Infezioni in gravidanza: e se fosse il magnesio a salvarci da autismo e malattie del neurosviluppo?

Gli americani li chiamano “Winter Babies”, i bambini concepiti durante il periodo invernale. Per loro diversi studi epidemiologici indicano che le probabilità di andare incontro nel tempo allo sviluppo di alcune patologie è più elevata rispetto a quelli concepiti nel periodo estivo. In particolare la correlazione riguarda malattie del neurosviluppo, come l’autismo, e i difetti di apprendimento. Il legame, per anni sconosciuto, sembrerebbe dipendere anche dal sistema immunitario ed in particolare dall’infiammazione che si genera nella madre in seguito ad importanti infezioni durante la gravidanza. Ad aggiungere un tassello a questo complicato mosaico ci ha pensato il gruppo di ricerca della professoressa Michela Matteoli, docente di Humanitas University, direttore dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr e del Neuro Center all’ospedale Humanitas. A loro va il merito di aver scoperto il meccanismo molecolare attraverso il quale l’infiammazione porta ad un alterato sviluppo cerebrale. Ma c’è di più: lo studio –condotto per ora in modello animale- ha inoltre identificato nei sali di magnesio una potenziale soluzione per annullare l’effetto deleterio dell’infiammazione. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista Biological Psychiatry.

I danni dell’infiammazione a livello fetale

«Molti disordini neurologici e psichiatrici –spiega l’esperta- possono essere considerati delle sinaptopatie, ovvero malattie dovute a disturbi delle sinapsi, le giunzioni attraverso le quali i neuroni comunicano tra loro. Per anni gli studi si sono concentrati sugli attori di queste anomalie sinaptiche. Nel tempo per queste patologie sono state individuate diverse proteine che, se mutate o espresse in maniera anomala, compromettono la corretta funzionalità delle sinapsi». Ciò che però sino a poco fa è rimasto un mistero è il motivo di questa alterata funzionalità in assenza di difetti genetici. Oggi i dubbi cominciano a diradarsi poiché diversi studi indicano chiaramente che il sistema immunitario è uno dei fattori in grado di condizionare lo sviluppo del cervello.

«L’associazione tra le infezioni materne durante la gravidanza e difetti del neurosviluppo del nascituro –spiega Matteoli- è ormai un dato noto da tempo. Nel nostro studio abbiamo voluto spingerci oltre e indagare in che modo l’infiammazione, che è la prima conseguenza di un’infezione,  è capace di alterare a livello molecolare le proteine implicate nella funzione del neurone e della sinapsi al fine di individuare possibili obiettivi terapeutici». Per farlo gli scienziati di Humanitas e del CNR hanno indotto, utilizzando un agente che mima un’infezione virale, uno stato infiammatorio in animali da laboratorio, in una finestra temporale precoce della gravidanza, sovrapponibile a quella del primo trimestre di gravidanza nelle donne.

Dalle analisi è emerso –come era lecito aspettarsi- che una singola attivazione del sistema immunitario materno nelle prime fasi della gravidanza rendeva la prole più suscettibile all’insorgenza di problemi di neurosviluppo, tra cui comportamenti di tipo autistico e epilessia. «La vera novità –spiega l’esperta- è l’aver individuato che questo difetto è dovuto principalmente ad uno sbilanciamento dell’espressione di due proteine, Nkcc1 e Kcc2. Sbilanciamento causato dall’aumento di citochine infiammatorie che avviene nel cervello fetale in seguito all’infezione materna».

Prevenzione con i sali di magnesio

In particolare questa anomalia, come dimostrato nello studio, impedisce al neurotrasmettitore “Gaba” di acquisire la sua fisiologica azione inibitoria. Il risultato è una eccessiva eccitazione neuronale capace di generare anomalie nella funzione del sistema nervoso. Lo studio però non si limita a questa osservazione ma apre la strada ad una possibile soluzione. Nella ricerca infatti è stato testato il ruolo del magnesio solfato. «Da tempo –prosegue l’esperta- sappiamo che questo sale può agire riducendo lo stato infiammatorio. Partendo da questa osservazione abbiamo provato a somministrarlo alle topoline gravide prima dell’induzione dell’infezione. Dagli esperimenti abbiamo osservato che il pre-trattamento della madre era in grado di bloccare –in seguito ad infezione- la produzione delle citochine infiammatorie nel cervello fetale. Blocco che ha avuto come effetto diretto la prevenzione del danno cerebrale».

