolo su ilsussidiario.net (link all’originale)

Il mercato della droga, e in particolare quello della cocaina, è uno di quei settori che non ha risentito particolarmente della crisi economica. Nell’ultimo anno infatti sono circa quattro milioni gli europei che l’hanno consumata almeno una volta. Nella classifica stilata dall’Osservatorio Europeo delle droghe e tossicodipendenze l’Italia occupa tristemente il terzo posto dietro a Spagna e Regno Unito.

In un articolo pubblicato su questa testata lo scorso maggio illustrammo uno studio volto a ridurre gli effetti devastanti associati all’assunzione di questa droga. L’approccio prevedeva l’utilizzo di enzimi, ingegnerizzati in laboratorio, in grado di metabolizzare a grande velocità la cocaina per trasformarla in un prodotto meno tossico nelle persone in overdose. Un approccio sicuramente valido ma che non risolveva però il problema alla radice.

Una delle strategie che potrebbero invece portare a risultati migliori sotto questo aspetto è la creazione di un vaccino anti-cocaina. Proprio in quest’ottica si è mosso il gruppo di ricerca del professor Ronald Crystal del Weill Cornell Medical College di New York. In uno studio pubblicato dalla rivista Molecular Therapy i ricercatori statunitensi sono stati in grado di rendere immuni alla cocaina degli animali da laboratorio. Ciò è stato possibile creando un vaccino contenete una molecola dalle caratteristiche simili alla cocaina.

In particolare il vaccino utilizzato nei topi è stato capace di indurre una risposta immunitaria che ha sequestrato e inattivato la cocaina ancor prima che essa arrivasse al sistema nervoso centrale. Il risultato è di fondamentale importanza poiché la cocaina agisce a livello cerebrale mediando il rilascio dei neurotrasmettitori ed è proprio in questa sede che causa gli effetti più devastanti.
Dal punto di vista scientifico è interessante sottolineare come è stato possibile creare il vaccino in questione. Esso è infatti stato assemblato a partire da un adenovirus, come quello classico che causa il raffreddore, unito a una molecola simile dal punto di vista strutturale alla cocaina.

Una volta che il vaccino è stato iniettato la porzione costituita dall’adenovirus ha attivato la risposta del sistema immunitario specifica contro il virus. Così è avvenuto anche per l’analogo della cocaina poiché associato fisicamente al virus. Una volta attivata la risposta immunitaria la produzione di anticorpi ha fatto in modo che la cocaina assunta successivamente al vaccino venisse neutralizzata. Nello studio appena pubblicato la durata dell’immunizzazione nel topo è stata di circa 13 settimane.

Secondo quanto dichiara l’autore della ricerca, il vaccino probabilmente non richiederà sforzi eccessivi nella messa a punto e potrà rapidamente essere testato sull’uomo. Non solo, l’approccio utilizzato potrebbe essere utile anche nel trattamento di dipendenze diffuse come quella da nicotina, eroina e più in generale in quelle da consumo di sostanze oppiacee.
Senza dimenticare che tutto questo riguarda il versante strettamente tecnico di un problema che ha ben altri risvolti e una serie di cause profonde che non possono essere ignorate né bypassate con una pur geniale molecola.

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Birra e psoriasi nelle donne: dobbiamo crederci?

Un mio articolo su Corriere della Sera.it (link all’originale)

MILANO – Cosa c’è di meglio che bersi una birra in tutta tranquillità, circondati dagli amici o davanti alla tv? Una ricerca statunitense pubblicata dalla rivista Archives of Dermatology, sembra però mettere in guardia le donne da questa piacevole abitudine. Secondo gli autori dello studio, nel gentil sesso il consumo di più di due birre a settimana aumenta il rischio di psoriasi di quasi l’80%. Se poi le birre salgono a cinque le probabilità di essere colpite da questa malattia infiammatoria della pelle raddoppiano rispetto a chi non fa alcun consumo della bevanda.

LE CAUSE – La psoriasi è una forma di dermatite cronica tra le più diffuse del mondo. È cioè una malattia della pelle causata da un’eccessiva infiammazione. Bisogna però ricordare, per evitare incomprensioni, che la psoriasi non è assolutamente infettiva. La sua origine non è ancora del tutto nota, ma diversi studi sembrano confermare l’idea che si tratti di un disturbo legato a una predisposizione genetica. La persona colpita da psoriasi quindi non potrà mai guarire definitivamente, ma manifesta sintomi più o meno evidenti, sempre o saltuariamente, in corrispondenza di eventi scatenanti quali periodi di stress o traumi fisici.

