Dormi di giorno? Forse è colpa del fegato

La sonnolenza post-prandiale l’abbiamo provata tutti. Soprattutto quando si è sul luogo di lavoro e si fatica a tenere gli occhi aperti. La colpa viene spesso attribuita al cibo troppo pesante ma anche gli alcolici possono giocare la loro parte. Infatti, secondo una ricerca pubblicata dalla rivista Hepatology, l’ammoniaca che si genera quando il fegato è affaticato e non riesce a detossificare l’alcol può causare sonnolenza diurna e un sonno notturno di cattiva qualità. Ad affermarlo è un team di ricercatori dell’Università di Padova e dell’Institute of Pharmacology and Toxicology di Zurigo (Svizzera).

LO STUDIO- Per giungere alla curiosa spiegazione gli scienziati hanno somministrato a dieci volontari sani e dieci malati di cirrosi epatica un mix di proteine in grado di aumentare i livelli ematici di ammoniaca. Lo studio ha valutato i profili di ammoniemia, ovvero la quantità di ammoniaca nel sangue, la sonnolenza, l’elettroencefalogramma di veglia e quello di sonno. Come dichiara la dottoressa Sara Montagnese, una delle autrici dello studio, «Dalle indagini abbiamo verificato che elevati livelli di iperammoniemia si associano a un significativo aumento della sonnolenza sia nei volontari sani sia in quelli con cirrosi. Nei pazienti compaiono inoltre modifiche nell’elettroencefalogramma durante il sonno, indice questo di una ridotta capacità di generare un sonno davvero ristoratore». Leggi tutto

Annunci

Birra e psoriasi nelle donne: dobbiamo crederci?

Un mio articolo su Corriere della Sera.it (link all’originale)

MILANO – Cosa c’è di meglio che bersi una birra in tutta tranquillità, circondati dagli amici o davanti alla tv? Una ricerca statunitense pubblicata dalla rivista Archives of Dermatology, sembra però mettere in guardia le donne da questa piacevole abitudine. Secondo gli autori dello studio, nel gentil sesso il consumo di più di due birre a settimana aumenta il rischio di psoriasi di quasi l’80%. Se poi le birre salgono a cinque le probabilità di essere colpite da questa malattia infiammatoria della pelle raddoppiano rispetto a chi non fa alcun consumo della bevanda.

LE CAUSE – La psoriasi è una forma di dermatite cronica tra le più diffuse del mondo. È cioè una malattia della pelle causata da un’eccessiva infiammazione. Bisogna però ricordare, per evitare incomprensioni, che la psoriasi non è assolutamente infettiva. La sua origine non è ancora del tutto nota, ma diversi studi sembrano confermare l’idea che si tratti di un disturbo legato a una predisposizione genetica. La persona colpita da psoriasi quindi non potrà mai guarire definitivamente, ma manifesta sintomi più o meno evidenti, sempre o saltuariamente, in corrispondenza di eventi scatenanti quali periodi di stress o traumi fisici.

LO STUDIO – La ricerca, opera dei ricercatori dell’Harvard Medical School negli Stati Uniti, ha analizzato attraverso questionari le abitudini alimentari di più di 82 mila donne statunitensi di età compresa tra i 27 e i 44 anni. Il dato sorprendente rilevato alla fine dell’imponente studio è stato che le signore che abitualmente consumano dalle 2 alle 3 birre alla settimana hanno un rischio di contrarre la psoriasi prossimo all’80%. Il rischio, rispetto a chi non beve, diventa addirittura doppio se si consumano 5 o più birre settimanali. Questi risultati però non trovano conferma nelle donne che consumano liquori, vino o birra analcolica. Un dato inatteso che ha fatto quindi interrogare gli autori della ricerca su quale fosse l’agente in grado di scatenare la reazione immunitaria. L’indiziato numero uno sembrerebbe il malto, utilizzato nella fermentazione della birra e assente nella gran parte delle altre bevande alcoliche. Esso contiene glutine, proteina spesso associata a intolleranze alimentari come la celiachia, malattia che in alcuni casi si manifesta insieme alla psoriasi.

