cancro, fegato

Epatite C: eradicare il virus (risparmiando) in sole 8 settimane

Da qualche anno a questa parte la lotta all’epatite C è radicalmente cambiata. A detta degli epatologi, riunitisi a Boston al congresso dell’American Society for the Study of Liver Diseases (AASLD), si tratta di una rivoluzione seconda solo alla scoperta dei vaccini. Eradicare il virus guarendo dalla malattia e dai numerosi disturbi ad essa associata è oggi possibile. A dimostrarlo ora non sono più i soli studi clinici per le sperimentazioni delle diverse molecole. A confermare che l’epatite C può essere curata con successo sono i dati provenienti dalla realtà: oggi, anche nella popolazione generale che può beneficiare dei nuovi farmaci, le percentuali di successo superano il 98%.

Come spiega il dottor Giuliano Rizzardini, Direttore Dipartimento di Malattie Infettive dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano, «sino a poco tempo fa il trattamento dell’epatite C era un sostanziale fallimento. Dai primi tentativi –dove la percentuale di successo si attestava al 5%- con l’interferone si riesce a curare la malattia solo nella metà dei casi. Un tasso non soddisfacente se si aggiunge che l’interferone è una molecola che crea pesanti effetti collaterali che spesso costringono ad abbandonare la terapia». Una situazione che negli ultimi anni fortunatamente è cambiata. Il merito è dei nuovi farmaci antivirali, molecole in combinazione capaci di agire sui diversi meccanismi che il virus mette in atto per replicarsi. Sperimentate in migliaia di studi clinici le cure si sono rivelate efficaci nella quasi totalità dei casi e –dato da non trascurare- senza gli effetti collaterali tipici delle precedenti terapie.

Ma se negli studi clinici -disegnati appositamente secondo criteri specifici e con una popolazione di malati selezionata- i farmaci hanno dimostrato di essere efficaci, grande era l’attesa per i primi dati che gli esperti chiamano “real life”, ovvero basati sulla popolazione generale e quindi meglio rappresentativi dell’efficacia di una determinata terapia messa in commercio. Un’attesa che ha dato i risultati che tutti gli esperti si aspettavano. «L’efficacia, anche negli individui non sottoposti a studi clinici, è stata del tutto comparabile ai risultati ottenuti nelle sperimentazioni. Oggi, eccetto qualche raro caso, possiamo eradicare definitivamente il virus» commenta l’esperto. Secondo alcuni dati presentati al congresso AASLD, raccolti grazie all’imponente lavoro della Rete HCV Sicilia, i tassi di eradicazione del virus a 12 settimane di trattamento degli individui che rientrano nei criteri AIFA si sono dimostrati elevatissimi.

Al momento, secondo i criteri attuali, le persone che hanno diritto ad accedere alla terapia sono quelle che presentano una malattia in stadio già molto avanzato che le espone a gravi rischi. Dal dicembre 2014 i pazienti sono poco più di 60 mila. Passata l’ondata di emergenza –nella prossima primavera dovrebbero arrivare ad essere trattati tutti quelli che rientrano nei criteri attuali- secondo gli esperti sarà necessario allargare i criteri di accesso affinché gradualmente, in base al rischio clinico specifico ma anche a fronte di tutta una serie di fattori concomitanti quali co-morbidità, obesità, ipertensione, diabete e al profilo psicologico, tutti possano usufruire delle terapie.

Ma le novità non finiscono qui: le cure, oggi della durata di 12 settimane, potrebbero in alcuni casi ridursi ad 8 settimane. Una prospettiva importante che consentirebbe, a parità di tempo e costi, di curare un numero maggiore di persone. Ad AASLD sono stati presentati i risultati di uno studio in cui la combinazione delle molecole Glecaprevir/Pibrentasvir (sviluppate dalla statunitense Abbvie), si è dimostrata efficace nell’eliminare il virus in soli due mesi nel 97,5% dei casi. In particolare la combinazione si è dimostrata altamente attiva anche contro il genotipo 3 del virus, il più complicato da trattare. Un risultato che ha indotto la FDA ad indicare la terapia come altamente innovativa e meritevole di un’accelerazione nell’iter di valutazione ai fini della commercializzazione.

«L’arrivo di sempre più molecole sul mercato, il relativo abbassamento dei costi e la possibilità di ridurre i tempi di somministrazione sono fattori che ci consentiranno di trattare il più alto numero di persone. Un investimento in salute e un risparmio nel medio-lungo periodo dei costi associati all’evoluzione della malattia» conclude Rizzardini.

(pubblicato su La Stampa, 23 novembre 2016)

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