Un risultato, seppur ottenuto in modello animale, che aggiunge un tassello importante nella comprensione di queste malattie. Il prossimo passo sarà quello di indagare il possibile ruolo preventivo degli integratori a base di magnesio somministrati in donne nel primo trimestre di gravidanza. Attenzione però a conclusioni affrettate: «contrarre un’influenza in gravidanza non significa necessariamente che il bambino rischierà di andare incontro allo sviluppo di queste patologie. Nei modelli animali e negli studi epidemiologici si è visto che ciò si verifica quando l’infiammazione è importante, come nel caso di una malattia che richiede un ricovero ospedaliero. Detto ciò se i risultati ottenuti nelle donne confermassero quanto abbiamo osservato negli animali da laboratorio saremo di fronte ad una svolta importante in termini di prevenzione. Il magnesio, somministrato nel periodo giusto, all’inizio della gravidanza, potrebbe essere la chiave per prevenire i danni di un’infezione materna, riducendo possibili effetti deleteri sullo sviluppo cerebrale del nascituro» conclude Matteoli.

(Daniele Banfi, articolo pubblicato su La Stampa di mercoledì 3 gennaio 2018)

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Depressione, paure e demenze: le cureremo con la realtà virtuale

Il cinema ce li ha sempre mostrati come dei salotti con una comoda poltrona su cui distenderci. Nella realtà dei fatti sono delle normalissime stanze con delle sedie per poter colloquiare tranquillamente. In futuro probabilmente saranno dei locali sempre più vuoti. Stiamo parlando degli studi medici dove si affrontano le malattie della psiche. A cambiarne l’organizzazione non sarà un architetto bensì la realtà virtuale, una tecnologia a disposizione di psicologi e psichiatri destinata a rivoluzionare il trattamento dell’ansia, delle fobie, delle demenze e della depressione. Grazie ad essa il paziente potrà rivivere in maniera artificiale ciò che lo turba in modo da imparare a controllare le reazioni con l’aiuto dello specialista.

«Complice l’evoluzione della tecnologia –spiega Andrea Fagiolini, Professore Ordinario di Psichiatria e direttore del Dipartimento Aziendale Integrato di Salute mentale all’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese – oggi è possibile a livello virtuale ricreare qualsiasi contesto e viverlo in maniera artificiale indossando un semplice visore. I vantaggi sono essenzialmente due: da un lato è possibile vivere o rivivere situazioni sulle quali lavorare con il paziente, dall’altro lo si può fare controllando l’intensità degli stimoli».

L’applicazione più evidente è nel campo delle malattie che possono beneficiare di un’esposizione regolata a stimoli specifici come, ad esempio, le fobie. L’idea che sta alla base della cura di questi disturbi è il fenomeno della desensibilizzazione attraverso l’esposizione controllata alle situazioni che generano paura. «Tecnicamente -spiega l’esperto- attraverso un visore indossabile si procede alla creazione di uno scenario e si espone gradualmente il paziente alle situazioni che sono fonti di disagio. Regolandone l’intensità, discutendo con lo specialista e ripetendo lo stimolo -mediamente le sedute variano da 10 a 15- l’obiettivo è quello di diventare sempre meno suscettibili arrivando così a controllare la situazione». Un esempio è l’aracnofobia -la paura dei ragni-, la fobia sociale o il disagio che si prova ad entrare all’interno di un aereo. Il tutto in completa sicurezza poiché virtuale.

Ma il campo delle fobie e del controllo delle reazioni non è il solo in cui la realtà virtuale può essere utile. L’ingresso nella realtà virtuale può infatti essere benefico anche attraverso l’esposizione a stimoli piacevoli o familiari. Una delle discipline in cui sta avvenendo la sperimentazione di questo approccio è la riabilitazione delle persone affette da demenza. La realtà virtuale infatti può essere di notevole aiuto per cercare di rallentare il fenomeno del decadimento cognitivo. «In queste persone -continua Fagiolini- gli stimoli sensoriali sono molto importanti. Un anziano che non viene stimolato subisce un decadimento molto più veloce. Attraverso la realtà virtuale questo processo potrebbe essere rallentato. Tra l’altro, la realtà virtuale potrebbe aiutare a migliorare la qualità di vita di queste persone, grazie all’esposizione a stimoli piacevoli-passeggiate al mare o in montagna, tanto per fare un esempio- o comunque evocatori di ricordi piacevoli».