INTERPRETARE I RISULTATI – «Lo studio è sicuramente interessante ma deve necessariamente essere confermato attraverso ulteriori approfondimenti» commenta Santo Raffaele Mercuri, responsabile del reparto di dermatologia all’ospedale San Raffaele di Milano. Infatti recenti studi italiani sembrano andare nella direzione opposta alla ricerca statunitense. Quest’ultima deve essere ampliata tenendo conto anche degli uomini e deve quantomeno valutare la predisposizione genetica alla psoriasi, lo stile di vita ed eventuali situazioni di forte stress in ogni singola persona sottoposta all’indagine. «Il messaggio dunque che non deve passare – spiega Mercuri – è che il consumo di birra porti necessariamente allo sviluppo della psoriasi, una malattia che è causata inizialmente da una predisposizione genetica. Per questa ragione sono molto cauto nel trarre conclusioni affrettate».

Daniele Banfi

Vino contraffatto: un test italiano per identificarlo

Da un mio articolo su ilsussidiario.net (link all’articolo originale)

Il residuo che si forma sul fondo delle bottiglie di vino non sembra piacere ai consumatori. Per questa ragione i grandi produttori vinicoli hanno da tempo trovato il modo per eliminare il problema. Il processo adottato viene tecnicamente definito con il termine di “chiarificazione”. Le sostanze che vengono utilizzate maggiormente a tale scopo sono la caseina, per quanto riguarda i vini bianchi e l’ovalbumina per i vini rossi.

I chiarificanti addizionati al vino, causando la formazione di un precipitato gelatinoso, sono in grado di catturare tutte quelle proteine presenti in sospensione nella bottiglia che vengono poi successivamente eliminate per filtrazione.

Circa la chiarificazione, una normativa della Comunità Europea impone dalla scorsa estate che su ogni etichetta venga indicato se il vino è stato oggetto di un trattamento artificiale e, in caso affermativo, che sia segnalata la quantità di residuo presente all’interno della bottiglia. Questo perché caseina e ovalbumina, proteine che derivano rispettivamente da latte e uova, sono sostanze potenzialmente allergeniche.

L’esame di laboratorio che attualmente viene adottato dall’Unione Europea per stabilire la quantità di agenti chiarificanti è il test ELISA (Enzyme-Linked ImmunoSorbent Assay, cioè dosaggio immuno-assorbente legato a un enzima). Esso è in grado di rilevare quantità sino ai 200 microgrammi per litro di bevanda. Il test però potrebbe essere sostituito a breve da una nuova tecnica messa a punto in un progetto, finanziato dalla Fondazione Cariplo, dal gruppo di ricerca del professor Pier Giorgio Righetti del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica “G. Natta” presso il Politecnico di Milano.

La metodica, chiamata CPLL (Librerie Combinatoriali di Ligandi Peptidici), è in grado di rilevare quantità prossime a 1 microgrammo per litro di vino, ben 200 volte inferiori al test in uso attualmente. I risultati delle analisi sono stati pubblicati dalla rivista Journal of Proteomics.

«Analizzando diversi vini bianchi e rossi abbiamo riscontrato residui compresi tra i 20 e gli 80 microgrammi. Quantità che di certo non causano shock anafilattici ma che possono essere causa di malesseri di varia natura. Vini, che secondo quanto dichiarato dai produttori, non dovrebbero contenere tracce di sostanze chiarificanti poiché eliminate attraverso il processo di filtrazione» dichiara il professor Righetti.

La tecnica sviluppata consiste nella preparazione di piccole sfere contenenti sulla superficie dei peptidi lunghi sei residui amino-acidici. Queste, poste nel liquido da analizzare, fungono da esca alle proteine presenti nel liquido. Ciò permette di catturare tutte le proteine in sospensione  e di calcolarne l’esatta quantità.