LO STUDIO – La ricerca, opera dei ricercatori dell’Harvard Medical School negli Stati Uniti, ha analizzato attraverso questionari le abitudini alimentari di più di 82 mila donne statunitensi di età compresa tra i 27 e i 44 anni. Il dato sorprendente rilevato alla fine dell’imponente studio è stato che le signore che abitualmente consumano dalle 2 alle 3 birre alla settimana hanno un rischio di contrarre la psoriasi prossimo all’80%. Il rischio, rispetto a chi non beve, diventa addirittura doppio se si consumano 5 o più birre settimanali. Questi risultati però non trovano conferma nelle donne che consumano liquori, vino o birra analcolica. Un dato inatteso che ha fatto quindi interrogare gli autori della ricerca su quale fosse l’agente in grado di scatenare la reazione immunitaria. L’indiziato numero uno sembrerebbe il malto, utilizzato nella fermentazione della birra e assente nella gran parte delle altre bevande alcoliche. Esso contiene glutine, proteina spesso associata a intolleranze alimentari come la celiachia, malattia che in alcuni casi si manifesta insieme alla psoriasi.

INTERPRETARE I RISULTATI – «Lo studio è sicuramente interessante ma deve necessariamente essere confermato attraverso ulteriori approfondimenti» commenta Santo Raffaele Mercuri, responsabile del reparto di dermatologia all’ospedale San Raffaele di Milano. Infatti recenti studi italiani sembrano andare nella direzione opposta alla ricerca statunitense. Quest’ultima deve essere ampliata tenendo conto anche degli uomini e deve quantomeno valutare la predisposizione genetica alla psoriasi, lo stile di vita ed eventuali situazioni di forte stress in ogni singola persona sottoposta all’indagine. «Il messaggio dunque che non deve passare – spiega Mercuri – è che il consumo di birra porti necessariamente allo sviluppo della psoriasi, una malattia che è causata inizialmente da una predisposizione genetica. Per questa ragione sono molto cauto nel trarre conclusioni affrettate».

Daniele Banfi

COCAINA/ Dagli Usa uno studio per accelerarne il metabolismo, ma gli effetti rimangono devastanti

Un mio articolo su ilsussidiario.net
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Dieci milioni di europei l’hanno già provata almeno una volta. Un giro d’affari inimmaginabile. Stiamo parlando della cocaina, la droga che ha dato il triste nome di “città bianca” alla popolosa Milano. Secondo i dati forniti dall’IPSAD (Italian Population Survey on Alcohol and Drugs) il consumo di cocaina riguarda in particolar modo i maschi ed i soggetti di età compresa tra i 15 ed i 34 anni. Un numero di consumatori in costante aumento grazie anche al crollo dei prezzi per la singola dose.

Dal punto di vista chimico la cocaina appartiena alla famiglia degli alcaloidi, come la caffeina e la nicotina. Questo genere di molecole hanno una spiccata capacità di stimolare l’attività del sistema nervoso, pur con le dovute differenze. Normalmente, in seguito a degli stimoli, nel nostro cervello avviene il rilascio di neurotrasmettitori in grado di influenzare l’attività dei neuroni. Uno di questi è la dopamina, una molecola la cui carenza è implicata in una patologia neurodegenerativa importante come il Parkinson.

Questa sostanza viene rilasciata dai neuroni per dare una risposta a segnali naturali di piacere e successivamente viene riassorbita dai neuroni stessi. Evidenze sperimentali sempre più forti indicano che la cocaina agisca proprio su questo meccanismo. Impedendo il riassorbimento essa aumenta il tempo di stimolazione della dopamina e quindi prolunga il piacere. I pericolosi effetti collaterali però non mancano.

Una delle situazioni più allarmanti associate all’assunzione di questa sostanza è il fenomeno dell’overdose. La cocaina una volta assunta viene metabolizzata a livello del fegato e convertita in differenti molecole grazie a particolari enzimi chiamati esterasi. Alcuni prodotti però sono chimicamente molto simili alla cocaina. Per questa ragione continuano ad essere tossici, in distretti fondamentali come cuore, fegato e cervello, anche dopo diverso tempo dall’assunzione. Una situazione questa che si riscontra facilmente in pazienti in overdose.

Attualmente una delle strategie nella cura della tossicità da overdose è quella che vede l’eliminazione della cocaina e dei suoi metaboliti dal circolo sanguigno. In questo contesto si colloca la ricerca del professor Remy L. Brim della University of Michigan. L’idea dello scienziato americano è quella di poter utilizzare degli enzimi, le esterasi appunto, in grado di metabolizzare la cocaina più velocemente rispetto a quelle del nostro corpo. Brim e i suoi collaboratori hanno infatti “ingegnerizzato” un enzima, chiamato cocaina esterasi (CocE) in grado di accelerare il processo di conversione della cocaina ad una velocità 1000 volte superiore rispetto all’enzima che risiede nel nostro fegato.

CocE è un enzima che è stato scoperto in quei batteri del suolo che vivono in prossimita delle radici delle piante dalle quali si ricava la cocaina. Gli studi preliminari condotti dal professor Brim si sono concentrati nel modificare l’enzima (ingegnerizzarlo) per renderlo ancor più efficiente. Il tutto ha prodotto risultati sorprendenti. Oltre ad aver ottenuto una maggior velocità di metabolizzazione, in modo tale da ridurre il tempo in cui le sostanze tossiche rimangono in circolo, CocE “ingegnerizzato” è stato in grado di degradare la cocaina senza alterare i livelli di benzoilecgonina, il metabolita non tossico che viene utilizzato in analisi clinica per rilevare il consumo di cocaina attraverso l’esame delle urine.