Ad oggi -pur essendo una tecnologia relativamente nuova- gli studi che hanno valutato la bontà di questo approccio cominciano ad essere consistenti. Il settore dove si registrano maggiori successi è proprio quello del trattamento delle fobie. Una ricerca pubblicata nell’anno appena trascorso dalla rivista Harvard Review of Psichiatry -che aveva come obiettivo fare il punto della situazione su tutti gli studi effettuati sino ad oggi- ha mostrato che la realtà virtuale è da considerarsi a tutti gli effetti uno strumento utile ed efficace rispetto agli approcci classici.

Ma le novità non finiscono qui. Secondo il professor Fagiolini la realtà virtuale potrà essere potenzialmente sfruttata anche in caso di depressione. Come spiega l’esperto «con il tempo le conseguenze della depressione -ad esempio il non uscire di casa e la perdita dello stimolo a fare qualsiasi cosa- spesso contribuiscono al mantenimento della depressione: all’inizio sono un effetto della depressione ma con il tempo possono diventare una delle cause, uno dei motori che mantengono la malattia e rendono più difficile uscirne. Di fondamentale importanza è interrompere questo circolo, ad esempio attraverso l’esposizione della persona depressa ad una serie di esperienze piacevoli e stimolanti che la riportino, senza troppa fatica, a riassaporare la bellezza di ciò che c’è nella realtà. Certamente, coloro che possono vivere stimoli reali non devono essere spinti a rifugiarsi nel virtuale ma in molti casi, l’uso di questi strumenti permette di costruire un ponte che favorisce il ritorno ad una vita reale piena e soddisfacente. Nessuno si sogna di dire che una passeggiata al mare effettuata attraverso gli apparecchi virtuali sia migliore di una passeggiata reale ma i nostri pazienti, in alcuni periodi della loro vita, non hanno il lusso di poter scegliere l’opzione più ‘naturale’, e dunque sia benvenuta quella virtuale ».

Ad oggi il numero delle persone trattate -rispetto a quelle potenziali- è ancora molto basso. A fare la parte del leone sono gli Stati Uniti, nazione dove si registrano più sperimentazioni in atto. Qualcosa si muove però anche in Italia dove -all’Auxologico di Milano- la tecnologia viene utilizzata correntemente. «Considerati i risultati raggiunti finora la sensazione -conclude Fagiolini- è che questo approccio nei prossimi anni esploderà diffondendosi un po’ ovunque. La realtà virtuale non sostituirà lo psichiatra, lo psicologo e i loro strumenti di cura ma aiuterà medico e paziente a raggiungere migliori risultati».

(articolo pubblicato su La Stampa, 17 gennaio 2018)

Vaccino antinfluenzale: un percorso ad ostacoli

Uomo, discreta stazza (90 chilogrammi), in piena salute (speriamo), 34 anni. Con questo curriculum perché uno come me dovrebbe vaccinarsi per l’influenza? Deve aver pensato questo la dipendente allo sportello della ASST di corso Lodi 94 a Milano. Se non volete leggere fino alla fine sappiate che NON sono riuscito a vaccinarmi. I perché spiegati qui di seguito.

Perché ho deciso di vaccinarmi?

Nonostante le mie caratteristiche ho deciso di vaccinarmi contro l’influenza per una serie di ragioni. Primo per il lavoro che faccio. Occupandomi di giornalismo nel campo della salute mi capita di recarmi in ospedale. Per proteggere me e chi viene accidentalmente in contatto con il sottoscritto la vaccinazione è necessaria. Non è un caso che gli operatori sanitari dovrebbero essere i primi a vaccinarsi. Secondo perché ho bimbi piccoli a casa e vorrei evitare un mutuo contagio. Terzo perché tra gennaio e febbraio ho diverse trasferte di lavoro.

Cosa dice il sito dell’ASST?