Oltre ad aver individuato minime tracce di agenti chiarificanti, l’analisi del gruppo milanese effettuata su alcuni vini rossi dell’annata 2009 ha permesso di riscontrare anche delle tracce di proteine provenienti da funghi patogeni. «La tecnica da noi sviluppata rappresenta dunque un’arma in più per il consumatore. Spero che le associazioni di settore e la Comunità Europea, venendo a conoscenza della nuova metodologia d’indagine, possano tenerne conto per analisi future volte a tutelare la salute del consumatore» conclude Righetti.

TUMORI/ Sapevate che l’alcool fa invecchiare e aumenta il rischio cancro?

Un mio articolo/intervista su ilsussidiario.net
alcool

Link all’articolo originale

C’è chi lo fa per piacere, chi per dimenticare, chi per dimostrare di essere grande. Stiamo parlando del consumo di alcool, un’antica abitudine che risale a più di 5000 anni fa. I dati forniti da poco dall’Istat ci consegnano un Paese in cui i giovani sono sempre più propensi a bere in grandi quantità e fuori dai pasti. Non più solo il classico consumo di vino e birra ma anche amari e superalcolici. Un comportamento che sempre più si avvicina al modello nord europeo.

Oltre a rappresentare un problema sociale non indifferente, il consumo di alcool porta conseguenze non così ovvie anche a livello sanitario e in particolare nella lotta ai tumori. Andrea Baccarelli dell’Università Statale di Milano, in collaborazione con l’Università di Padova e la Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, ha scoperto che il legame tra consumo di alcool, rischio di tumori e invecchiamento inizia a livello cellulare con l’accorciamento dei telomeri. I risultati dello studio sono stati presentati nei giorni scorsiall’Annual Meeting della American Association for Cancer Research.

La relazione tra il consumo di alcool e lo sviluppo di neoplasie è ormai un’evidenza da più di venti anni. «In particolare – spiega Baccarelli – i tumori che presentano una maggiore correlazione con il consumo di alcool sono quelli del tratto digerente come bocca, esofago, stomaco e colon». Oltre a questi tumori, recenti studi hanno evidenziato come la neoplasia alla mammella possa essere dipendente anche dal consumo di alcool.

«Nel nostro studio – continua Baccarelli – abbiamo dimostrato che il consumo eccessivo di alcool produce nelle nostre cellule uno stress ossidativo e infiammatorio in grado di accelerare il processo di accorciamento dei telomeri». I telomeri sono delle porzioni di DNA poste nelle regioni terminali dei cromosomi. Essi sono essenziali nel rinnovamento della cellula e sono soggetti a un continuo accorciamento. Infatti queste particolari zone sono considerate come un “orologio biologico” la cui lunghezza è dipendente dall’età dell’individuo.

«L’idea di analizzare la lunghezza dei telomeri – continua Baccarelli – è nata dalla semplice osservazione che le persone con problemi di alcool sembrano più vecchie di quelle di pari età». Questa situazione, che a un’analisi superficiale potrebbe essere dovuta a una scarsa cura dell’individuo, trova invece riscontro con i dati scientifici presentati al meeting statunitense.

I ricercatori hanno analizzato il DNA delle cellule del sangue di 59 soggetti con dipendenza da alcool (non alcolisti conclamati) e lo hanno comparato con quello di 197 soggetti con consumo di alcool moderato. I risultati hanno dimostrato come la lunghezza dei telomeri sia significativamente ridotta (dimezzata) nei consumatori con dipendenza alcolica. Più si beve insomma e più si danneggiano i telomeri che perdono così la loro caratteristica di orologio biologico e inducono quindi le cellule a invecchiare e a trasformarsi in tumori.

Molti studi hanno invece evidenziato un effetto protettivo del consumo moderato e giornaliero di alcool a livello del sistema cardiocircolatorio. Un dato positivo che a una prima analisi sembra contrastare con quello ottenuto nello studio di Baccarelli. «Alla luce di questo fatto – conclude Baccarelli – stiamo conducendo delle analisi più approfondite per stabilire quanto la dose di alcool possa influire negativamente e in quali quantità».

