Meeting di Rimini: il lato sconosciuto

Oltre alla folla nelle discoteche e ai chioschi di piadine sulla spiaggia, Rimini in agosto è capace di riempire una fiera con 800 mila ingressi in una sola settimana. Non stiamo parlando della settimana del fitness ma bensì dell’annuale Meeting dell’amicizia tra i popoli organizzato da Comunione e Liberazione. Come ogni anno, durante la kermesse, quotidiani e televisioni si divertono a raccontare una realtà lontana anni luce da quella vera. Ammetto che anche io, prima di farne esperienza diretta, ho sempre visto il meeting come una convention dei partiti della destra italiana. Un incontro che vedeva in prima fila politici e politicanti vogliosi di potersi ritagliare un angolino di notorietà e qualche simpatia in più. Sono in molti a pensarla in questo modo e, guardando il telegiornale o leggendo qualche quotidiano, è facile farsi quest’idea.

Fortunatamente invece la realtà è un’altra. Una realtà che va sperimentata per capire quanto il meeting sia un qualcosa di completamente differente da quanto documentato. Parlando nel parcheggio della fiera con alcune persone non appartenenti al movimento di CL, e sottolineo questa caratteristica, ho avuto la riprova di quanto stavo vivendo e del mio cambiamento d’opinione nei confronti del meeting. Bisogna dunque venire fino a Rimini per capire. E allora appena varchi le porte comprendi che un evento come questo è testimonianza della presenza di Cristo in tutti gli aspetti della vita dell’uomo. Vedi e conosci personaggi come padre Aldo Trento, prete con un passato travagliato e anarchico che, piegato dalla malattia dell’era moderna, la depressione, è stato capace di rialzarsi (non da solo! Indovinate grazie a chi…) e ora in Paraguay ha creato un’opera di carità inimmaginabile. Un uomo che ha dichiarato che la depressione nella quale era caduto è stata una grazia per determinare il suo cambiamento. Un cambiamento possibile grazie a un completo e totale abbandono nelle mani di Cristo, che in quel momento è stato l’incontro con il movimento. Oppure ti sposti di qualche metro e assisti ad una mostra su Solidarnosc, un pezzo di storia contemporanea che a scuola in pochi spiegano.

E dopo un bel bicchiere di lambrusco e una fetta di salame al ristorante romagnolo capiti in una mostra intitolata “Si, sono tutti miei!”. Una raccolta di immagini e testimonianze di genitori che insieme hanno accolto bambini in affido. Una famiglia che prende un neonato con aspettative di vita ridottissime suscita in chiunque due sentimenti. Uno è quello che ti fa dire “Ma che bravi… Io non riuscirei mai”, l’altro è il pensare che quelli in fondo sono pazzi, vanno a cercarsela. E invece questi genitori, pur con tutte le fatiche della vita quotidiana, dicono il loro si incondizionato a Cristo. Situazioni incredibili e insopportabili se non sorrette da uno più grande di noi.

Quando torno a casa davanti agli occhi mi rimangono le testimonianze di queste persone straordinariamente normali. Spesso tutte le belle parole che si sentono su Gesù e la fede, sono difficili da riscontrare nella vita reale. La religione sta da una parte e la vita dall’altra. Le testimonianze che si possono vedere al meeting dimostrano l’esatto contrario. Hai come la netta sensazione, che poi è una realtà, che Gesù Cristo non sia finito 2000 anni fa, ma che sia presente in ogni circostanza della vita dell’uomo. E che chi Lo riconosce non vive a metà ma fa quel salto in grado di cambiare il mondo partendo anche dalle più piccole cose, come accogliere in famiglia un bambino malato e prossimo a morire.