Il vaccino antinfluenzale è consigliato e gratuito per alcune persone a rischio. Si tratta di bambini, anziani over 65 e varie persone affette da particolari patologie. Questo non significa che un cittadino che non rientra in queste categorie non possa fare il vaccino. La differenza è solo economica. Chi vuole vaccinarsi comunque lo può fare a pagamento. Ed è questo il mio caso. La campagna di vaccinazione è iniziata il 6 novembre ed è terminata il 6 dicembre. Fortunatamente per chi come me non ha fatto a tempo la Regione ha esteso (qui per info) la campagna sino al 21 dicembre. C’è un però. Il sito recita “i cittadini  che, per vari motivi, non abbiano potuto vaccinarsi in corso di campagna antinfluenzale, possono comunque rivolgersi per tutto il mese di gennaio 2018 presso i centri vaccinali territoriali”. Forte di queste indicazioni mi reco presso l’ASST di corso Lodi. Lo faccio nei giorni e nell’orario indicati sul sito stesso (vedi qui). L’accesso, come specificato, è libero.

La mano destra non sa cosa fa la sinistra

Entro nell’ufficio e alla richiesta “vorrei fare il vaccino antinfluenzale” l’operatrice già mi guarda strano. Mi informa che la possono fare solo le categorie a rischio. Ribatto dicendo che vorrei farla lo stesso perché vengo spesso in contatto con persone a rischio. Lei ribatte dicendo che la campagna è terminata il 6 dicembre. Io rispondo che da sito ufficiale dell’ASST la campagna è stata estesa sino al 21 (il giorno in cui mi sono recato). L’addetta allora si mostra disponibile e dice però che la devo pagare. Io: “certo, ci mancherebbe, lo so!”. Ancora lei: “non so però se può farla perché dovrebbe andare a farmi il bonifico ora”. Io: “ma non è possibile pagare qui ora?” Lei: “no, non abbiamo la cassa”. Milano, 2017, Smart City.

Rinuncio alla vaccinazione (forse)

Come è andata a finire? Saluto tutti ed esco rinunciando. Non lamentiamoci però se le adesioni a questa specifica vaccinazione sono così basse. Non mi resta che andare in farmacia e cercare qualcuno per l’iniezione. Oppure farò io direttamente. La vicenda conferma ancora una volta due fatti: a) la sanità è sempre un percorso ad ostacoli. b) l’informazione sul web da parte delle ASST fa acqua da tutte le parti.

 

Ritmi circadiani premiati con il Nobel

Quest’anno i vincitori del premio Nobel per la medicina sono Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash and Michael W. Young. A loro il merito di aver scoperto i meccanismi molecolari che regolano i ritmi circadiani. Che cosa significa tutto ciò? Qual è stato l’impatto di queste scoperte? Ecco qualche articolo per capirne di più:

Regolazione dei ritmi circadiani: ecco il Nobel per la medicina 2017 (Fondazione Umberto Veronesi)

Un raggio di luce per sconfiggere il jet-lag (La Stampa)

Ecco perché ci si ammala di notte (Fondazione Umberto Veronesi)

 

 

 

L’omeopatia non è una cura. Punto. Con buona pace di Boiron

L’omeopatia non è un approccio terapeutico validato scientificamente. L’articolo si potrebbe concludere qui. Decido invece di continuare a scrivere perché questa volta ci è scappato il morto. Si tratta di un bambino di 6 anni deceduto per le complicanze di un’otite non curata per giorni, nemmeno -così dicono- con una tachipirina.

ACQUA ZUCCHERATA

Mettiamo subito le cose in chiaro: di otite si guarisce perfettamente e il caso del piccolo rappresenta un’eccezione. Caso che però, se trattato adeguatamente con una terapia antibiotica, poteva essere facilmente superato. La sua “colpa” è stata quella di fidarsi del “medico pediatra” di turno grande fan dell’acqua zuccherata. Perché è di questo che si tratta. Il vero problema però è che di “medici” e “farmacisti” che consigliano prodotti omeopatici -non li chiamo farmaci volutamente- ce ne sono parecchi.

OMEOPATIA EFFICACE QUANTO UN PLACEBO

Il meccanismo con cui si propaga il verbo dell’omeopatia è molto semplice. “La figlia della mia amica ha risolto così”. “Dite quello che volete ma su di me ha funzionato”. “In fondo male non fa, perché non provare?”. Frasi tutte potenzialmente vere che non tengono però conto di un dato fondamentale: la scienza non procede per aneddoti. Ad ogni affermazione deve seguire un dato che ne dimostri la veridicità.