SCOPERTA/ Ecco la molecola che ci protegge dagli effetti negativi dell’alcol

Un mio articolo su ilsussidiario.net
alcol

Link all’articolo originale

A soffrirne è circa un miliardo di persone al mondo. Un difetto che spesso nessuno sa di avere. Stiamo parlando della mancata funzione di un enzima, l’aldeide deidrogenasi, di notevole importanza nel corretto metabolismo dell’alcol.

Dopo un bicchiere di vino, le molecole di alcol che arrivano nel nostro fegato subiscono un processo di trasformazione che passa per la formazione di una molecola intermedia chiamata acetaldeide. Questo composto è assai tossico per l’organismo poiché è in grado di danneggiare il nostro DNA, esponendoci di fatto al rischio di tumori e di invecchiamento precoce.

Il passo successivo nel metabolismo dell’alcol vede la trasformazione dell’acetaldeide in acetato, un composto non tossico per il nostro corpo. Quest’ultimo passaggio è a opera dell’enzima aldeide deidrogenasi (ALDH2), di fondamentale importanza nel proteggerci dagli effetti negativi dell’acetaldeide.

Come tutti avranno potuto notare la capacità di “reggere” l’alcol varia da persona a persona. Tanti sono i fattori in gioco, peso corporeo e abitudine a bere ne sono un esempio. Nonostante ciò esistono dei fattori genetici in grado di alterare la propensione a sopportare notevoli quantità di bevande alcoliche.

Circa il 40% della popolazione dell’est-Asia, e molti dei discendenti sparsi per il mondo, sono portatori di una particolare mutazione genetica che produce una forma non attiva dell’enzima ALDH2. In altre parole, sono in grado di produrlo ma in una versione completamente incapace di assolvere la propria funzione.

Questo difetto si traduce in un accumulo di acetaldeide in tutto il corpo anche solo dopo aver bevuto un bicchiere di vino. Gli effetti dell’accumulo sono subito visibili, poiché queste persone presentano tutti quei sintomi tipici dell’ubriachezza come nausea, rossore del volto e accelerazione del battito cardiaco. Oltre ai classici sintomi, le persone affette da questa mutazione genetica rispondono in maniera poco soddisfacente alle terapie a base di nitroglicerina che si usano in caso di angina.

La forma inattiva di ALDH2 infatti riduce notevolmente la quantità di farmaco presente nel corpo. Per queste ragioni il professor Thomas D. Hurley, biochimico presso la Indiana University School of Medicine di Indianapolis (Stati Uniti), è da tempo all’opera con l’obbiettivo di trovare una molecola in grado di attivare ALDH2. I risultati di questi anni di lavoro sono stati pubblicati dalla rivista Nature Structural and Molecular Biology.

La molecola in questione che potrebbe risolvere ciò si chiama Alda-1. I ricercatori, analizzando attentamente il meccanismo d’azione di questo composto, hanno visto che Alda-1 ha la capacità di ripristinare la funzione dell’enzima ALDH2, normalmente inattivo nelle persone con il difetto genetico.

Nelle persone sane, alcune parti dell’enzima ALDH2 sono disposte in modo tale da formare una sorta di tunnel. In questa zona l’acetaldeide viene legata e trasformata in altre sostanze. Se c’è una mutazione genetica questa specie di galleria non riesce a formarsi e di conseguenza l’enzima non può funzionare. La singolare caratteristica di Alda-1 è quella di essere in grado, legandosi ad ALDH2, di modificarne la struttura in modo da formare quel tunnel così fondamentale nel trasformare il prodotto tossico in acetato.

L’aver stabilito in che modo Alda-1 ripristini la naturale funzione di ALDH2 apre le porte a possibili applicazioni terapeutiche. Prima però sono necessari ulteriori modifiche ad Alda-1 volte a migliorarne l’efficienza. Se queste modifiche, che a oggi sono in corso d’opera, dovessero portare a risultati positivi è lecito aspettarsi l’utilizzo di questa molecola nella cura di quei sintomi che derivano dall’assunzione di alcol.

Non solo, dato che ALDH2 è in grado di convertire anche altre molecole tossiche in prodotti innocui per l’organismo, è plausibile che vengano sintetizzate nuove molecole simili ad Alda-1 in grado di potenziarne l’effetto detossificante.