Precedenti studi hanno inoltre mostrato come in modelli animali da laboratorio CocE sia in grado di attenuare i danni cardiovascolari della cocaina e di abbassare significativamente la mortalità. Questi dati, uniti alle nuove conoscenze ottenute grazie al professor Remy L. Brim, suggeriscono come CocE ingegnerizzato possa diventare in un futuro non troppo lontano una utile arma per combattere i devastanti effetti dell’overdose da cocaina. Questo risultato però non deve trarre in inganno. Inutile dire ma doveroso sottolineare che i danni della cocaina infatti non sono presenti solo in caso di overdose ma avvengono ad ogni assunzione.

SCOPERTA/ Ecco la molecola che ci protegge dagli effetti negativi dell’alcol

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A soffrirne è circa un miliardo di persone al mondo. Un difetto che spesso nessuno sa di avere. Stiamo parlando della mancata funzione di un enzima, l’aldeide deidrogenasi, di notevole importanza nel corretto metabolismo dell’alcol.

Dopo un bicchiere di vino, le molecole di alcol che arrivano nel nostro fegato subiscono un processo di trasformazione che passa per la formazione di una molecola intermedia chiamata acetaldeide. Questo composto è assai tossico per l’organismo poiché è in grado di danneggiare il nostro DNA, esponendoci di fatto al rischio di tumori e di invecchiamento precoce.

Il passo successivo nel metabolismo dell’alcol vede la trasformazione dell’acetaldeide in acetato, un composto non tossico per il nostro corpo. Quest’ultimo passaggio è a opera dell’enzima aldeide deidrogenasi (ALDH2), di fondamentale importanza nel proteggerci dagli effetti negativi dell’acetaldeide.

Come tutti avranno potuto notare la capacità di “reggere” l’alcol varia da persona a persona. Tanti sono i fattori in gioco, peso corporeo e abitudine a bere ne sono un esempio. Nonostante ciò esistono dei fattori genetici in grado di alterare la propensione a sopportare notevoli quantità di bevande alcoliche.

Circa il 40% della popolazione dell’est-Asia, e molti dei discendenti sparsi per il mondo, sono portatori di una particolare mutazione genetica che produce una forma non attiva dell’enzima ALDH2. In altre parole, sono in grado di produrlo ma in una versione completamente incapace di assolvere la propria funzione.

Questo difetto si traduce in un accumulo di acetaldeide in tutto il corpo anche solo dopo aver bevuto un bicchiere di vino. Gli effetti dell’accumulo sono subito visibili, poiché queste persone presentano tutti quei sintomi tipici dell’ubriachezza come nausea, rossore del volto e accelerazione del battito cardiaco. Oltre ai classici sintomi, le persone affette da questa mutazione genetica rispondono in maniera poco soddisfacente alle terapie a base di nitroglicerina che si usano in caso di angina.

La forma inattiva di ALDH2 infatti riduce notevolmente la quantità di farmaco presente nel corpo. Per queste ragioni il professor Thomas D. Hurley, biochimico presso la Indiana University School of Medicine di Indianapolis (Stati Uniti), è da tempo all’opera con l’obbiettivo di trovare una molecola in grado di attivare ALDH2. I risultati di questi anni di lavoro sono stati pubblicati dalla rivista Nature Structural and Molecular Biology.

La molecola in questione che potrebbe risolvere ciò si chiama Alda-1. I ricercatori, analizzando attentamente il meccanismo d’azione di questo composto, hanno visto che Alda-1 ha la capacità di ripristinare la funzione dell’enzima ALDH2, normalmente inattivo nelle persone con il difetto genetico.

Nelle persone sane, alcune parti dell’enzima ALDH2 sono disposte in modo tale da formare una sorta di tunnel. In questa zona l’acetaldeide viene legata e trasformata in altre sostanze. Se c’è una mutazione genetica questa specie di galleria non riesce a formarsi e di conseguenza l’enzima non può funzionare. La singolare caratteristica di Alda-1 è quella di essere in grado, legandosi ad ALDH2, di modificarne la struttura in modo da formare quel tunnel così fondamentale nel trasformare il prodotto tossico in acetato.

L’aver stabilito in che modo Alda-1 ripristini la naturale funzione di ALDH2 apre le porte a possibili applicazioni terapeutiche. Prima però sono necessari ulteriori modifiche ad Alda-1 volte a migliorarne l’efficienza. Se queste modifiche, che a oggi sono in corso d’opera, dovessero portare a risultati positivi è lecito aspettarsi l’utilizzo di questa molecola nella cura di quei sintomi che derivano dall’assunzione di alcol.

Non solo, dato che ALDH2 è in grado di convertire anche altre molecole tossiche in prodotti innocui per l’organismo, è plausibile che vengano sintetizzate nuove molecole simili ad Alda-1 in grado di potenziarne l’effetto detossificante.