Ad oggi non esiste alcuna prova che l’omeopatia agisca più di quando lo faccia un placebo. Non si tratta di una crociata di Big Pharma contro i buoni. E’ che proprio dentro quei flaconi, con questa storia delle diluizioni, spesso non c’è la minima traccia del “principio attivo”. “Ma c’è la memoria dell’acqua!”, qualcuno potrà obiettare. No, la memoria dell’acqua non esiste altrimenti, tutte le volte che beviamo qualcosa ci porteremmo dietro di tutto. Attenzione però a fare di tutte le erbe un fascio. Oggi, prodotti di derivazione vegetale usati in farmacologia, ce ne sono parecchi. Ma qui siamo di fronte alla fitoterapia, una scienza a tutti gli effetti che nulla ha a che vedere con l’omeopatia.

CORRELAZIONE NON SIGNIFICA CAUSA

Se qualcuno afferma che con l’omeopatia è guarito dal mal di denti o dall’otite è semplicemente perché il corpo -macchina meravigliosa- cerca di riportare tutto all’equilibrio. Così chi ha bevuto il prodotto sarà convinto di aver risolto grazie ad esso ma il problema in tutta probabilità si sarebbe risolto comunque. Se volessimo ragionare “per assurdo”, qualsiasi cosa di diverso dalla normale routine io abbia fatto quel giorno potrebbe essere considerata cura. Basta questo per dimostrare il legame causa-effetto? Decisamente troppo poco.

FARE IL GIORNALISTA IMPLICA FILTRARE LE NOTIZIE

Un altro errore è considerare l’omeopatia una “cura complementare”. Non lo è affatto per gli stessi motivi del perché non è una cura. Ma è proprio sulle “cure complementari” che si gioca la partita. Diffidare sempre da chi afferma “credo nella medicina, però…”. Oggi Corriere della Sera ha deciso -sciaguratamente, a commento della vicenda del bimbo morto- di ospitare un’intervista a Boiron, proprietario dell’omonimo impero che commercializza prodotti omeopatici. Nel pezzo a firma della giornalista Elvira Serra Boiron afferma “prendo antibiotici e li do anche ai miei figli” a riprova che lui non è contrario ai farmaci. Nell’articolo però -senza un minimo di senso critico- snocciola inesattezze su inesattezze con l’obiettivo di “rigirare la frittata”. “E’ importante scegliere un buon medico”, “l’omeopatia è complementare alle altre cure”, “L’omeopatia è frutto di ricerca farmacologica” e “quante persone muoiono dopo aver assunto un farmaco?” sono solo alcune delle assurdità. Credo che il compito del giornalista sia la ricerca della verità e offrire al lettore gli strumenti per farsi un’opinione. Corriere oggi ha perso una grande occasione. Costava troppo affiancare alle dichiarazioni di Boiron un articolo sull’infondatezza scientifica dell’omeopatia? Fare il giornalista significa selezionare e filtrare le informazioni. Capacità sempre più rara nell’era del giornalismo copia e incolla.

Intanto però, mentre l’industria farmaceutica per immettere sul mercato un farmaco ha bisogno di “tonnellate” di prove, un prodotto omeopatico può sbarcare sul bancone senza grandi controlli. In fondo sul flacone c’è scritto “senza indicazioni terapeutiche approvate”. Ma forse a Boiron va bene così altrimenti -a dover produrre prove- non gli rimarrebbe che il mercato della vendita delle acque minerali.

Il cancro è una cosa seria. Iset, l’analisi del sangue per trovare i tumori, un po’ meno

Oggi nessun esame del sangue può essere utilizzato per fare diagnosi precoce di cancro. Non ci riesce Iset e non ci riescono la miriade di test simili messi a punto nei laboratori di mezzo mondo. Eppure da diverse settimane in molti organi di informazione (“Otto e mezzo” su La7, “Corriere della Sera” e “Porta a Porta” in Rai) non si fa altro che parlare della miracolosa tecnica Iset (Isolation by Tumor Size), messa a punto dall’oncologa italo-francese Patrizia Paterlini-Bréchot, che consentirebbe si scovare la presenza di un tumore attraverso un semplice esame del sangue. Un’esposizione mediatica non indifferente che ha sortito diversi effetti come, ad esempio, la nascita di petizioni online che chiedono al Ministero di poter erogare gratuitamente il test per ogni cittadino.

