Aids: 30 anni di successi. Oggi la malattia si può curare

Nei primi Anni 80 la diagnosi equivaleva ad una condanna. Un vecchio spot tv, dal motto «se lo conosci lo eviti», ritraeva chi ne era affetto con un contorno viola. Protagonista era l’Aids. Se fino a 30 anni l’aspettativa di vita media era ridotta al minimo, ora grazie allo sviluppo di farmaci antiretrovirali sempre più efficaci il corso della malattia è cambiato radicalmente. Se trattata in tempo, l’aspettativa di vita media è, infatti, paragonabile a quella di chi non è mai venuto in contatto con il virus Hiv. Attenzione, però, a non abbassare la guardia, perché la malattia è tutt’altro che sconfitta: in oltre 50 nazioni le infezioni sono in aumento. Sono questi i messaggi che si stanno discutendo in questi giorni ad Amsterdam al congresso «The International Aids Congress», il più importante appuntamento mondiale dedicato alla malattia.

Il virus che “uccide” da dentro

«L’Aids – spiega Giuliano Rizzardini, direttore del dipartimento Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano – è una patologia causata dalla presenza del virus Hiv. Quest’ultimo, infettando in maniera specifica le cellule del sistema immunitario, rende le persone affette più vulnerabili a molte malattie che generalmente, nelle persone sane, non creano particolari problemi». Fungendo da vero e proprio cavallo di Troia, il virus distrugge progressivamente le difese, lasciando l’organismo senza protezione e dando campo libero a infezioni e tumori cosiddetti «opportunisti».

Sieropositivo non vuol dire malato

Attenzione, tuttavia, a non fare confusione: una persona sieropositiva, vale a dire venuta in contatto con il virus, non necessariamente svilupperà l’Aids. È però vero che, in molti casi, è solo questione di tempo. «Se non trattato – precisa l’esperto – il virus si moltiplica fino al punto da compromettere pesantemente il sistema immunitario. È in quel momento che la persona passa dalla sieropositività all’immunodeficienza acquisita».

Una sola pillola al giorno

Fondamentale è il trattamento farmacologico precoce attraverso i farmaci antiretrovirali, una rivoluzione nella cura dei sieropositivi. Sperimentate dagli Anni 90, queste molecole – che agiscono interrompendo selettivamente i meccanismi di cui il virus si serve per replicarsi e infettare nuove cellule – hanno contribuito a salvare milioni di vite. «All’arrivo sul mercato degli antiretrovirali – spiega Rizzardini – le persone sieropositive erano costrette ad assumere un “cocktail” composto da 10-15 compresse al giorno. Oggi tutte le componenti vengono condensate in un’unica compressa. E il progresso riguarda anche gli effetti collaterali. Se con i primi era quasi impossibile non accorgersi che la persona che si aveva di fronte era sieropositiva, oggi le tossicità indotte dai farmaci sono minime. Un risultato importante in termini di qualità di vita».

Tenere a bada il virus

Ma se la terapia è giornaliera – ed è fondamentale rispettare le tempistiche perché il farmaco deve agire costantemente contro il virus tenendolo a bada – nel prossimo futuro il trattamento dell’Hiv sarà rivoluzionato dalle «long-acting drugs», le molecole a lunga durata d’azione. Ciò che cambia non sono i farmaci ma la modalità di somministrazione. «L’assunzione di queste nuove formulazioni – spiega lo specialista – non avviene più per bocca, ma attraverso iniezioni intramuscolari che attualmente vengono somministrate una volta al mese o una volta ogni due mesi. In futuro, però, gli intervalli potranno essere anche più lunghi. Sperimentate da qualche anno, le “long-acting drugs” hanno identica efficacia rispetto agli antiretrovirali classici».

Un vantaggio, quello della somministrazione diluita nel tempo, che, oltre ad impattare sulla qualità di vita (pensiamo a chi viaggia spesso cambiando fuso orario o allo stigma di chi deve nascondersi per non rivelare che sta assumendo questi farmaci), sarà utile in quei luoghi dove la disponibilità di infrastrutture sanitarie è limitata. Non solo. Dal momento che sempre più persone sieropositive saranno anziane sorge anche il problema dell’aderenza terapeutica. In questo modo non si correrà più il rischio di dimenticarsi di assumere le compresse.

Le cure non sono per tutti

Lo scenario descritto, però, rischia di essere tale solo per una parte del mondo. Dei circa 37 milioni di individui sieropositivi, poco meno di 22 milioni hanno accesso alle terapie antiretrovirali. Non solo. Un altro tema più che mai d’attualità è relativo alla prevenzione. «Se in Italia le nuove diagnosi sono costanti – circa 3500 l’anno – in molte altre nazioni come quelle dell’Est Europa i numeri sono in crescita. Un dato importante che dovrebbe far riflettere sulla centralità della prevenzione», conclude Rizzardini. Non è un caso che la maggior parte dei contagi – anche se aumentano quelli associati alle droghe endovena – avvenga ancora per via sessuale. Un numero su tutti: nel 2015 sono state più di 153 mila le nuove diagnosi in Europa. Di queste il 79% è stato riscontrato nell’Europa dell’Est.

(articolo pubblicato su La Stampa il 24 luglio 2018)

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