ISET, UN TEST “VECCHIO” ANCORA DA VALIDARE

Scoperta rivoluzionaria o abile mossa di marketing? Decisamente la seconda. Tutto questo interesse da parte dei “giornalisti” nasce essenzialmente dal fatto che l’oncologa italo-francese ha appena pubblicato con Mondadori il libro “Uccidere il cancro“. Un volume in cui narra la sua storia e, in particolare, come grazie al suo test potremo arrivare a diagnosticare il cancro con largo anticipo grazie ad un semplice prelievo di sangue. Il concetto che emerge prepotentemente nel libro è il seguente: Iset è in grado di individuare la presenza di cellule tumorali all’interno del sangue addirittura diversi anni prima che il tumore sia visibile con le attuali tecniche diagnostiche. Un messaggio che non è assolutamente supportato da evidenze scientifiche. Non solo, andando a ben vedere Iset pare essere una tecnica già vecchia, con dei forti limiti, e molto poco utile rispetto ad alcuni test oggi in sperimentazione. Ecco i 3 principali limiti della tecnica (non infieriamo sul fatto che ad oggi c’è solo un ristretto studio francese che da ragione della tecnica. Un po’ poco per spacciare il metodo come ciò che ci salverà dai tumori):

Iset pur isolando cellule cancerose circolanti non ci dà nessuna informazione sull’origine e sulle caratteristiche del tumore. Caratteristiche che andrebbero comunque indagate in un secondo momento attraverso altre analisi specifiche

La presenza di cellule cancerose nel sangue non significa che c’è per forza un tumore. Il nostro sistema immunitario infatti può fermare sul nascere la presenza di eventuali cellule anomale. Non solo, proprio grazie ad esso non tutte le cellule tumorali danno per forza origine a metastasi in quanto vengono eliminate prima che possano invadere altri tessuti

Molto spesso quando si arriva ad ad avere cellule tumorali circolanti nel sangue significa che il tumore ha raggiunto una massa tale da poter essere individuato attraverso tecniche diagnostiche quali TAC, ecografia e risonanza magnetica

LE ANALISI DEL SANGUE SERVONO A MONITORARE IL CANCRO, NON A DIAGNOSTICARLO

A scanso di equivoci: Iset non è una truffa. E’ una tecnica di tutto rispetto che però è ferma al 2000. Oggi grazie ad un prelievo di sangue non si va più a cercare grossolanamente una cellula tumorale bensì i suoi biomarcatori (Dna, microRNA ecc…), ovvero le sostanze che il tumore rilascia. Molecole che ci dicono in maniera molto precisa quale tumore abbiamo davanti. La cosiddetta “biopsia liquida” Tecniche ancora in via sperimentale che però già ora possono essere sfruttate per monitorare l’evoluzione del tumore e la risposta alle terapie (qui, se volete approfondire).

GIORNALISTA SCIENTIFICO CHI?

Cosa imparare dunque da tutta questa vicenda? Che lotta ai tumori non la si fa pubblicando libri. Che se una tecnica o una cura è realmente rivoluzionaria non ha eco solo in Italia ma dovrebbe stare su tutti i quotidiani del mondo.  Che basta avere un abile ufficio marketing. Che oggi più che mai il giornalismo è morto. Sì, proprio quest’ultima affermazione è la più vera: perché si decide di dare spazio a notizie del genere senza offrire una chiave di lettura critica? Oggi editori e direttori dei giornali dovrebbero essere maggiormente consapevoli della pericolosità di certe informazioni errate in ambito di salute. Informazioni distorte che non vengono affatto pubblicate da “siti alternativi” ma che trovano spazio su testate che avrebbero il compito di offrire al lettore un’informazione seria, certa, verificata e contestualizzata. Un’informazione che dovrebbe essere fatta da chi ha competenza in materia e non dal primo che è di turno in redazione.

OGGI GLI ESAMI DI ROUTINE CI SALVANO LA VITA

Dire che attraverso un test del sangue è possibile fare diagnosi precoce di tumore è un’affermazione molto pericolosa. Oltre essere un’utopia questa “sparata” rischia di far passare in secondo piano importanti esami già oggi fondamentali per individuare un tumore. Andate a dirlo a chi oggi si è salvato grazie ad una mammografia, ad un controllo dei nei, ad una colonscopia… Nella scienza diffidiamo sempre da chi propone soluzioni semplici a problemi complessi. Il cancro è uno di questi.

Epatite C: eradicazione possibile per il 2030 grazie ai nuovi farmaci antivirali

Nella storia della medicina una delle modalità vincenti per eradicare una malattia infettiva è la prevenzione del contagio attraverso l’utilizzo di un vaccino. L’epatite C invece rappresenta un’eccezione: grazie ai nuovi farmaci antivirali ad azione diretta il virus può essere eliminato nella maggior parte dei casi. Un successo mai registrato prima nella storia della malattia che ha indotto l’Organizzazione Mondiale della Sanità -come è stato più volte ribadito all’International Liver Congress da poco conclusosi ad Amsterdam- a dichiarare l’obiettivo eradicazione entro il 2030. Un traguardo ambizioso ma possibile vista la straordinaria potenza delle nuove molecole sbarcate sul mercato.

Epatite C: non è solo questione di fegato

«L’epatite C -spiega la professoressa Gloria Taliani, Ordinario di malattie infettive presso l’Università La Sapienza di Roma- è una malattia del fegato causata dal virus HCV. La sua presenza è in grado di scatenare una reazione immunitaria che, a lungo termine, danneggia in maniera irreversibile l’organo portando a cirrosi e carcinoma epatico». Nel nostro Paese si stima che il 60% dei mille e più trapianti di fegato che si effettuano ogni anno siano causati dal virus C. Attenzione però a pensare che la malattia sia esclusiva del fegato. «L’epatite C -continua l’esperta- è una malattia sistemica a tutti gli effetti e chi ne soffre con il tempo va incontro a diabete, insufficienza renale e malattie cardiovascolari». Ecco perché eliminare il virus è di fondamentale importanza per lo stato di salute di chi è affetto dalla patologia.

Oggi con gli antivirali diretti il virus si elimina nel 97% dei casi

Sino a pochi anni fa la cura principe per l’epatite C era rappresentata dalla somministrazione di interferone e ribavirina, molecole che avevano successo in meno della metà dei casi e che si associavano a pesanti effetti collaterali che spesso costringevano medico e malato a sospendere la terapia. Oggi invece la situazione è radicalmente cambiata: «grazie allo sviluppo di antivirali ad azione diretta capaci di agire sui molteplici meccanismi che il virus mette in atto per replicarsi, è possibile curare definitivamente la malattia nella quasi totalità dei casi. Percentuali di successo, ottenibili in sole 12 settimane e in alcuni casi anche in 8, che si aggirano mediamente intorno al 97%. Uno scenario impensabile sino a meno di dieci anni fa» spiega il professor Antonio Craxì, ordinario in gastroenterologia all’Università degli Studi di Palermo. Guarigioni che nei casi più gravi significa poter evitare di ricorrere al trapianto di fegato.

Efficacia degli antivirali dimostrata anche al di fuori degli studi clinici

Dopo un periodo relativamente breve di sperimentazione di queste nuove molecole oggi nel nostro Paese sono già diverse le formulazioni utili a trattare i malati al di fuori dei trials clinici. Tra le ultime approvate da AIFA c’è la combinazione elbasvir/grazoprevir (sviluppata da MSD). L’attesa sulla bontà di queste due molecole era grande poiché gli ottimi risultati ottenuti nelle sperimentazioni non per forza sono garanzia di successo nella popolazione non selezionata. «Oggi -continua Craxì- i dati in real life relativi a questa combinazione ci dicono che gli antivirali funzionano e hanno percentuali di efficacia pari e in alcuni casi addirittura superiori rispetto agli studi registrativi». Un risultato importante, presentato al congresso olandese, in linea con altri dati real life di altre molecole.

Ora bisogna agire contro il genotipo 3

Attenzione però a cantare vittoria. Che fare nei rari casi in cui la persona fallisce la cura per lo sviluppo di una resistenza? Come trattare “varianti” del virus difficili da eliminare come ad esempio il genotipo 3? «In questi casi è fondamentale che la ricerca continui al fine di individuare nuovi possibili bersagli per mettere fuori gioco il virus» conclude Craxì. A tal proposito al congresso sono stati presentati alcuni importanti dati relativi alle molecole glecaprevir/pibrentasvir (sviluppate da AbbVie). La combinazione, attiva su tutti i genotipi virali di epatite C, si è dimostrata efficace in sole 8 settimane nel 95% dei casi degli individui affetti da genotipo 3. Cure dunque sempre più mirate e brevi. Un ulteriore passo avanti nella strada che porterà all’eradicazione dell’epatite C.

(Articolo pubblicato su La Stampa, 3 maggio 2017)